Come citare questo articolo: , Noi e i barbari, ieri e oggi. Il folklore barbarico di una civiltà sotto assedio, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 4 (2020) []. https://rivista.clionet.it/vol4/societa-e-cultura/polis/arrighi-noi-e-i-barbari-ieri-e-oggi-il-folklore-barbarico-di-una-civilta-sotto-assedio. Ultimo accesso 25-10-2020.

All’interno delle svariate accezioni che possiamo attribuire al termine folklore, «conoscenze, usi e costumi, miti, fiabe e leggende, filastrocche, proverbi e altre narrazioni, credenze popolari, musica, canto, danza eccetera – in riferimento – a una determinata area geografica, a una determinata popolazione, ai ceti popolari in quanto subalterni, a più d'una o a tutte queste determinazioni»[1], ci concentreremo qui su una nello specifico: quella delle credenze popolari, riferite ad una popolazione ben precisa, quella denominata Barbari.

Parlando di Barbari possiamo notare infatti, a vari livelli, la sempre più frequente reiterazione di un archivio folklorico che, apparentemente costituitosi nell’antichità e stratificatosi nel corso del tempo, mantiene costante il proprio scopo: porre in relazione dicotomica il gruppo sociale dominante (quello che in sociologia viene definito ingroup) e le minoranze sociali eterogenee (outgroups), facendo ampio ricorso ai pregiudizi.

Ma, poiché «il pregiudizio presuppone la presenza di almeno alcune di queste caratteristiche: il mantenimento di atteggiamenti sociali o credenze cognitive squalificanti, l’espressione di emozioni negative, o la messa in atto di comportamenti ostili o discriminatori nei confronti dei membri di un gruppo per la loro sola appartenenza ad esso»[2], la riproposizione di questo archivio folklorico può avvenire, dunque, solo nel momento in cui sussistono situazioni simili tra loro.

È davvero così? Stiamo rivivendo una storia vecchia di secoli, oppure è una semplice suggestione utile per qualche scopo?

Nel V secolo d.C. Salviano di Marsiglia si chiede: «quale sovrappiù si aggiunge ai nostri mali?»[3]. La risposta è presto detta. Ai mali, ossia le devastazioni portate dalle invasioni barbariche, si aggiunge la messa in discussione dei propri valori, dei fondamenti ideologici di quella che Geert Wilders, politico olandese leader del Partito per la Libertà (su alcuni aspetti definibile di estrema destra), ritiene essere «la migliore e più avanzata civiltà che il mondo abbia mai conosciuto»[4].

Lo stesso Wilders, durante un discorso sul multiculturalismo tenuto a Roma nel 2011, afferma che ciò che accade in Europa oggi (si riferisce alla questione migranti), è «esattamente ciò che successe qui, a Roma, 16 secoli fa»[5]. Non è il solo ad istituire una connessione diretta tra il nostro presente e il “glorioso” passato romano. Troviamo, negli ultimi anni, sempre più voci che tendono a trasformare il binomio oppositivo Romani vs Barbari nella dicotomia Noi vs barbari. Ciò che più stupisce, tuttavia, è che non sono solamente le figure mediatiche ad alimentare tale schema narrativo (da loro ce lo potremmo aspettare), ma anche storici professionisti.

Un esempio per tutti è dato dalle prime righe di uno dei testi forse più noti sui Barbari presso il grande pubblico italiano: Barbari. Immigrati, profughi, deportati nell'impero romano, pubblicato da Alessandro Barbero nel 2006.

Un mondo che si considera prospero e civile, segnato da disuguaglianze e squilibri al suo interno, ma forte di un’amministrazione stabile e di un’economia integrata; all’esterno, popoli costretti a sopravvivere con risorse insufficienti, minacciati dalla fame e dalla guerra, e che sempre più spesso chiedono di entrare; una frontiera militarizzata per filtrare profughi e immigrati; e autorità di governo che debbono decidere volta per volta il comportamento da tenere verso queste emergenze, con una gamma di opzioni che va dall’allontanamento forzato all’accoglienza in massa, dalla fissazione di quote d’ingresso all’offerta di aiuti umanitari e posti di lavoro. Potrebbe sembrare una descrizione del nostro mondo, e invece è la situazione in cui si trovò per secoli l’impero romano di fronte ai barbari, prima che si esaurisse, con conseguenze catastrofiche, la sua capacità di gestire in modo controllato la sfida dell’immigrazione[6].

Vi sono anche altri esempi che possiamo prendere come significativi a riguardo.

Nel V secolo, l’Impero Romano cadde sotto i Barbari Germanici. Non c’è dubbio che la civiltà Romana fosse di molto superiore a quella dei Barbari. Eppure, Roma cadde. […] Signore e signori, non cadiamo in errore: I nostri nemici […] sanno che la stessa situazione che portò al crollo di Roma, si sta riproponendo oggi in Occidente. Loro conoscono assai bene l’importanza di Roma come simbolo dell’Occidente. Sempre di più loro alludono alla caduta di Roma[7].

L'Impero avrebbe potuto continuare ad esistere se i Romani avessero saputo integrare i barbari. […] Una lezione per i governanti moderni, ai quali il popolo chiede di guardare più in là del proprio naso e di andare oltre le contingenze[8].

Tutti i migranti che arrivano in Europa […] vengono stipati, senza lavoro, senza dignità. È questo ciò che vuole la Chiesa? La Chiesa non può collaborare con la nuova forma di schiavismo che è diventata la migrazione di massa. Se l’Occidente continua per questa via funesta esiste un grande rischio: che esso scompaia, invaso dagli stranieri, come Roma fu invasa dai barbari. […] questa invasione dell’Europa da parte dei migranti è programmata, controllata e accettata[9].

La «descrizione del nostro mondo» di Barbero, i «nemici consapevoli della nostra debolezza» di Wilders, la «lezione per i governanti moderni» di Pagliarella e l’«invasione dell’Europa da parte dei migranti» di Sarah. Quattro diverse letture del fenomeno barbarico attuale che hanno tutte lo stesso denominatore comune: l’associazione diretta tra le invasioni del V secolo d.C. e la situazione che si trova ad affrontare l’Europa del nostro tempo.

Oggi, come in passato, sembrerebbe impossibile trovare un punto di incontro con l’alterità. Sembrerebbe che nonostante i 16 secoli di distanza richiamati da Wilders, ci troviamo a fare i conti con nuove invasioni barbariche e che l’unica soluzione sia erigere mura attorno alla Fortezza Europa: mura che «difendono da predoni e invasori che attentino alla stabilità della civitas e ai beni e interessi dei suoi cittadini – e mura che – rendono riconoscibile l’extraneus, cioè colui che sta al di fuori, e l’indigeno, cioè colui che è generato all’interno»[10]. Le rievocazioni non finiscono qua, perché il ritratto che i media dipingono dei nuovi barbari riprende molto da vicino, almeno a loro dire, quello degli antichi predecessori, in primo luogo il fatto di rappresentare una minaccia per la civiltà con cui vengono in contatto.

Bastano pochi estratti giornalistici, facilmente raggiungibili sul web, per comprendere quanto sia ormai consolidata la sinonimia tra Barbari e immigrati:

- Come l’antico Impero Romano, l’UE si è atrofizzata nella sua ‘missione’ di essere d’ostacolo al cambiamento, e tutto questo senza avere alternative, ma solo per tener duro su un’azione frenante, che alla fine produrrà effetti assolutamente discordanti con l’intento originale[11];

- Si discute molto di cittadinanza in questo periodo, e nel farlo si ripescano i modelli del mondo antico. Soprattutto quello del mondo romano. È un paradigma di confronto che ci può essere utile?[12];

- Verso il 350 d.C. dal centro dell'Asia arrivarono gli Unni […] I Goti scapparono a sud e […] scongiurarono i romani di lasciargli passare il fiume ed entrare nell'impero dove c'era prosperità, pace e lavoro. […] E in ciò c'è una analogia con quanto avviene oggi. In Asia e in Africa infatti sono al potere bande di fanatici religiosi che non coltivano, non costruiscono, non producono, sanno solo uccidere e saccheggiare e la gente fugge nel ricco Occidente…[13].

Gli immigrati, tuttavia, pur essendo i soggetti principali, non sono i soli Barbari, ma fanno loro compagnia anche altre categorie di outsiders: turisti e politici.

- Una sequela di barbarie [ci si riferisce ad atti vandalici compiuti da turisti nella Capitale] da lasciare sbigottiti, che ingenera la sensazione inquietante che i nostri monumenti e le nostre opere d’arte di inestimabile valore siano ormai preda, senza scampo, di nuove incursioni barbariche, quasi che la storia si ripeta inesorabilmente. […] Qualcuno ha avanzato addirittura la proposta di transennare i monumenti della Città Eterna, una soluzione estrema che oltre a essere di difficile applicazione trasformerebbe Roma, che è un museo a cielo aperto, in un luogo in stato di assedio[14];

- È allarmante che i nostri studiosi, usi in passato a dominare parole e metafore, parlino di leghisti e Di Maio rifacendosi a storie di 15 secoli fa. […] Il compito di sgrossare Odoacre lo lascio volentieri al mio amico Orsina…[15].

Quanto appena visto, tuttavia, è il prodotto degli, mi sia passato il termine, “outlet d’informazione” italiani. Quale è, invece, il sentire comune, quello che proviene, per così dire, dalla “pancia” del Paese? Guardiamo ad alcuni commenti che i lettori fanno degli articoli proposti dai quotidiani nazionali online (questi commenti sono considerati da me piuttosto attendibili in quanto coperti da anonimato e protetti dall’astrattezza dell’arena pubblica). Uno in particolare, nella moltitudine, colpisce l’attenzione:

i muri non bastano, non basteranno a fermare questa invasione barbarica che produrrà soltanto distruzione, come d’altronde tutte le invasioni. Non è più un fenomeno di immigrazione… È un’incontenibile invasione. […] Fu una carneficina e fu il crollo di una civiltà. Siamo arrivati, purtroppo, a una scelta: o noi o loro[16].

Si propone qui lo stesso binomio oppositivo che abbiamo visto in apertura: noi da un lato e loro/i barbari dall’altro. Se accogliamo criticamente il parallelismo tra la situazione attuale e l’epoca delle invasioni barbariche, è d’obbligo ora fare un salto indietro nel tempo per dare uno sguardo al modo con cui gli autori latini pensano ai barbari, o forse sarebbe meglio dire a ciò che delle fonti classiche i media di oggi prendono come riferimento.

Nel corso del III secolo l’Impero romano si trova a fronteggiare una grave crisi generalizzata che, proprio per la diffusione capillare e per l’intensità dei suoi effetti, è stata spesso additata come uno tra i possibili momenti periodizzanti nella frattura rispetto allo splendore della Classicità. Il IV secolo, quindi, si apre con un grande punto interrogativo sul futuro dell’impero che, se sul piano politico viene presto risolto prima da Diocleziano e poi da Costantino, arrivando sul finire del secolo a trovare conferme nel governo di Teodosio, sul piano sociale lascia una ferita profonda che fatica ad emarginarsi.

Il momento di crisi appena vissuto, l’incertezza sul futuro, il dover fare i conti con un impero che ormai appare in evidente affanno e sembra non rispecchiare più la forza e la solidità detenute in passato, contribuiscono infatti a promuovere un senso di inquietudine che spinge verso la ricerca di una causa esterna all’impero, un capro espiatorio che permetta di evitare il ricorso ad un’analisi introspettiva.

La paura può essere facilmente indirizzata su un oggetto che magari ha poco a che vedere con il problema di fondo, ma che serve come un facile surrogato, spesso perché è già bersaglio di disapprovazione. Era molto più facile accusare – i barbari – dei problemi economici e politici piuttosto che indagarne le cause reali[17].

Le narrazioni del IV secolo ben evidenziano questa logica interpretativa. In primo luogo, sia gli autori cristiani che quelli pagani sono concordi nel raccontare l’universo barbarico nei termini di un’entità numericamente elevata. Un «enorme bubbone»[18] costituito da «popoli così innumerevoli, da lungo tempo raccolti per incendiare l’impero romano»[19] che si diffonde «come un turbine dalle montagne scoscese ed altissime verso i luoghi vicini»[20], aiutato nella sua diffusione dalle autorità preposte al controllo dei confini: le quali «s’impegnarono con somma cura perché non rimanesse indietro nessuno di quelli che avrebbero distrutto lo stato romano, neppure se fosse in preda a morbi mortali»[21].

Non è esclusivamente il numero dei barbari a preoccupare: è anche la loro diversità tanto nell’aspetto quanto negli usi che intimorisce, se non addirittura spaventa, i Romani. Leggendo Eusebio, sappiamo che: «si potevano vedere, disposte in fila, figure di barbari dagli abbigliamenti più disparati, differenti nei tratti somatici e diversissimi nell’acconciatura dei capelli e della barba, l’aspetto dei loro volti truci era barbarico e terribile e l’altezza dei loro corpi era smisurata; alcuni avevano i volti di un colore tendente al rosso, altri erano più bianchi della neve»[22].

Alcuni riferimenti alla moda barbarica si possono rintracciare anche leggendo tra le righe la critica portata da Sinesio al declino della propria società. A suo dire, un chiaro segno della fase di declino in cui versa Roma si ha «quando un uomo vestito di pelli comanda a quelli che indossano la clamide, e quando uno, spogliatosi della pelliccetta di cui era coperto, veste la toga e discute l’ordine del giorno insieme ai magistrati dei Romani, col console che gli offre il posto d’onore accanto a sé, mentre quelli che ne avrebbero diritto stanno dietro»[23].

Il passo di Sinesio ci introduce anche ad un altro aspetto: quello dell’integrazione tra Romani e Barbari. Se da un lato Libanio, rivolgendosi a Teodosio, ricorda che l’integrazione dei nemici sconfitti è sempre stata nelle tradizioni dei Romani[24], dall’altro lato l’Historia Augusta chiarisce i termini di questa integrazione: «ormai tutti i barbari arano per voi, vi fanno da schiavi, e combattono contro le genti dell'interno»[25]. E nonostante vi siano voci fuori dal coro, come quella di Temistio, il quale sostiene che «in ogni uomo vi è un elemento barbarico, selvatico e ribelle: l’iracondia e le voglie insaziabili»[26], l’idea dominante resta quella di una assoluta antitesi tra Barbari e Romani, come quella che sussiste tra bestie e uomini[27].

Se l’integrazione non è possibile, o non è più possibile, questo non dipende da Roma, ma in primo luogo dalla slealtà dei Barbari e, in secondo luogo, dalla loro ferocia. Se i Romani «con la loro eterna lealtà avevano innalzato al cielo la loro fortuna»[28], i Barbari «mantennero le promesse poiché la paura serviva da freno alla slealtà»[29] ed è quando la forza coercitiva dell’impero viene meno che i nemici di Roma trovano uno spiraglio per le proprie trame[30].

C’è una caratteristica, tuttavia, che produce maggior sconcerto nelle menti latine: la ferocia. Riprendendo ancora una volta Ammiano leggiamo che a metà del IV secolo «si levarono popoli ferocissimi ad invadere i territori»[31]. Troviamo, così, «i barbari Austoriani, popolo sempre pronto a compiere rapine, scorrerie ed avvezzo a vivere di preda e stragi»[32] e «vanno particolarmente menzionati per l’immane ferocia gli Odrisi, i quali erano talmente avvezzi a versare sangue umano che, quando non c’erano nemici, essi stessi durante i banchetti, sazi di mangiare e di bere, immergevano le spade nei corpi dei propri connazionali come se fossero stranieri»[33].

La ferocia dei barbari è tale che, a fronte di un impero impotente, solo la Provvidenza può porvi dei limiti, come insistono le fonti cristiane[34]. Dal momento, però, che non sono solo gli uomini ad essere feroci, ma anche le loro donne, le quali «se a un improvviso assalto dei romani venivano chiuse in mezzo ai carri, in mancanza di giavellotti o di qualsiasi altro oggetto che il furore potesse utilizzare come arma, gettavano in faccia ai nemici i loro piccoli dopo averli uccisi sbattendoli per terra, compiendo un duplice delitto ad ogni figlio ucciso»[35], non vi è allora alcuna possibilità di venire a patti con popolazioni tanto animalesche, un nemico così diverso e lontano dalla civiltà che «nella strage amerebbe non tanto la gloria o il bottino, quanto, per inesauribile crudeltà, la strage stessa»[36]. Nel IV secolo come oggi, avvertiamo dunque un crescente senso di assedio che favorisce l’avanzata di quei movimenti nazionalisti e identitari che fanno della strategia della paura nei confronti dell’alterità un caposaldo della propria comunicazione narrativa.

Tornando quindi alla domanda posta in apertura: stiamo rivivendo una storia vecchia di secoli? Oppure è una semplice suggestione utile per qualche scopo? Dagli esempi che abbiamo visto direi che la risposta è affermativa per entrambi gli interrogativi.

Più che una storia già sentita, penso che, fatti i necessari distinguo, stiamo rivivendo una situazione comune alla storia dell’umanità: da un lato persone che migrano per una molteplicità di motivi e, dall’altro lato, persone che vivono nei luoghi dove i primi si vorrebbero stanziare, aprendo così una serie di questioni di botta e risposta legate all’accettazione o al rifiuto dei nuovi arrivati. Ecco allora che, poiché come evidenziano alcuni studi sociologici «negli esseri umani è presente una tendenza generalizzata, nel tempo e nello spazio, a valutare in modo negativo il «diverso» e a difendere in tutti i modi i gruppi di appartenenza»[37], chiunque tratti di tali problematiche, tende a farlo servendosi di un pacchetto di stereotipi e pregiudizi verso l’altro, barbaro o immigrato che sia, molto simile nelle sue articolazioni.

A chi sostiene che è legittimo avere paura di ciò che non si conosce, dell’altro, del diverso, ma non bisogna temerlo a prescindere, che non dovremmo permettere a qualcuno di decidere per noi chi è il nostro nemico, le regole dell’universo mediatico rispondono che «affrontare la paura, darle un nome, dare un volto al nemico è una necessità dell’uomo – necessità tanto nota quanto sfruttata da quel potere politico che vuol costruire il nemico là dove, secondo le sue perverse logiche, è necessario. Una paura senza nome e un nemico senza volto producono alienazione. O almeno possono produrla»[38].

Quindi, in fondo, non importa se il folklore sui barbari, vecchi e/o nuovi, sia fondato oppure no. Come abbiamo avuto modo di vedere, esso, analizzato nella dialettica tra identità e alterità, può costituire il terreno fertile per la nascita e lo sviluppo di pregiudizi e stereotipi, spesso indipendenti dal pensiero razionale. A ciò contribuisce quella forma del pensiero umano che la psicologia chiama euristica, ossia quella modalità di pensiero che in modo rapido e intuitivo, esulando da un ragionamento logico, porta a raggiungere conclusioni con tempistiche e sforzi cognitivi estremamente ridotti. In altre parole, funziona come una scorciatoia mentale che permette di avere accesso a informazioni immagazzinate in memoria. Se, in molti casi, tale schema mentale ci aiuta nelle azioni più comuni evitandoci di dedicare eccessivo tempo a compiti “base”, quando quelle informazioni sono inesatte, quando in memoria abbiamo un archivio di credenze costituitesi su pregiudizi astratti che non si generano su dati di realtà ma si acquisiscono a priori senza critica o giudizio, incorriamo in errori di ragionamento, che si ripresentano costanti nel tempo finché non vengono apportate le modifiche necessarie nella memoria.

Ecco, dunque, che la riflessione di Sidonio Apollinare, può essere esemplificativa, con le dovute precauzioni, di un modello di pensiero tanto antico quanto attuale: «Tu eviti i barbari perché hanno fama di essere malvagi, io li fuggirei anche se fossero buoni»[39].

Così, Roma, la Civiltà con la C maiuscola, la nostra civiltà, è sotto assedio! E, oggi come allora, se a Nord «ben provide Natura al nostro stato,/quando de l’Alpi schermo/pose fra noi et la tedesca rabbia»[40], a Sud «lo stretto braccio di mare che separa l’Italia dalla Sicilia fu la nostra unica protezione»[41].


Note

1 Wikipedia.it (ultima consultazione il 23-03-2020).

2 Rupert Brown, Psicologia sociale del pregiudizio, Il Mulino, Bologna, 1997, p. 15.

3 Salv., De gub. Dei, VII.VI.24.

4 Geert Wilders, The Failure of Multiculturalism and How to Turn the Tide, Roma, 25-03-2011.

5 Wilders, The Failure of Multiculturalism and How to Turn the Tide, cit.

6 Alessandro Barbero, Barbari. Immigrati, profughi, deportati nell’impero romano, Laterza, Bari, 2006, p. 5. Corsivo nostro.

7 Wilders, The Failure of Multiculturalism and How to Turn the Tide, cit. Trad. it. propria. Corsivo nostro.

8 Pietro Pagliarella, Immigrazione e integrazione, come affrontarle: la “lezione” degli antichi romani, in “CiociariaOggi.it”, 02-03-2019. Corsivo nostro.

9 Migranti, cardinale Sarah: “Non si possono accogliere tutti”, in “L’Opinione delle libertà.it”, 08-04-2019. Corsivo nostro.

10 Giuseppe Valditara, L’impero romano distrutto dagli immigrati. Così i flussi migratori hanno fatto collassare lo stato più imponente dell’antichità, Il Giornale, Milano, 2016, p. 9.

11 Alastair Crooke, L’Italia, l‘UE e la caduta dell’Impero Romano, in “Voci dall’Estero”, 07-12-2018. Corsivo nostro.

12 Matteo Sacchi, La cittadinanza non si regala! Come insegna la storia di Roma, in “Il Giornale”, 27-03-2016. Corsivo nostro.

13 Francesco Alberoni, Non dimentichiamo la lezione delle invasioni barbariche, in “Il Giornale”, 20-12-2015. Corsivo nostro.

14 Susanna Donatella Campione, I nuovi barbari che arrivano a Roma, in “2Righe.com”, 27-08-2018. Corsivo nostro.

15 Paolo Mieli, Da Odoacre a Salvini. Chi evoca i barbari al potere, in “Il Corriere della Sera”, 28-08-2018. Corsivo nostro.

16 Pier Giorgio Gawronski, I migranti di oggi non sono come i Goti del V secolo, in “Il Fatto Quotidiano”, 30-08-2015.

17 Martha Nussbaum, La nuova intolleranza. Superare la paura dell’islam e vivere in una società più libera, il Saggiatore, Milano, 2012, p. 37. L’autrice nel testo si riferisce agli ebrei, ma penso sia significativo notare che l’estratto si possa collocare altrettanto efficacemente in riferimento ai barbari, essendo entrambe “popolazioni” prese a capri espiatori dei problemi della loro epoca.

18 Hist. Aug., Claud., VI, 6.

19 Amm., Hist., XIX.2.4.

20 Amm., Hist., XIV.2.2.

21 Amm., Hist., XXXI.4.

22 Eus., Vita Cos., IV.7.

23 Sin., De regno, XIV-XV.

24 Lib., Or., XXX.5.

25 Hist. Aug., Prob., XV.2.

26 Temist., Or., X.131.

27 Prud., Contra Symm., II, vv. 816-819.

28 Amm., Hist., XXVIII.2.7.

29 Amm., Hist., XVII.1.13.

30 A titolo esemplificativo si veda: Amm., Hist., XX.1.1 e XXVII.12.1-4.

31 Amm., Hist., XXVI.4.5.

32 Amm., Hist., XXVIII.6.2.

33 Amm., Hist., XXVII.4.9.

34 Aug., De civ. Dei, V.23.

35 Oros., Hist. ad Pag., VI.21.17.

36 Oros., Hist. ad Pag., VII.37.9.

37 Alberto Voci, Lisa Pagotto, Il pregiudizio. Che cosa è, come si riduce, Laterza, Bari, 2010, p. 7.

38 Marco Filoni, Anatomia di un assedio. La paura nella città, Skira, Milano, 2019, p. 89.

39 Sid. Ap., Ep., VII.XIV.X.

40 Petrarca, Canzoniere, CXXVIII, vv. 33-35.

41 Ruf., Ad Ursacium, PG 12.