Come citare questo articolo: , Benvenuti. Una “buona” storia per il teatro di Zero Beat, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 4 (2020) []. https://rivista.clionet.it/vol4/societa-e-cultura/teatro/devincenzi-benvenuti-una-buona-storia-per-il-teatro-di-zero-beat. Ultimo accesso 25-10-2020.

Il 1979 è un «anno balordo», scrive Lietta Tornabuoni, ma è anche l'anno della «gran campagna generosa a favore dei profughi vietnamiti»[1]. La tragica fuga dal Vietnam di migliaia di persone, su fragili barche buttate nell'Oceano o attraverso i confini a piedi, scuote l'opinione pubblica italiana proprio mentre ci si preoccupa del riscaldamento e del prezzo della benzina, dell'inflazione, mentre la disoccupazione cresce, come crescono anche gli attentati nelle strade, i tossicodipendenti e gli emuli di John Travolta[2]. Dopo mesi di tentennamenti, il Governo italiano decide di agire: accoglierà alcuni profughi stremati nei campi della Cambogia, della Thailandia, della Malesia, di Singapore e Hong Kong, ma, soprattutto, invia nel Mar della Cina tre navi della Marina Militare a salvare quasi mille persone che rischiano la vita in mare.

Una storia “buona”, abbiamo pensato quando ci è capitato tra le mani un articolo di Nicolò Zuliani pubblicato su Termometro Politico che ne parlava[3]. Una storia di accoglienza positiva, che noi di Zero Beat[4] non conoscevamo. Una storia “buona” per una operazione teatrale legata alla memoria. Da qui l'idea della produzione teatrale cui abbiamo dato il titolo Benvenuti.

Così sono iniziate le letture[5] e le ricerche in rete, l'indagine negli archivi dei quotidiani e i periodici del tempo, gli interventi dei parlamentari nelle aule di Montecitorio e Palazzo Madama, le testimonianze dirette di profughi vietnamiti e loro figli, dei marinai in missione in mari lontani, di medici e volontari dei campi di raccolta o semplici cittadini. La ricerca di eventuali testimoni, nelle zone a noi vicine, e poi i viaggi ad Asolo, Cesenatico, i contatti e le telefonate. Per ricostruire la vicenda, interessati a indagare sugli atteggiamenti e la sensibilità degli italiani di quarant'anni fa.

Quelli coinvolti direttamente – i marinai della “Missione di Soccorso ai Profughi Vietnamiti”, i deputati e i senatori uniti nel chiedere di «aprire le porte ai fratelli del Vietnam»[6], ministri e sottosegretari impegnati a difendere il Governo dalle polemiche e a coordinare gli interventi[7]; gli intellettuali in crisi di fronte all'immagine dell'oppressivo regime vietnamita; i giornalisti che si affacciano alla porta del Campo Profughi di Latina, salgono sulle navi militari, e scrivono di persone, comitati e centri pronti all'ospitalità – ma anche tante persone comuni, coinvolte da un senso spontaneo di solidarietà e di simpatia per i fuggiaschi del Vietnam. Figure che nello spettacolo Benvenuti divengono a volte personaggi, a volte anonime voci.

Dalle nostre ricerche veniamo a scoprire che già dall'autunno del 1978 le parrocchie si mobilitano, fanno “cene del digiuno” e “marce della pace”, il Papa polacco, prega «per quei Vietnamiti che, lasciata la loro terra, soffrono perché non trovano chi con senso di umanità li accolga o chi venga incontro ai loro disagi e alle loro necessità»[8], e più volte lancia appelli. Deputati e senatori prendono la parola[9], fanno interrogazioni, interpellanze e mozioni, propongono azioni, ricordano l'aiuto dato agli esuli cileni solo qualche anno prima, quando li si era andati a prendere con gli aerei[10], perché va superato quel limite che ci si è dati con la “riserva geografica” al momento della firma della Convenzione di Ginevra[11].

In quei mesi si inizia a capire il dramma dei vietnamiti, il dramma di un paese uscito da una lunga guerra, diviso in due e ora riunito, ma in cui è vivo il contrasto tra due culture, che rappresentano in sostanza l'ordine mondiale diviso in due blocchi. Se nel nord Vietnam c'è la cultura dell'apparato statale stalinista, la cultura del Sud non è certo solo quella ereditata dalla corruzione e dalla violenza del presidente Thieu, ma quella della televisione, della radio, e dei mezzi di informazione che, fino al 1975, hanno fatto circolare le mode di Parigi o di Roma, nonostante le torture e le gabbie di tigre. I soldati venuti dal Nord per “liberare” Saigon, a fine aprile del 1975, si impegnano per sradicare la cultura del Sud, la cultura dei “fantocci”. Per loro

“fantoccio” era tutto quello che aveva avuto a che fare col vecchio regime, tutto ciò che di vietnamita era stato contaminato, imbastardito dalla presenza straniera ed in particolare americana.
Non c'erano solo soldati, impiegati, ufficiali, ministri, poliziotti, magistrati, “fantocci”; c'era una cultura, una mentalità, un'arte, un modo di vita “fantoccio”. […] Per costruire “una società nuova, fresca, gioiosa e rivoluzionaria”, tutto ciò che era marchiato come “fantoccio” andava escluso, finché non fosse stato cambiato, rimodellato, in altre parole purificato. […] L'essere “fantoccio” era una malattia, ma non inguaribile […], era una colpa, ma non imperdonabile. La cura sarebbe venuta poi con hoc tap, la rieducazione, il bagno nella Rivoluzione[12].

Diviene chiaro a poco a poco, che molti vietnamiti fuggono da quella “rieducazione” imposta da un regime corrotto, che reprime con l'indottrinamento ideologico e i campi di concentramento, che delega alle mine, alla malattia, alla fame o al mare la cura di eliminare il “nemico di classe”. Anche i lampioni e i pali del telegrafo, se avessero le gambe scapperebbero dal Vietnam pure loro[13]. Così, l'inverno del 1979 cancella in Occidente il sogno giovanile, il mito del Vietnam, il sogno della vittoria del mondo nuovo. La vittoria di Davide contro Golia, del piccolo contro il grande, del povero contro il potente[14].

L'inizio dell'estate fa precipitare gli eventi. Nel Sud-Est asiatico la situazione si è fatta esplosiva: Hong Kong scoppia per gli arrivi, la Malesia ributta in mare i profughi vietnamiti considerati “immigrati illegali” e promette di sparare a vista alle altre barche che arriveranno, la Thailandia li rimanda a casa, l'Indonesia vuole sbarazzarsene e sorveglia le sue coste con aerei e navi da guerra. Migliaia di miseri randagi rischiano di morire in mare, su qualche isola deserta, nei campi di raccolta. È in quei giorni che si decide tutto. Il Presidente Pertini interviene nelle ultime settimane di giugno[15] e sprona il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti.

Se già dalla metà di maggio il Governo ha deciso di accogliere quei profughi stremati nei campi della Cambogia, della Thailandia, della Malesia, di Singapore e Hong Kong, individuati dalla Caritas – unica condizione: che per loro si trovi nel nostro Paese un'idonea sistemazione nel mondo del lavoro, oltre all'alloggio – è alla fine di giugno che si dà il via alla missione. I quotidiani ne danno notizia il 29 giugno. Quella mattina le navi della Marina Militare che vengono allertate sono tre: gli incrociatori Vittorio Veneto e Andrea Doria e la rifornitrice Stromboli. Missione immediata, le ferie dei marinai possono aspettare: si va in un mare molto più grande del Mediterraneo per salvare i naufraghi. Atenere le fila, anche dell'operatività di regioni e di province, è chiamato il sottosegretario Giuseppe Zamberletti, che ha già gestito l'emergenza terremoto in Friuli.

Si salpa da Taranto il 5 luglio per Singapore senza sosta alcuna... e senza che il Governo, dimissionario, informi e chieda il benestare al Parlamento. Gli onorevoli se ne lamentano ed esprimono le proprie perplessità per le vaghe indicazioni sul «programma operativo», ma il rappresentante del Governo – Forlani – si presenta in Commissione Esteri il 17 luglio alla Camera e il 25 luglio al Senato[16], quando le navi ormai sono già nel Mar della Cina, seppur distanti dalle acque territoriali della Repubblica Democratica del Vietnam, al fine di evitare ogni possibile complicazione militare internazionale.

Intanto, a Fiumicino arrivano i profughi selezionati dalla Caritas, primi tra gli scaglioni di 50-80 persone che arriveranno ogni volta in aereo dai campi di raccolta asiatici per affluire al centro di assistenza di Latina, mentre in tutta Italia cresce il numero dei comitati regionali, provinciali e locali per il coordinamento degli aiuti ai profughi del Vietnam.

Il 26 luglio la nave Vittorio Veneto incrocia una imbarcazione di circa 25 metri. Sono profughi alla deriva. In acqua il gommone: un pilota, un medico, un incursore e Padre Filippo, l'interprete vietnamita che impugna il megafono:

Le navi vicine a voi sono della Marina Militare dell’Italia e sono venute per aiutarvi. Se volete, potete imbarcarvi sulle navi italiane come rifugiati politici ed essere trasportati in Italia. Attenzione, le navi vi porteranno in Italia, ma non possono portarvi in altre nazioni e non possono rimorchiare le vostre barche. Se non volete imbarcarvi sulle navi italiane potete ricevere subito cibo, acqua e infine assistenza e medici. Dite cosa volete fare e di cosa avete bisogno[17].

I profughi iniziano a salire a bordo della Vittorio Veneto. Tutti gli ordini sono saltati: si aiuta quella gente a salire, a stare in piedi. 128 scampati alla morte ora nella foresta di letti a castello. È il primo salvataggio cui segue quello effettuato in nottata dall'Andrea Doria. Poi per tre giorni non si incontrano che barche di pescatori. C'è comunque “traffico” in alto mare: il mercantile Sea Sweep dell'associazione americana “World Vision” ha girato in queste acque per giorni prima di soccorrere qualcuno, solo l'altro giorno la nave norvegese “Lysekil” ha imbarcato 252 profughi, e 370 ne hanno con sé le navi tedesche che riforniscono le piattaforme petrolifere. La nave “Wabash” della 7a Flotta americana ha annunciato di averne raccolti diciannove[18]. I marinai italiani continuano a sperare...

È l'ultimo giorno di luglio che rovescia gli infausti pronostici: in mattinata si incrociano due motovedette malesi con a bordo dei profughi vietnamiti. Spetta anche alla nave “Stromboli” ospitarli a bordo. Gli ultimi 392 profughi, arrivano nel primo pomeriggio, “consegnati” da altre due motovedette malesi. È il risultato degli accordi diplomatici con le autorità malesi dell'onorevole Zamberletti, giunto nel Sud-Est asiatico per risolvere la questione.

A Singapore il giorno successivo vengono sbarcate 16 persone che necessitano di cure ospedaliere. Le navi italiane sono pronte a riprendere il mare, verso casa, con a bordo 891 persone salvate. La missione nel Mar Giallo finisce, ma iniziano giornate di nuova amicizia tra marinai e fuggiaschi imbarcati, che imparano le prime parole d'italiano. Nessuno risulta affetto da malattie infettive, quindi... fine della quarantena! Sono soprattutto sorrisi: si sorride e si discorre come vecchi amici aspettando il domani. Si è una sola comunità, su queste navi in mezzo al mare. E insieme ci si commuove all'arrivo: niente è così suggestivo come attraccare a Venezia, di fronte a Piazza San Marco. Da lì, sulla terraferma, i profughi salgono su tanti pullman. Cinque corriere partono per Cesenatico, altre per il Campo Profughi di Padriciano, vicino a Trieste, altre per le colonie di Asolo e Sottomarina di Chioggia. Saranno sistemazioni provvisorie, come per i gruppi di vietnamiti arrivati in aereo, ospitati a Latina e nei centri della Caritas.

L'arrivo dei vietnamiti è anche preceduto da qualche polemica: il commissario Zamberletti avrebbe elaborato un programma fissando le quote per ciascun centro ma senza interpellare gli enti locali interessati; Croce Rossa e Caritas sgomitano per la sistemazione dei vietnamiti, di fatto scavalcando le istituzioni locali lasciate come fanalino di coda; non tutte le province hanno attivato i loro comitati, alcune non li hanno nemmeno costituiti. C'è chi è preoccupato degli ambienti prescelti per l'ospitalità, degli aspetti igienico-sanitari, delle prospettive di una adeguata sistemazione, ma tutto procede per il meglio. Alla fine di settembre sono giunti in Italia, oltre alle 891 persone sbarcate a Venezia dalle navi della Marina militare, altri 394 profughi dal Vietnam[19].

Il Governo, che per la prima volta si presenta davanti alle Assemblee di Camera e Senato, ritiene di aver bene interpretato i sentimenti del paese, che avrebbe giustamente condannato l'assenza dell'Italia dalle iniziative e dagli interventi da più parti già intrapresi per alleviare le sofferenze di un popolo tanto duramente colpito. In questa prospettiva continuerà ad agire garantendo ad essi tutta l'assistenza morale e materiale prevista per i rifugiati dalle vigenti disposizioni di legge e dalle convenzioni internazionali, ma soprattutto procurando di ristabilire intorno ad essi un clima di cordiale umanità e di serena fiducia in un avvenire sicuro.

La seconda fase dell'accoglienza inizia a metà ottobre. Affidati dal Ministero dell'Interno alla Caritas, molti vietnamiti lasciano i centri della Croce Rossa di Asolo, Sottomarina di Chioggia e Cesenatico. Vengono condotti dai mezzi della Caritas alla colonia di Calambrone di Pisa da dove raggiungono le destinazioni definitive: diocesi, parrocchie e comunità hanno offerto case e lavoro[20]. Spaesati, sballottati da una città all'altra come pacchi postali, i profughi vivono in un clima di incertezza e carico di incomprensioni. Molti non sanno ancora dove andranno a finire. «Occhi bui e solitari. Occhi di profughi»[21], sbarcati senza colpa su un pianeta sconosciuto. Sono i primi vietnamiti arrivati in Piemonte, nelle città e nei paesi delle altre regioni. «L'ignoranza della [nostra] lingua li rende sordomuti, li isola in un clamore di voci indecifrabili»[22]. La comunicazione è difficile: per noi la loro lingua è «una cantilena gentile ma incomprensibile»[23].

Sebbene talvolta si sentano alla radio e si leggano nelle lettere inviate ai quotidiani pareri discordanti[24], tantissimi sono i gesti ospitali degli italiani. La ditta Piazzardi di Varzi (Pavia) mette a disposizione gratuitamente un pullman. Emilio Turretta, un pensionato di Borgosesia si offre come interprete: già «padrone» di 7 lingue, ne ha imparato adesso un'altra. Là dove non arriva la sua “conoscenza” l'aiuta il vocabolario. Il Dott. Gabriele Trivellato, medico di base padovano, visita gratuitamente i vietnamiti. Don Vasco Bertelli, il parroco di Pontedera, in Toscana, ospita una famiglia di profughi. Come Agostino Mantovani, direttore dell'Unione Agricoltori di Brescia, che a febbraio ha ospitato nella sua casa di Mantova 17 vietnamiti[25], altri accolgono nelle proprie case o aggiustano appartamenti per i vietnamiti. I coniugi Firato, Carla e Beppe Firato, di Penango (Asti), ospitano tre profughi e danno loro un lavoro. Riki Comi, professore di Galliate (Novara), dà vita a un apposito comitato che deciderà le iniziative da prendere per salvare i profughi vietnamiti. E poi ci sono quei maestri e quelle maestre che ogni sera, dopo cena, vanno dai profughi ad insegnar loro l'italiano. Sono solo alcuni di una “Squadra” che ha centinaia di partecipanti... storie di eroi comuni di un modello di accoglienza che coinvolge i cittadini... Il cuore della gente batte per tenere le “porte aperte”[26].

I miei genitori hanno dei bei ricordi, in quegli anni c'era solidarietà, mio padre aveva già trovato lavoro, stavano in una canonica, per quello abbiamo dei nomi biblici, ho ricordo di un prete e di una suora che stavano con noi... mio padre ha fatto anche la comparsa nei film... ho una foto di mio padre con Tom Selleck, mio padre faceva il meccanico a Roma, andarono anche in Jugoslavia per girare questo film intitolato “Avventurieri ai confini del mondo”... lui e tutta la sua compagnia di amici, perciò erano stati bene, erano stati accolti...[27].

Questa la “buona” storia, che abbiamo deciso di narrare con le armi del nostro teatro: le videoproiezioni che con contributi dagli anni Settanta accompagneranno il pubblico nel clima di quell'epoca, la scena su più livelli, una drammaturgia costellata di salti di registro, dal documentaristico al grottesco, quattro attori a rappresentare molteplici personaggi, un musicista in palcoscenico. Lo spettacolo debutterà il prossimo 5 dicembre nella stagione 2019/2020[28] di “Pnp - Pubblico non Privato”, rassegna di teatro partecipato[29] in provincia di Mantova, giunta alla terza edizione, come le precedenti organizzata da Teatro Magro in collaborazione con Zero Beat e Comune di San Benedetto Po e cofinanziata da Fondazione Cariplo.


Note

1 Lietta Tornabuoni, Facce dell'anno vecchio, in «La Stampa», 3 gennaio 1980, p. 2.

2 Cfr. Paolo Morando, Dancing Days: 1978-1979. I due anni che hanno cambiato l’Italia, Laterza, Bari, 2009.

3 Nicolò Zuliani, Quando negli anni ’80 la marina militare italiana riuscì a fare l’impossibile, https://www.termometropolitico.it/1455616_quando-negli-anni-80-la-marina-militare-italiana-riusci-a-fare-limpossibile.html.

4 Zero Beat è il nome che abbiamo dato alla nostra cooperativa, nata nel 2000 nell’Oltrepò Mantovano. Riunisce persone provenienti da diverse esperienze in ambito audiovisivo, teatrale e musicale, accomunate da un interesse per la ricerca e la sperimentazione. Vari sono i rami d'attività della cooperativa. Nell'ambito delle produzioni teatrali, il lavoro si fonda sulla ricerca di percorsi di interazione tra forme espressive differenti: il lavoro sul corpo e sulle azioni fisiche, la relazione con la creazione ritmica e sonoro-musicale, l’interazione con l’audiovisivo, in un gioco che si snoda sull’equilibrio e lo scambio tra l’azione scenica dell’attore, il lavoro evocativo del musicista e quello virtuale del videomaker. Si veda il sito: www.zerobeat.it.

5 Di fondamentale importanza si è rivelato questo volume: Andrea Possieri, Rifugiati. La vicenda storica dei profughi indocinesi in Italia (1978-1979), Morlacchi Editore, Perugia, 2019.

6 L'affermazione compare già a fine 1978 negli appelli dei missionari e delle organizzazioni cattoliche, ma viene ripresa dai parlamentari democristiani. Si vedano: Possieri, Rifugiati. La vicenda storica dei profughi indocinesi in Italia, cit., p. 57; interrogazione dell'onorevole Giuseppe Costamagna n. 3-03397, Camera dei Deputati, seduta 387 del 15 gennaio 1979.

7 Ad esempio, gli interventi sui quotidiani dell'allora Ministro degli Affari Esteri, Arnaldo Forlani: in particolare, le lettere “al direttore” pubblicate in «Corriere della Sera», 6 marzo 1979, e in «La Stampa», 8 marzo 1979.

8 Si veda l'Angelus del 3 dicembre 1978, https://www.vatican.va/content/john-paul-ii/it/angelus/1978/documents/hf_jp-ii_ang_19781203.html.

9 La posizione del Partito Comunista Italiano, affermata sul quotidiano del partito, si differenzia da quella delle altre forze politiche, in quanto il Pci attribuisce le responsabilità all'Occidente imperialista e rifiuta la tesi della fuga da un regime oppressivo e dittatoriale. Un cambio di prospettiva si avrà solo alla fine di giugno del 1979. Si vedano: Emilio Sarzi Amadè, Perché se ne vanno dal Vietnam, in «L'Unità», 6 dicembre 1978, p. 16; Possieri, Rifugiati. La vicenda storica dei profughi indocinesi in Italia, cit., pp. 71-74.

10 In merito alla vicenda degli esuli cileni arrivati in Italia nel 1973, si vedano: Alfredo Mignini, Dalla Moneda a Modena. Per una storia orale dell’esilio cileno e dell’accoglienza in Emilia Romagna, in «E-Review. Rivista degli Istituti Storici della Resistenza dell’Emilia Romagna», 6, 2018, DOI: 10.12977/ereview256; Erminio Fonzo, Chilean Refugees in Italy: a Forgotten Story, https://www.researchgate.net/publication/333004575_Chilean_Refugees_in_Italy_a_Forgotten_Story.

11 Il governo italiano vincola la propria posizione alla cosiddetta “riserva geografica”, condizione posta nel 1954, al momento dell'adesione italiana alla convenzione di Ginevra del 1951, che limita, dunque, all’accoglimento dei soli profughi europei. Cfr. Possieri, Rifugiati. La vicenda storica dei profughi indocinesi in Italia, cit., pp. 15-22.

12 Si veda Tiziano Terzani, Pelle di leopardo/Giai phong! La liberazione di Saigon, Longanesi & C., Milano, 2000, p. 286.

13 Si veda Possieri, Rifugiati. La vicenda storica dei profughi indocinesi in Italia, cit., pp. 63-65.

14 Cfr. ivi, pp. 66-67. Si veda anche l'intervista ad André Glucksmann e Françoise Renberg, C'è una storia del Vietnam di cui non sapevamo quasi nulla, in «Lotta Continua», 21 febbraio 1979, pp. 4 e 5.

15 «Avanti!», 22 giugno 1979, n. 141, p. 1.

16 Si vedano i verbali delle sedute delle Commissioni parlamentari, disponibili negli archivi online di entrambi i rami del Parlamento.

17 In merito alla “Missione di Soccorso ai Profughi Vietnamiti”, si vedano, oltre al più volte citato volume di Possieri, anche Luigi Callegaro, Operazione Vietnam, in «Bonus Miles Christi», 4 (1979), pp. 216-220, e gli articoli dei giornalisti in quei giorni imbarcati sulle tre navi della Marina: Goffredo Silvestri per Ansa, Giuliano Zincone per il «Corriere della Sera», Bruno Tedeschi per «Il Messaggero», Mimmo Càndito per «La Stampa».

18 Si vedano le pagine web: https://www.worldvision.org.sg/en/about-us/who-we-are; https://refugeecamps.net/Norwegianships.html; https://www.youtube.com/watch?v=HWYgls5VPjg (The USS Wabash Rescued Vietnamese Boat People). Inoltre, si vedano gli articoli di Goffredo Silvestri, Salpano stamane le navi italiane, in «Gazzetta di Mantova», 25 luglio 1979; Id., Profughi: tutto sommato poche le barche incrociate finora, ivi, 30 luglio 1979.

19 In quegli anni, 3.336 vietnamiti verranno ospitati in Italia, molti giunti anche in virtù del ricongiungimento famigliare. Si vedano: Giovanni Ferrari, Rifugiati in Italia. Excursus storico-statistico dal 1945 al 1995, https://www.unhcr.it/wp-content/uploads/2015/12/Excursus_storico-statistico_dal_1945_al_1995.pdf.; Fabio Tosi, Di navi, sbarchi e approdi. L’accoglienza italiana ai boat people vietnamiti, quarant'anni fa: una lezione di civiltà per il nostro tempo, http://studindocinesi.blogspot.com/2019/03/laccoglienza-italiana-ai-boat-people.html; Giulia Pelone, L’accoglienza dei richiedenti asilo tra storia e attualità: alcuni esempi positivi di inclusione, tesi di laurea, Università di Bologna, 2015-2016, p. 40.

20 Si veda «Dalla Croce Rossa alla Charitas: che succede ai profughi viet? Circa 350 sono stati trasferiti ieri sera da Asolo, Chioggia e Cesenatico - Clima teso e polemiche, in «Giornale di Brescia», 12 ottobre 1979, p. 17.

21 Renato Rizzo, I vietnamiti di Bibiana. Gara di solidarietà per una famiglia di profughi. Otto persone: due coniugi, cinque figli (la più piccola ha quattro mesi) e un parente. Sorridono, conoscono una sola parola di italiano: «Grazie» - Ospiti nella villa di un commerciante, dopo 3 mesi al campo di Latina - «Come siamo scappati da Saigon», in «La Stampa», 30 settembre 1979, Cronaca di Torino, p. 11.

22 Lietta Tornabuoni, Profughi da Saigon sognando l'America. L'attesa disperata dei vietnamiti che vivono nelle baracche di Latina, in «La Stampa», 29 dicembre 1978, p. 1.

23 Domenico Quirico, «Noi profughi vi diciamo grazie». Tre giovani vietnamiti, «astigiani» da 6 mesi, in «La Stampa», 27 aprile 1980, Asti e provincia, p. 2.

24 Ad esempio, da parte di chi è preoccupato per le tasse che si dovranno pagare per mantenere i profughi, degli «sfrattati e profughi della casa» a causa della legge dell'equo canone; di chi emigrato dal Sud trova sì il lavoro nelle città della Lombardia e del Piemonte ma non trova una casa; di chi esprime perplessità per il numero esiguo dei profughi riportati in Italia; e altri ancora.

25 Agostino Mantovani, Vapore di nuvola d'oro: cronistoria di un'adozione, Editrice Del Moretto, Brescia, 1989, pp. 120-136.

26 «A livello politico, in quel periodo prevaleva un atteggiamento di apertura, o perfino “un'ideologia nazionale pro-immigrazione” […] Gli sforzi per la difesa dei diritti degli emigrati italiani all'estero, profusi da tutti i partiti politici, motivavano, per analogia, il rispetto dei diritti degli immigrati in Italia. Inoltre, le organizzazioni cattoliche e i sindacati erano schierati in favore di un'apertura incondizionata all'immigrazione. […] Dunque l'Italia, nella prima fase dell'immigrazione straniera adottò una politica delle porte aperte». Valerio De Cesaris, Il grande sbarco. L’Italia e la scoperta dell’immigrazione, Guerini e Associati, Milano, 2018, pp. 31-32.

27 Dall'intervista a Samuele, effettuata il 28 febbraio 2020 a Reggio Emilia.

28 Prorogata sino a marzo 2021 a causa dell'epidemia Covid-19.

29 La rassegna “Pnp - Pubblico non Privato” è realizzata con la fondamentale collaborazione degli “Spettatori Mobili”, cittadini interessati a ricoprire un ruolo attivo nel progetto, che vengono accompagnati dagli operatori delle due compagnie (Teatro Magro e Zero Beat) nei vari festival estivi di teatro contemporaneo, “a caccia” di proposte per la stagione teatrale. Le valutazioni espresse dagli “Spettatori Mobili” creano, di fatto, il palinsesto di ogni stagione della rassegna. Si veda, oltre al sito di Zero Beat: www.teatromagro.com.