Come citare questo articolo: , Al confine di tre culture: le Case del Popolo in Friuli Venezia Giulia, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 5 (2021) []. https://rivista.clionet.it/vol5/dossier/case_del_popolo/al-confine-di-tre-culture-le-case-del-popolo-in-friuli-venezia-giulia. Ultimo accesso 02-12-2021.

Il Friuli Venezia Giulia è una regione artificiale, inventata dalla Costituzione repubblicana del 1947, mediante l'assemblaggio di una provincia veneta di prevalente cultura ladina (il Friuli), di lembi del Litorale austroungarico (la Venezia Giulia, per il nazionalismo italiano) e perfino di un pezzo di Carinzia. Si misero insieme territori e città che furono, contemporaneamente, luoghi sia di emigrazione che di immigrazione, crogiolo di apporti dei mondi latino, slavo e germanico. In questo territorio multiculturale, le Case del Popolo si sono ispirate nel loro secolo di vita a tradizioni plurali. Quella del mutualismo risorgimentale; delle tradizioni sindacali di provenienza italiana ed internazionale; dell'associazionismo nazionale degli sloveni, che sarà vittima nel 1920, con l'incendio del Narodni Dom triestino, di uno dei primi atti eclatanti dello squadrismo fascista.

 

1. Geografia storica delle Case del popolo[1] in Friuli Venezia Giulia

Premesso che uno studio sistematico delle CdP nella più nordorientale regione italiana[2] non è stato fatto, va considerato che la distribuzione disomogenea del fenomeno è condizionata dalle vicende storiche dei suoi territori. Se il corpo centrale della regione – quasi corrispondente alle province di Udine e Pordenone[3] – ha appartenuto al Regno d’Italia dal 1866, altri lembi sono stati annessi dopo la prima guerra mondiale: due angoli del Friuli udinese (a nordest il Tarvisiano, strappato alla Carinzia; a sudest l’Agro Aquileiese) e la Venezia Giulia (province di Gorizia e Trieste), o meglio quanto ne rimane, dopo la seconda guerra mondiale.

Non può stupire la differente densità di CdP. Poche, collocate principalmente in realtà marginali, nel Friuli nei confini del 1866; “punta dell’iceberg” di un’organizzazione delle classi subalterne promossa dalla borghesia liberale dopo l’Unità d’Italia. Ad esse si contrappone una diffusa presenza del fenomeno nell’ex Friuli austriaco e nella Venezia Giulia, dove «una larga rete di organizzazioni culturali, di circoli, ecc.» è «una eredità della socialdemocrazia austriaca lasciata all’Italia dopo l’annessione a questa della Venezia Giulia», come affermava Togliatti nel capitolo cruciale sul dopolavoro fascista del suo corso del 1935[4].

Tale giudizio si inserisce in un filone di pensiero – e di studi – che ha contrapposto un Friuli astoricamente “bianco” ad una Venezia Giulia industriale e “avanzata”, e che mi permetto di non ritenere una fotografia adeguata della situazione[5]. Il segretario del Pcd’i, nel giudicare efficace la politica fascista di organizzazione del tempo libero dei lavoratori, la contrapponeva ad un passato in cui «un’organizzazione centralizzata per soddisfare i bisogni educativi, culturali, sportivi delle masse non esisteva, non era mai esistita, in Italia, nel campo di classe. È questa una delle più gravi lacune nel movimento operaio italiano, particolarmente nel dopoguerra. Vi furono alcuni tentativi, ma questi rivestirono sempre un carattere puramente locale»[6]. Al contrario, la situazione appare ben più articolata e complessa, sia sul piano locale che su quello nazionale.

 

2. Le basi friulane dell’iceberg

I dati elettorali del Friuli (e del vicino Bellunese) prefascista smentiscono l’immagine della “zona bianca”. Questo grazie a due concentrazioni operaie, diverse ma che si saldano negli anni ’10 del Novecento: gli operai dei poli industriali, soprattutto Pordenone che vanta una moderna industria cotoniera, e quelli migranti dei territori montani, prevalentemente contadini piccoli proprietari, che si professionalizzano nelle arti edilizie.

I quadri del movimento socialista sono spesso intellettuali borghesi di formazione risorgimentale e provenienza radicale-repubblicana[7] – commercianti, “agenti” (commessi ed impiegati), professionisti ed insegnanti – che si incontrano con l’aristocrazia operaia tradizionale – artigiani, tipografi, i mestieri più specializzati dell’edilizia – e la classe operaia della produzione di massa – donne e ragazze dei cotonifici, ma anche braccianti (operai comuni) – in istituzioni, siano esse sorte dopo il 1866, come le Società operaie di mutuo soccorso ed istruzione, oppure nuove e specifiche, come biblioteche ed università popolari, cooperative e leghe di resistenza. Strumenti basilari di protezione mutualistica e formazione professionale, le Somsi acquisiscono ruoli di mediazione tra le parti sociali nelle vertenze sindacali, per poi promuovere le cooperative e – insieme alle giunte comunali di “blocco popolare” – le prime Camere del lavoro.

Questa rete associativa è distribuita su tutto il territorio e si basa su una comunanza di intenti, in cui la direzione interclassista delle Somsi passa quasi naturalmente dai liberali ai socialisti e diventa strumento di organizzazione delle decine di migliaia di migranti stagionali, che ogni anno partono a primavera per i paesi d’Oltralpe, soprattutto Germania ed Austria, per ritornare a Natale. Sulla base delle direttive dell’Internazionale socialista, con finanziamenti dei sindacati dei paesi di emigrazione e la direzione congiunta di Società Umanitaria di Milano e Federazione Edilizia di Torino, le Somsi diventano la base per le sezioni locali dei Segretariati di emigrazione, vere e proprie Camere del lavoro migrante. Quello di Udine ne è il prototipo nazionale, e così il socialismo friulano ottiene nel 1903 il suo primo funzionario: l’agronomo piemontese Giuseppe Ernesto Piemonte[8]. Acculturazione e formazione professionale diventano strumenti per la sindacalizzazione, e l’Umanitaria non diffonde solo manuali, oratori per la “propaganda invernale”, uffici di assistenza in patria ed in Europa, ma anche biblioteche popolari mobili.

Ancora oggi alcune tra le sedi delle Somsi – ridotte generalmente ad associazioni, a causa della statalizzazione delle funzioni previdenziali nell’Età Giolittiana e della regionalizzazione della formazione professionale negli anni Settanta del Novecento – rappresentano quello che altrove sono le CdP: sedi di attività culturale e ricreativa. Segnalo, tra le più significative, la Somsi di Cividale del Friuli, che ha trasformato la propria sede in un museo del movimento operaio[9] e quella di Pinzano al Tagliamento, comune che vanta l’elezione nel 1902 del primo sindaco socialista friulano, che esibisce – nella sede ristrutturata dopo il terremoto del 1976 – un grande murale di Vittorio Basaglia[10]. Altrove, edifici ormai passati ad altra funzione, come a Spilimbergo dove è annesso alla Scuola del Mosaico – promossa negli anni Venti dall’amministrazione socialista insieme all’Umanitaria – ricordano nelle decorazioni l’antica origine operaia.

In generale, le istituzioni del movimento operaio si presentano in modalità diffusa: Somsi[11], cooperative di consumo[12], circoli culturali e biblioteche; quando non continuano ad usare le abitazioni private e le tradizionali sedi della socialità popolare: osterie e stalle. Ciò avverrà anche laddove sorgeranno le CdP: a Torre, ad esempio, con la cooperativa di consumo. Anche in un centro rurale di emigrazione, come Vivaro, sarà una delle due stanze di casa Tommasini a divenire sede della Biblioteca popolare[13]. Lì abbiamo ritrovato un libro dell’Unione operaia escursionisti italiani, associazione presente a Tolmezzo, capoluogo carnico, e pure nell’austriaca Trieste[14]. A smentita di Togliatti, siamo di fronte ad un’associazione di dimensione nazionale - per quanto espressione soprattutto degli strati superiori del lavoro industriale (operai specializzati ed impiegati) e talvolta diretta da esponenti repubblicani, come a Treviso[15]. Altre associazioni analoghe furono l’Associazione antialcoolica proletari escursionisti e l’Associazione proletaria di educazione fisica[16]. E poi, come scordare Amore e ginnastica di Edmondo De Amicis?

Stesso dicasi per il fiorire di associazioni sportive, anche nei momenti più duri della lotta di classe: se il segretario del Pcd’i affermava che «il partito socialista fece alcuni tentativi per crearsi delle proprie organizzazioni [sportive], ma ebbe pochi risultati in conseguenza anche dei forti pregiudizi che nel partito sussistevano nei confronti dello sport», il dibattito sul settimanale “Il Lavoratore Friulano” fa trasparire una posizione più aperta, che motiverà la costruzione della prima palestra pubblica da parte della giunta socialista eletta nel 1920 a Pordenone[17]. Qui assistiamo alla fioritura nel 1920-1922 di società sportive promosse dalla sinistra: lo “Sport-Club Internazionale” che promuove la costruzione dello stadio e, nella borgata di Borgomeduna, “Avvenire”, costituita da operai tessili aderenti al Sindacato veneto operai tessili (federazione dell’Usi, cui in quel biennio aderì la maggioranza degli operai pordenonesi). Saranno i sindacalisti dello Svot a motivare la richiesta di sussidi al comune, con gli esempi del sostegno dell’amministrazione socialista di Verona alla società Bentegodi, del sindaco socialista milanese Angelo Filippetti alla società Internazionale, della giunta socialcomunista di Novara al Foot Ball Club e di «tantissime altre città grandi e piccole come, per esempio, a Cortona»[18].

 

3. Case del popolo e Camere del lavoro urbane: Pordenone ed Udine

L’esigenza di dare sedi al movimento operaio si esprime nelle principali città friulane fin dai primi anni del Novecento, con la richiesta ai comuni di finanziare l’istituzione di Camere del Lavoro. Ad Udine essa sorge nel 1902 – grazie alla giunta di blocco popolare – in un locale del castello[19]. L’anno dopo a Pordenone, la prima giunta democratico-radicale vota un sussidio per l'istituzione di una sezione locale, come richiesto da quella di Udine, ma non si raggiunge il quorum necessario. Bisognerà attendere il luglio 1919 per la costituzione della Camera del Lavoro, e la conquista socialista del comune l’anno dopo, per ottenere i locali presso il Monte di Pietà. Alla fine del 1920, il segretario della Camera del Lavoro provinciale delineerà il suo progetto di CdP ad Udine:

L’ho sognata splendida e grandiosa come un tempio pagano, la cui divinità sia il libro e religione la lettura. Libri in biblioteca, libri in sala di lettura, in tutte le anticamere, su tutti i tavoli, in tutti gli angoli; e libri ovunque. L’ho sognata come un tempio di elevazione morale ed intellettuale del proletariato; come un tempio il cui altare fosse elevato alla fratellanza ed alla solidarietà umana. Tempio ed insieme palestra, ove l’operaio impari, ove il lavoratore si ingentilisca, ove le attrattive di lieti ed onesti svaghi lo tengan lontano dalla bettola, dall’osteria e dalla crapula[20].

Sede sindacale, con una grande sala per il teatro ed il cinema ed un giardino, scuole professionali per i bambini e gli adulti, ambulatori medici ed uffici di assistenza legale ed amministrativa, un ristorante ed una cooperativa di consumo, camere per ospitare operai di passaggio, una biblioteca e la sede per associazioni sportive, culturali e ricreative giovanili. «Così l’ho sognata, e seguo il mio sogno che sta per avverarsi, sogno che il proletariato udinese può realizzare, che deve realizzare, come lo è stato altrove»[21].

Quella vasta visione – delineata dopo l’occupazione delle fabbriche ed il voto amministrativo – è la testimonianza di quella civiltà socialista che verrà travolta dalla violenza fascista: quattro mesi prima, era stato distrutto il Narodni Dom di Trieste, quella casa nazionale slovena che corrispondeva quasi esattamente al sogno di Brovelli.

Analogo progetto era stato concepito all’epoca a Pordenone, senza esito. In questa città era sorta la prima CdP friulana nel 1905. Il settimanale “Il Lavoratore Friulano” comunicò che vi trovavano posto il Circolo socialista e le Leghe operaie ed era dotata di sala per le riunioni, ove svolgere sia un corso di conferenze educative che festeggiamenti. Collocata in centro, presso l'Albergo Stella d'Oro in Corso Garibaldi – ora sede di uffici regionali – fu inaugurata il 22 gennaio 1905 con un comizio; sabato 11 febbraio 1905 si tenne una festa da ballo riservata agli operai iscritti alle Leghe di miglioramento. La festa si protrasse fino alle sette del mattino successivo, e gli operai uscirono cantando in coro l’Inno dei Lavoratori. L'anno dopo però ci si propose di costruire una sede autonoma: iniziò il percorso che porterà alla costruzione della CdP di Torre.

Torre era il paese trasformato dal Cotonificio Veneziano, a partire dal 1839, nel più antico e compatto insediamento operaio della cintura cotoniera pordenonese. A complicare la situazione, nel 1903 viene inviato un energico giovane parroco, don Giuseppe Lozer, destinato – pur da posizioni di minoranza del quartiere – a diventare il capo politico dei cattolici pordenonesi. È proprio dopo che Lozer nel 1909, alleandosi con i conservatori, scalza l’amministrazione radicale cittadina, appoggiata dall’esterno dai socialisti, la Lega dei cotonieri decide di realizzare la CdP, che entra in funzione nel 1911 ed è inaugurata il 1° maggio.

L’edificio, il più antico e longevo in Friuli, è costituito da un salone a campata unica, costruito volontariamente da operai edili e tessili, sul modello dei reparti dei cotonifici, con i mattoni a vista. Oggi non ne è più leggibile l’originaria decorazione, dopo il restauro in stile post modern della fine anni ’80 (che lo ha anche ampliato, annettendovi i servizi). Pur con modifiche interne, la sala è arricchita da un ballatoio superiore, cui si sono aggiunti piccoli uffici e sale riunione. Finanziata, oltre che dai fondi della Lega, da sottoscrizioni locali e tra gli emigranti, l’edificio fu costruito senza perfezionare la proprietà del terreno, ceduto da un esponente cattolico locale, e ciò per un decennio lasciò nella precarietà il destino dell’istituzione. Nel maggio 1920, fu costituita la Società CdP ed acquisito definitivamente il terreno; questi atti, conservati gelosamente durante la dittatura fascista, saranno alla base del recupero dell’edificio nel 1945, annullando il provvedimento del 1925, che lo aveva destinato a Casa del fascio. La costituzione come istituzione autonoma –trasformatasi in questo caso nel dopoguerra in associazione – permetterà di salvare questa ed altre CdP (Prato Carnico, Lauco, Chiampore, costituitesi in forma cooperativa) dalla svendita, che ha invece generalmente interessato gli edifici posseduti dalle società immobiliari del Pci, nella fase finale dell’esistenza di quel partito e dei suoi successori.

Fin dall’inizio la CdP di Torre è sede di importanti convegni delle organizzazioni; si costituisce un Circolo filodrammatico operaio e si svolgono feste da ballo (tuttora vive nella memoria delle famiglie del quartiere). Durante la prima guerra mondiale, dopo l’occupazione austroungarica, l’edificio è destinato a cucina economica per la popolazione. Ripresa l’attività nel dopoguerra, è in difesa della CdP e della Cooperativa sociale (di consumo) che si organizzano le “Barricate” per arrestare l’invasione fascista di Pordenone del 10 ed 11 maggio 1921.

Dopo la Liberazione l’attività riprende, e riesce a sopravvivere alla deindustrializzazione del quartiere (l’occupazione del cotonificio viene ridimensionata nel 1954) e momentanee crisi gestionali, durante le quali viene anche sospesa l’attività, destinando l’edificio ad attività commerciali per recuperare risorse. Nel frattempo, tra il 1945 ed il 1951, era stata destinata a CdP l’ex Casa del fascio pordenonese (attuale prefettura), dove trovavano sede i sindacati, l’Anpi, la Federazione delle cooperative ed il Pci. Nel 1951 lo sfratto, con il pretesto di fare posto agli alluvionati del Polesine, nell’ambito della campagna antioperaia del governo centrista.

Dopo il terremoto del 1976, che danneggia l’edificio, la CdP di Torre rischia di scomparire, destinata dal Pci locale ad una permuta con un appartamento da inserire in un palazzo, previsto dal piano particolareggiato del quartiere. Analoga scelta era stata fatta nella vicina Cordenons, dove la CdP, che si affacciava sulla piazza centrale, fu permutata con un appartamento con sala riunioni, sede del Pci, oggi alienato.

A Torre, il progetto viene bloccato dall’occupazione della CdP da parte dei giovani comunisti, cui si aggregano altre realtà giovanili, tra cui il Gruppo kayak-canoa di Cordenons – futura fucina di campioni olimpici – che aveva visto i propri natanti autocostruiti distrutti dalle ruspe che avevano demolito quella CdP. Durante gli anni Ottanta, si ottiene la modifica del piano particolareggiato e si consegna l’edificio ad una nuova gestione che, con i fondi pubblici per la ricostruzione, lo ristruttura completamente, dandovi nuova vita. Singolarmente, la CdP di Torre non ha mai ospitato per scelta un locale pubblico, basandosi per la gestione sul solo volontariato e sugli obiettori di coscienza[22].

 

4. Nella montagna friulana

La successiva CdP nasce nella regione montana di più antica emigrazione, dove il socialismo viene instillato de Gjermanie. Essa sorge a Prato Carnico, dove il Psi contava nel 1902 la più numerosa sezione in provincia[23]. L’edificio è costruito a Pieria, vicino alla chiesa; come più tardi avverrà a Lauco, tende a sovrastarla con la sua imponenza. La decisione è presa dal Circolo educativo democratico (poi sezione socialista) nel 1903, ma è stata concepita a Dortmund, tra gli emigranti. La costruzione viene realizzata da 150 volontari tra il 1909 ed il 1913 quando, il 2 febbraio, è inaugurata con oratori il presidente socialista delle Cooperative Carniche, Riccardo Spinotti e l’anarchico Virgilio Mazzoni. Sarà sede dei circoli socialista, anarchico e comunista, delle cooperative di consumo, di lavoro e di credito, della Somsi, della Società filarmonica, della Filodrammatica e del Circolo agricolo. All’ultimo piano, sul soffitto del grande salone, è dipinto un rosso sole nascente, accompagnato dalla scritta “Proletari di tutti i paesi unitevi”. Grazie agli anarchici, le CdP di Prato e di Torre realizzano iniziative comuni nei primi anni di vita.

L’edificio viene assegnato nel 1937 dal fascismo all’Opera nazionale dopolavoro; ritornerà in possesso della cooperativa proprietaria – costituita nel 1912 - durante la Resistenza. Ma nel 1953 l’Enal, subentrato all’Ond, ne rivendica la proprietà; ne deriva una lunga causa legale, conclusasi favorevolmente per la cooperativa solo nel 1965. Nel frattempo, ampliamenti – avvenuti dopo la guerra e negli anni ’70 – permettono l’apertura di un locale pubblico e di camere, per l’accoglienza di colonie estive e, dopo il terremoto, di portatori di handicap. Nel 2004, dopo anni di crisi e tentativi di rilancio, l’edificio viene venduto al Comune, che lo ristruttura completamente, collocandovi la biblioteca, intitolata al compaesano sen. Fermo Solari (imprenditore socialista, vicecomandante del Corpo volontari della libertà) ed appaltando ad una cooperativa la gestione alberghiera[24].

Una CdP sorge a Lauco nel 1920. Come a Prato, i primi finanziamenti provennero da feste da ballo e di beneficenza, tombole e sottoscrizioni. La costruzione, decisa dalla sezione del Psi nata nel 1904, iniziò nel 1914; l’approvvigionamento della materia prima fu garantito dalle donne, che trasportarono con le gerle dal fiume Radime sabbia, ghiaia e le pietre con cui fu rivestito a bugnato il primo piano. Nel 1919, fu costituita una cooperativa di lavoro, i cui proventi finanziarono la costruzione dell’edificio, e nel 1920 la cooperativa CdP. L’edificio – completato con mutui bancari - fu inaugurato il 16 agosto 1922. Nel 1924, temendo la distruzione fascista, la grande insegna fu coperta con la scritta “Casa dei Sindacati”.

Per coprire le spese, furono affittati (come ancora ora accade) i locali a piano terra alla Cooperativa Carnica, una macelleria, un'aula scolastica ed il dopolavoro. Nella sala conferenze, utilizzata per le feste da ballo, era possibile per la popolazione ascoltare gli eventi sportivi, prima con la radio e poi con la televisione. La CdP installò un molino, evitando gli estenuanti viaggi delle donne per il rifornimento nelle città vicine. Fu acquistata la corrente elettrica dalla Società Elettrica Carnica, realizzando la rete distributiva nelle frazioni. Come gli altri edifici analoghi, dopo il terremoto è stata restaurata con fondi pubblici[25].

Diverso il caso di Castelnovo del Friuli, dove la sezione del Psi si organizza nel 1906 ed il partito ottiene la maggioranza dei voti alle elezioni politiche del 1909. Nel 1908-1910 inizia la sottoscrizione per costruire la CdP, alimentata soprattutto dalle corrispondenze di emigranti in Austria e Germania che appaiono su “Il Lavoratore Friulano”. L’obiettivo è fornire «una degna sede per la Cooperativa, per la scuola popolare, per la biblioteca, per il circolo», ma non abbiamo notizia che l’iniziativa si sia concretizzata, in un comune che sarà poi una roccaforte della resistenza al fascismo: ben 10 castelnovesi combatterono per la Repubblica spagnola. 

L’edificio attuale, sito nel capoluogo Paludea, è stato acquistato negli anni Settanta come sede del Pci, ma sempre definito CdP. Restaurato negli anni Novanta con i fondi della ricostruzione, il suo destino è stato a lungo incerto. Concesso dapprima in uso all’amministrazione comunale, che l’ha messo a disposizione delle associazioni locali, è stato dal 2002 sede di un circolo Arci intitolato all’eroina partigiana Virginia Tonelli, che ha riunito gli ex partigiani e più giovani attivisti della zona[26]. Infine, ceduto al comune, è diventato nel 2016 sede dell’Anpi zonale dello Spilimberghese.

 

5. La Casa del Popolo cattolica di Prata di Pordenone

A differenza dell’ampia presenza di CdP cattoliche nel Veneto[27], in Friuli se ne trova una sola, promossa nel 1912 da don Giomaria Maria Concina, parroco di Prata e promotore del sindacalismo bianco tra i mezzadri. La sua azione sindacale provocò la reazione degli agrari, che intervennero presso Papa Pio X. Nel primo dopoguerra, Prata sarà l'epicentro del movimento sindacale bianco; nella zona agiranno anche gli “arditi bianchi”. La resistenza di don Concina verrà stroncata nel 1927, con l'arresto suo e di altre sette sacerdoti friulani.

Il movimento cattolico, maggioritario nella maggior parte delle campagne friulane, si articola a partire dalle tradizionali sedi ecclesiali, dalle quali si snoda una fitta rete di casse rurali, mutue assicurative, Somsi confessionali, cooperative agricole e di lavoro e leghe bianche.

 

6. Case del popolo nel Friuli “asburgico” ed a Trieste

La tradizione austromarxista aveva dato grande importanza alla creazione di una rete di iniziative culturali autonome del proletariato, che facevano riferimento alle Sedi riunite di Trieste dove erano ospitate le organizzazioni socialiste internazionaliste del principale porto dell’impero. Va ricordata la particolare struttura del Partito socialista operaio austriaco, composto di sezioni nazionali sovrapponibili negli stessi territori: nella Venezia Giulia la Sezione adriatica (di lingua italiana) ed il Partito socialdemocratico jugoslavo, che organizzava gli sloveni ed altre nazionalità slave.

In un contesto in cui i maggiori dirigenti socialisti provenivano dall’ambiente patriottico della Società operaia triestina, l’attività del Circolo di studi sociali fondato nel 1899 – con le sue frequenti conferenze di personalità provenienti dall’Italia; una grande biblioteca ed il Circolo corale socialista, fondato nel 1902; le compagnia filodrammatica Circolo d’arte moderna ed il Circolo sportivo internazionale, fondati nel 1904; le organizzazioni giovanile e femminile, le Cooperative Operaie (con sede nella centrale Via Battisti odierna)[28] ed il quotidiano “Il Lavoratore” – divenne il faro dell’acculturazione del proletariato triestino in senso italiano ma non nazionalista[29].

Nel dopoguerra c’è un nuovo slancio: alla fine del 1919 i circoli di cultura triestini sono 12. Centinaia di persone (fino a 1.200 a S. Giovanni) vi aderiscono; si adattano locali a biblioteca, sala di lettura, conferenze culturali e corsi di taglio e ricamo, recite di gruppi teatrali dilettantistici, gruppi musicali e sportivi. Musica e ballo intesi non solo come divertimento popolare, ma come strumenti di educazione estetica[30]. Obiettivo anche simbolico, le Sedi riunite furono oggetto di uno dei primi attacchi protofascisti degli arditi, già nell’agosto 1919. Esso avvenne non casualmente contro un corteo di 1.500 bambini, al ritorno da una gita organizzata dalle Cooperative Operaie[31].

Nella primavera del 1921, molte decine di sedi operaie dell’ex Litorale austriaco vengono distrutte, a partire dalle Sedi riunite[32]. Non vi sfugge la CdP della città cantieristica di Muggia, fondata nel 1913, con le connesse attività dei circoli: d’arte moderna, giovanile socialista, operai di lettura Valdoltra e Barisoni; biblioteca e sala per spettacoli, Cassa rurale e Federazione lavoratori e lavoratrici. Di essa oggi sopravvive, a fianco del Museo civico, una targa memoriale a ricordo delle 95 persone e delle istituzioni che vi avevano contribuito[33].

Subito dopo l’annessione de facto all’Italia, nella ex Contea di Gorizia e Gradisca si costituiscono nel 1919 strutture sindacali, coordinate dalla Camera del Lavoro di Monfalcone, principale centro industriale del Friuli asburgico: vi ha sede il cantiere navale Cosulich. Le Leghe locali, che organizzano un forte movimento contadino, hanno sede in Camere del Lavoro zonali e, ad Aiello, in una CdP, che è anche la sede della Federazione Provinciale Lavoratori della Terra. Una CdP nasce anche a San Giorgio di Nogaro – nella vicina Bassa friulana “regnicola” – ospitante una Lega edile, oltre alla Lega della Federterra e ad una cooperativa di lavoro. «Il 20 febbraio 1921, pochi giorni dopo la distruzione della Camera del Lavoro di Monfalcone e l’assalto al Cantiere Navale della città, vengono devastate la Camera del Lavoro di Cervignano con distruzione di libri, mobili, della stessa sede Fplt e l’asportazione di sementi del Consorzio La Terra, e la Casa del Popolo di Aiello». L’anno successivo la devastazione è completata: «in maggio è nuovamente devastata la Casa del Popolo di San Giorgio di Nogaro ed in agosto quella di Aiello»[34].

È giunta fino a noi la CdP di Gradisca d’Isonzo, “donata” coattivamente ai fascisti nel 1927. Nel secondo dopoguerra ci srà una lunga vertenza legale tra lo Stato (che cerca di incamerare i beni dell'ex Pnf), il Comune ed il Consorzio CdP, legittimo proprietario[35]. La contesa si trasformerà, dopo la vittoria elettorale della sinistra nel 1961, in uno scontro tra i comunisti, che vogliono andare fino in fondo nella rivendicazione dell'edificio al consorzio, e socialisti, in maggioranza nel consorzio ed ormai avviati sulla strada del primo centrosinistra e della rottura dell'alleanza a sinistra.

Il consorzio era nato nel 1912, in epoca asburgica, ed aveva acquistato una prima sede dalla Cassa distrettuale ammalati, amministrata dai socialisti, poiché nell’ordinamento asburgico gli organismi previdenziali erano votati democraticamente dai lavoratori assicurati. Nel 1919 c'è un primo trasferimento della sede; poi si acquista e ricostruisce un edificio nella piazza principale. Esso, dotato di cinema, negozi ed uffici, viene inaugurato nell'ottobre 1922, mentre nel frattempo i fascisti avevano distrutto la vecchia sede.

Dopo la Liberazione, la CdP ritorna ai proprietari e, dieci anni dopo la scandalosa sentenza della Cassazione del 1964[36], la soluzione giunge con una convenzione tra il Comune e la neocostituita Cooperativa Cdp. Quest’ultima però nel 1988 sarà sciolta per inattività; nel 1992 le succederà l'associazione omonima, che ha in uso un piano dell'edificio.

Caratteristico un insulto rivolto dai fascisti alla Cdp, tramite il loro quotidiano “Il Popolo di Trieste” del 16 marzo 1927: «Baracca [del popolo]»[37]. Lo ritroveremo quasi un secolo dopo, identico, nelle parole di esponenti neofascisti come l’on. Roberto Menia e l’allora presidente della Provincia di Pordenone Alessandro Ciriani, rivolto questa volta alla CdP di Torre[38].

Al lembo settentrionale dei territori annessi nel 1918, non disponiamo di notizie di CdP nel Tarvisiano. Qui l’antico villaggio minerario di Raibl (Cave del Predil), insieme all’acciaieria Weissenfels di Fusine, costituiva un polo industriale tale da alimentare le mire dell’imperialismo italiano. In particolare, ricordiamo

la eccezionale vivacità di Cave del Predil nei suoi anni migliori, i ’50 ed i ’60: si tratta di un paese economicamente e culturalmente ricco, con un teatro, un cinema, la banda, il coro, associazioni, alimentato da un periodo di sviluppo del mercato, nel quale l'azienda coltiva l'import-export con l'Est europeo a dispetto della guerra fredda. La società concessionaria della miniera non cura solo i rapporti di lavoro ma – come negli altri centri estrattivi – fornisce anche tutti i servizi alla popolazione, infrastrutture, abitazioni, servizi sociali e scuola. Si crea il mito del benessere della comunità mineraria (relativo, visto l'isolamento e la rigidità del clima), grazie al suo welfare locale, con l'ambulatorio, il diritto alla casa con la corrente elettrica, le scuole dall'asilo alla media, la formazione, il dopolavoro, la cooperativa, la colonia marina, una paga tra le più alte del settore[39].

Un mondo a parte, nel quale il sindacato esercita una funzione importante. C’è un uso non solo subalterno delle “città nuove” del paternalismo industriale, come nella Panzano dei Cosulich a Monfalcone e nella Torviscosa della Snia.

 

7. Le Case del Popolo postbelliche del Pci

Un’altra tipologia di CdP sorge nel secondo dopoguerra, come sedi del Pci (nel territorio ex asburgico, la scissione comunista era risultata maggioritaria, a differenza del Friuli “regnicolo” dove, con alcune eccezioni locali e negli anni ’70, prevale storicamente il Psi, e perfino il Psdi in alcune aree montane). Due casi, Aquileia e Terzo – i più “rossi” della provincia di Udine – riguardano comuni interessati dalle lotte agrarie e dalle bonifiche, dalla cooperazione e dalla pendolarità operaia verso il cantiere di Monfalcone.

Ad Aquileia, l’idea di costruire una CdP è discussa fin dal 1946, ma si scontra con i vincoli dell’estesa area archeologica della città romana. Nel 1970 un giovane gruppo dirigente, dopo aver sperimentato la Festa de l’Unità in una nuova sede, vi promuove la costruzione dell’edificio. Alla presenza del segretario del Pci Enrico Berlinguer, si lancia una sottoscrizione, sostenuta da 25 milioni dal partito nazionale. La progettazione viene affidata a due docenti universitari, Roberto Costa ed Edino Valcovich; il lavoro è realizzato da volontari. L’edificio viene costruito a corte, sul modello della villa romana, e nel 1987 vi viene inaugurato un bar-ristorante, passato successivamente attraverso gestioni cooperative[40] e private. Attorno al 1990 è inaugurata la sezione del Pci, poco prima della trasformazione del partito.

All’origine il progetto prevedeva anche una grande sala conferenze e proiezione, lato nord verso la zona ex birreria, ma i costi con erano compatibili con le reali possibilità economiche, nonostante tutti i proventi delle Feste dell’Unità per il Pci, Pds e Ds di Aquileia, fino al 2007, detratte le risorse necessarie per l’attività politica e il massiccio sostegno alla Federazione provinciale del Partito, fossero finalizzati all’acquisto di materiali e di beni per realizzare l’edificio e provvedere agli arredi. Contestualmente venne costruito il chiosco base per le cucine e la distribuzione di cibi e bevande, nonché altri manufatti (chioschi secondari, pista da ballo, palco, area giochi nell’area verde) e impianti tecnologici (acqua, corrente elettrica, gas, fognature) e arredo, nonché sistemazione del verde esterno, piante, siepi, parcheggi ecc.).

Finita l’esperienza politica del Pci, si decide di staccarsi dall’immobiliare del partito: nel dicembre 2010 i titoli di proprietà della CdP e del parco festeggiamenti, con tutte le attrezzature e impianti, passano in proprietà della Fondazione Istituto Civico Aquileiese Valmi Puntin, costituita il 24 dicembre 2007, in seguito alla unanime decisione dell’assemblea degli iscritti dei Ds, pochi giorni prima dello scioglimento del partito[41].

Nel caso di Terzo di Aquileia, nel primo ventennio postbellico è l’Enal a diventare il riferimento delle attività ricreative ed il locale pubblico ove si ritrovano i comunisti del paese; i cattolici creano il circolo alternativo Fede e Lavoro. Le attività sono soprattutto sportive: squadra di calcio, campo di bocce, sala biliardo. A fianco dell’edificio la pista di ballo estiva; nell’edificio ha sede il circolo Arci, con funzioni politico-culturali. Negli anni ’70, l’Enal viene messo in crisi dalla vicina concorrenza della Sala Nuova; dopo una serie di gestioni familiari (con i costi salariali a carico soprattutto del Pci) l’edificio dell’Enal verrà venduto nel 1989.

La Sala Nuova edificio, che sorge con funzioni di CdP, è concepita dal sindaco Ivo Colus e dal responsabile giovanile del partito, Arcide Bidut. Progettata dall’ing. Leopoldo Francovig, dirigente comunista della Federcoop friulana, viene costruita nel 1958-1959. Nel 1960 viene inaugurata con un comizio di Pietro Ingrao. La costruzione avviene con il volontariato; si provvede con i carri agricoli a trasportare sabbia e ghiaia dal fiume Torre. La gran parte dei volontari erano simpatizzanti non iscritti al Pci, e la funzione civica, prima che politica, dell’edificio, vengono rappresentate dal nome, per il quale è scartata la denominazione CdP. La Sala Nuova è ricordata soprattutto per il ballo, inteso – più che come attività ricreativa – come rito tradizionale della festa campestre, collegata ai cicli dell’annata agraria: una scelta che si esaurisce con la trasformazione sociale degli anni successivi e porta all’abbandono[42].

Non rimane infine che la scelta della cessione da parte dell’immobiliare dell’ex Pci al Comune, iniziativa che vede nel 2019 un momento di sintesi promosso da Legambiente, nell’ambito del progetto “Amnesie Fvg. Vuoti a rendere” con «l'obiettivo di incentivare la conoscenza del recupero urbano partecipato come strumento di promozione della coesione sociale all'interno delle comunità»[43].

Quanto alla vicina area del Monfalconese, le informazioni disponibili sono di fonte orale[44]. Si tratta generalmente di sedi delle sezioni comuniste (e dei partiti eredi) e di circoli dell’Arci, anche se vissute come “case della comunità”. In origine, il Pci goriziano aveva intestato tutte le sue proprietà ad un militante di fiducia; negli anni ’50, furono conferite ad una società immobiliare finché, dopo la costituzione del Pd, fu costituita una fondazione provinciale; fallita questa nel 2020, gli immobili sono stati venduti.

La prima CdP di San Canzian d'Isonzo venne costruita nel 1952-1953, con il lavoro volontario di operai e braccianti, iscritti e non iscritti al Pci, mentre i contadini trasportavano i materiali con i carri, trainati allora dai cavalli. I fondi furono raccolti con sottoscrizioni casa per casa ed in cantiere a Monfalcone, coinvolgendo 85 persone, che alla fine del 1952 avevano versato 100 lire ciascuna, per 19 settimane. L’inaugurazione era fissata per il 1° maggio 1953[45]. Si trattava di una casetta con due uffici ed una sala per le feste e le riunioni, utilizzata fino al 1975. Quell’anno venne inaugurato un secondo edificio, realizzato insieme alla Cooperativa operaia di consumo di Monfalcone, che collocò al piano terra un suo negozio; al piano superiore erano sia la sede politica che un bar aperto al pubblico. Il terzo edificio, ricavato da una ex abitazione privata fatiscente attraverso il lavoro volontario, era stato inaugurato il 9 marzo 2002. Il piano superiore venne affittato all'associazione Amici de l’Unità che ora, dopo il fallimento della fondazione, ha acquistato la CdP della frazione di Begliano, ove si è trasferita. Realizzata nel 1977/1978 e sede di Spi Cgil, Prc e Pd, quest’ultima costituisce l’unica superstite tra le CdP della zona.

La CdP di Ronchi dei Legionari nel 2013 era dotata di un ristorante, di una sala conferenze (utilizzata da un circolo Arci) e di tre appartamenti. Realizzata negli anni ’90, è stata ufficialmente inaugurata nel 2003. Una serie di targhe ricordano gli avvenimenti ed i dirigenti importanti del Pci locale. La CdP di Staranzano era stata trasferita in gestione alla cooperativa culturale Bonawentura di Trieste, fusasi con la cooperativa locale che la gestiva precedentemente. Quella di Turriaco, costruita anch’essa con lavoro volontario e sottoscrizioni popolari e non più esistente, era stata vittima della repressione scelbiana. Il 1° gennaio 1952 era stata revocata al Cral gestore la licenza del bar, bloccandone le attività, con la motivazione «che nella Casa del Popolo si svolgono attività politiche, mentre tutti sanno che la Casa è sempre servita per manifestazioni popolari, balli, ecc., con la partecipazione degli strati più disparati della popolazione di Turriaco e dei villaggi vicini»[46].

La storia della CdP di Selz (frazione di Ronchi dei Legionari) inizia nei 1945 con l'Unione antifascista italo slava, organismo di massa del movimento partigiano jugoslavo, che vi realizza la prima festa alle ex fornaci “Mucille”: qui era sorta la prima brigata partigiana, la “Proletaria”. Dall'anno successivo, la festa veniva realizzata alle cave, poi fu trasferita in paese. La sede attuale fu acquistata negli anni ’60 - grazie al fatto che si trattava di una zona difficilmente coltivabile, arida in quanto ex greto antico dell'Isonzo – e poi ampliata. La pista di ballo all'aperto è del 1975: i lavori sono stati realizzati dalle associazioni sportive locali, in particolare quella di pattinaggio, tutte gestite da comunisti. Attorno alla pista è sorto il palco ed altri fabbricati; un edificio è dedicato al ristorante. Poi è stato costruito progressivamente il fabbricato, redatto dall'ing. Brandolin in cambio del prestito delle pentole per le attività dell'Associazione Sportiva Ronchi. Invece la sede del Pci era altrove; dopo la sua vendita, solo 8 milioni su 23 del ricavato rimasero a Selz, gli altri andarono alla Federazione provinciale; nel frattempo, i gestori hanno sempre lavorato volontariamente, e si sono indebitati personalmente per la realizzazione del complesso. Ora avevano assunto un ulteriore impegno, costituendo una società, denominata "Parco Selz". Sono stati inoltre realizzati il campo di calcio, tre parcheggi ed infine un secondo ristorante. Il comune di Ronchi dei Legionari e gli uffici provinciali competenti hanno creato grandi ostacoli alla CdP, con continui contenziosi e la pretesa di realizzare infiniti accorgimenti di sicurezza, che hanno aumentato le spese. Attualmente il fabbricato è non solo molto grande, ma dotato di finiture di pregio e di sofisticati congegni di sicurezza. Le associazioni presenti sono il circolo marciatori (dal 1976), il circolo culturale "Olmo" e vi aveva avuto sede l'associazione pattinaggio. Ogni anno si tenevano qui tre feste, ognuna della durata di due settimane, per raccogliere fondi: un meeting partigiano dell'Anpi, la Festa de “l'Unità” e la Festa del Gal. Nel solaio dell'edificio, nascosto da una botola chiusa dalla tabella della ex sezione del Pci era conservato l'archivio storico della sezione del Pci, celato per impedirne la dispersione[47].

Nel Goriziano, a Cormons nel secondo dopoguerra c’era una sede di proprietà della Cooperativa operaia di Monfalcone (è una struttura tuttora esistente, di proprietà privata, distinta dall’ex sede del partito). Uno stabile di tre piani, usato al piano terra dal Pci per balli, assemblee, feste de “l’Unità”; ai piani superiori era affittata per appartamenti[48].

A Trieste, le CdP erano radicate nei rioni e nei paesi del circondario, parallelamente alla estesa ramificazione del Pci.  Fino alla fine degli anni ’80, funzionavano regolarmente, con servizio bar quotidiano, in alcuni casi anche cucina, almeno una dozzina di CdP. Le caratteristiche particolari della scissione del Pci a Trieste (divisosi quasi esattamente a metà tra Pds e Prc) hanno influito sulla divisione equilibrata degli edifici.

Quelli del Pds sono stati conferiti all’immobiliare del partito, ed in parte venduti. Le CdP principali erano quelle dei centri sloveni dell’altipiano carsico; la più grande, Santa Croce, con teatro, locale pubblico e giardino, è stata ora acquistata da imprenditori locali, che intendono conservarne l’uso sociale, ristrutturandola. Era stata costruita con il volontariato dei compagni di tutto il Carso, e poi finanziata dalla federazione. Ad Opicina le strutture sono due: la Brdina è utilizzata ancor oggi per attività della Cgil, scuola di musica, sede del partito; il garage come luogo di riunioni politiche. Più grande e centrale è il teatro Tabor, proprietà della comunità slovena, con retrostante campo di basket. Viene utilizzato per riunioni politiche, e vi si sono svolte le feste del partito fino al 2019. Una terza CdP è a Trebiciano, usata in modo trasversale dalle varie associazioni.

In città, le CdP sono state acquisite dal Prc oppure vendute, come quella di Sant’Anna; il Pd ha preferito conservare le sedi delle sezioni. Il Prc ha garantito la continuità a tre CdP: Borgo San Sergio (a gestione cooperativa), Ponziana e Sottolongera (proprietà condivisa tra i partiti eredi del Prc), inaugurando nel 2007 la nuova CdP “Zora Perello” a Servola. A Ponziana, negli ultimi anni, la gestione del ristorante è stata affidata ad una cooperativa sociale.

A Bagnoli della Rosandra esiste un circolo Arci, detto “Ai Partigiani”, gestito dal circolo culturale giovanile France Prešeren[49]. A Muggia, nel secondo dopoguerra, vennero costruite ben 5 Cdp nelle frazioni.  Dopo all’abbattimento dei locali della CdP originaria, il suo ruolo fu assunto dal Teatro Verdi, un edificio degli anni Venti con bar, giardino e, al primo piano, la sede del Pci. Vi avevano sede la società di calcio Fortitudo ed il circolo “Luigi Frausin”, che era gestore del complesso (cinema e bar erano affidati in gestione esterna). Con la dissoluzione del Pci ed i debiti contratti per la ristrutturazione del teatro, l’intera struttura fu poi acquistata dal Comune, che ne affida oggi la gestione ad una cooperativa sociale.

La Tappa era chiamata così perché in zona si trovava un’osteria in cui i lavoratori facevano sosta nel rientro a casa dai cantieri. Fu costruita con lavoro volontario tra gli anni Quaranta e Cinquanta, e vi trovava sede il circolo di cultura popolare Mercandel; vi aveva sede un circolo di bocce con due campi da gioco. Alla fine del secolo scorso fu venduta e ora c’è la “Pizzeria alla Tappa”. La vicina CdP di Santa Barbara fu anch’essa costruita con lavoro volontario subito dopo la guerra. Fu sede della compagnia carnascialesca Lampo; nel seminterrato si costruiva il carro di carnevale e la sala teatrale era luogo di prove e di concerti della filarmonica del paese. Ultimamente nota come “la Pignata”, locale misto per pranzi e balli.

L’autocostruzione operaia della CdP di Chiampore (originariamente eretta nel 1912-13), ora vicinissima al confine con la Jugoslavia, è al centro dei racconti del partigiano Luciano Rapotez. Prima, con l’aiuto dei militari angloamericani, fu costruita la scuola; poi nel 1946 la CdP, inizialmente con prefabbricati residuati bellici, contesi tra gli abitanti del paese, i poliziotti italiani ed i militari jugoslavi. Vi si svolgevano non solo le tradizionali attività culturali, formative e ricreative, ma perfino cerimonie religiose: «Bisognava fare le prime comunioni, no? Allora nella sala noi abbiamo tolto via i quadri di Stalin, Marx, ed Engels, li abbiamo tolti e abbiamo messo un bel quadro con il Sacro Cuore di Gesù». Progressivamente abbandonata, dopo svariati gestori è stata demolita; vi sono state costruite tre villette a schiera, lasciando solo un piccolo bar gestito dalla locale Cooperativa popolare, che ebbe un sussulto di attività negli ultimi decenni del secolo con le “feste del vino”. Il vecchio piazzale tondo con la pista da ballo è diventato ora una piazza con il monumento ai caduti in guerra e sul lavoro, mentre l’edificio è stato ceduto al Comune alla fine del 2010, come potenziale centro di attività giovanili; anche qui è stata affissa una targa a ricordo della CdP[50].

Particolare, infine, l’esperienza della Casa del lavoratore portuale di Trieste. Edificio modernista, costruito durante il fascismo e di proprietà della Compagnia lavoratori portuali, dopo la liquidazione è stata venduto alla Provincia – ora Regione – destinandolo a Casa del Cinema, che riunisce tutte le realtà cittadine del settore: è forse la più grande esperienza italiana di questo tipo. L’edificio contiene un teatro, gestito dalla cooperativa Bonawentura: nata dal cineclub Cappella Underground, essa ha rilevato i locali – utilizzati originalmente come sala di chiamata per la manodopera portuale; poi palestra ed infine, dopo una gestione come cinema Aldebaran, chiusa a lungo – realizzandovi il Teatro Miela[51]

 

8. Ljudski dom e Narodni dom: le case del popolo sloveno

Nei territori del Litorale asburgico, la questione sociale è indissolubilmente intrecciata con quella nazionale. La questione della lingua, la spiega nella sua autobiografia un avvocato sloveno: significa, per dei contadini che non parlano tedesco nel Goriziano o italiano a Trieste, non comprendere nulla del procedimento in cui si decide del loro destino[52]. C’è un fattore accelerante: il rapido sviluppo degli ultimi decenni della Trieste asburgica, con la relativa immigrazione. Il porto adriatico, città in maggioranza di lingua italiana (anche grazie agli immigrati dal Regno) diviene anche la più popolosa città slovena e, nel suo proletariato, si raccoglie gran parte degli iscritti al Partito socialdemocratico jugoslavo.

«Il circolo culturale sloveno Ljudski oder [Tribuna popolare] era l’organizzazione di sovrintendenza per le sezioni di coro, orchestra, teatro, ballo e di quelle femminili e giovanili» e, rispetto al Circolo di studi sociali, aveva un’attitudine meno rigorosamente intellettuale ed era più aperto all’intrattenimento. Anche il Ljudski oder realizza una biblioteca fissa ed una ambulante, soprattutto con libri sloveni e croati, oltre a curare egualmente la trasmissione orale tramite conferenze. Si deve confrontare con una doppia concorrenza: delle organizzazioni cattoliche e liberali slovene, e delle più affollate conferenze socialiste in italiano (lingua compresa dagli sloveni, mentre gli italiani non conoscevano, come non conoscono tuttora, lo sloveno), che potevano superare i mille partecipanti, e si svolgevano talvolta al Politeama Rossetti o al Teatro Fenice[53]. Il Ljudski oder, «prima moderna associazione culturale operaia tra gli sloveni [...] nel 1919 contava ben 64 filiali in Istria e nel Litorale»[54].

Emancipazione nazionale significa crescita di una borghesia slovena con le sue istituzioni, che sorgono capillarmente nei centri del Litorale e vengono simboleggiate da due grandi edifici, realizzati rispettivamente nel 1904 e 1905: il Narodni dom [Casa del popolo/nazionale] a Trieste ed il Trgovski dom [Casa di commercio] a Gorizia. Ambedue i palazzi sono realizzati dallo stesso grande architetto, Max Fabiani: goriziano, formatosi nella Vienna della Sezession e consulente per la corte asburgica, ma poi – a dimostrazione della travolgente evoluzione sociopolitica del territorio – aderente fin dal 1921 a quel fascismo che distruggerà le sue principali realizzazioni nel Litorale.

Va sottolineato che la tradizione delle istituzioni del mondo sloveno è diversa da quella italiana della CdP, in quanto si tratta di un’identità soprattutto culturale e non politica, anche se non in termini assoluti. Per quanto riguarda l’epoca prefascista, Narodni e Trgovski dom avevano come riferimento il mondo laico e liberale sloveno, così come i cattolici ne avevano altri: anche oggi, a Gorizia il Kulturni dom goriziano è orientato in senso progressista, mentre il Kulturni center “Lojze Bratuž” è di area cattolica[55]. Va ricordata, come ha notato Sabine Rutar, la scelta linguistica del nome Ljudski oder, compiuta dai socialisti sloveni per distinguersi dai liberali della Narodna delavska organizacija [Organizzazione operaia nazionale], sciogliendo l’ambiguità di una definizione di popolo (narod) dal significato sia sociale che nazionale[56].

Ma paradossalmente, proprio la storia dei due principali edifici impedisce di distinguere nettamente questi simboli della crescita della nazione slovena (e delle comunità triestine di origine croata, serba e ceca) dalla storia del socialismo. Il Trgovski dom nasce – come spesso prima, nei paesi, le sezioni dell’associazione sportiva Sokol e le sale di lettura (Čitalnice) – dall’iniziativa di Henrik Tuma, esponente liberale del rinascimento sloveno e promotore di iniziative cooperative e bancarie che, non disdegnando nella sua fase di maturazione il confronto con i cattolici, perviene all’austromarxismo. Così come proprio nel Narodni dom di Trieste, roccaforte dei liberali del partito Edinost, si rappresentano le opere del socialista Ivan Cankar, ostacolate dall’oscurantismo nella Carniola oltreconfine.

Lo stesso edificio del Narodni dom (così come il Trgovski dom goriziano), era una imponente e complessa struttura, simile al modello belga di Gand e Bruxelles, che univa simbolica modernità architettonica – durante il fascismo, per nascondere la visione dell’edificio, se ne dovette costruire un altro davanti – a strutture ristorative ed alberghiere (l’Hotel Balkan), appartamenti privati ed uffici di professionisti, teatro e sale di lettura, una banca, ed ovviamente le sedi associative e politiche, ivi compresa quella del sindacato nazionalista. Questi edifici così simbolici furono non a caso obiettivi privilegiati del fascismo: il 13 luglio 1920 quello triestino fu totalmente distrutto in una delle prime azioni dagli squadristi di Francesco Giunta, seguito il giorno dopo da quello di Pola. Nel 1926, seppure senza demolire del tutto l’edificio, identica azione fu esercitata contro il Trgovski dom, che l’anno dopo fu trasformato in Casa del fascio e poi, escluso il breve periodo postbellico, sottratto definitivamente alla comunità slovena e trasformato in uffici statali[57].

Dopo un ventennio di barbara oppressione razzista, ed un quinquennio di genocidio fascista nei confronti delle popolazioni jugoslave, la ripresa dell’associazionismo sloveno non fu facile nel secondo dopoguerra. Solo

con la firma del Memorandum d'intesa di Londra, del 1954, venne disposta, in sostituzione della sala del «Narodni dom» – Casa nazionale – incendiata nel 1920, la costruzione di una casa della cultura, in cui, a lavori ultimati, nel 1964, l'Associazione Stalno slovensko gledaliscé [Teatro stabile sloveno] ha potuto trovare sede adeguata[58].

Promotrice dell’iniziativa fu l’Skgz (Unione Culturale Economica Slovena, costituitasi nel 1954), che successivamente – nel 1981 – realizzò il Kulturni dom a Gorizia, più di mezzo secolo dopo la perdita del Trgovski dom[59]. Solo con l’art. 19 della legge n. 38 del 2001 il problema degli edifici della comunità slovena è stato parzialmente risolto, prevedendo la restituzione del Narodni dom di Trieste, della Casa della cultura del quartiere di San Giovanni e del Trgovski dom di Gorizia.

Il Narodni dom, sede ora di una facoltà universitaria, è dal 2004 utilizzato in parte dalla Narodna in študijska knjižnica [Biblioteca nazionale e degli studi] e solo in occasione del centenario della distruzione, il 13 luglio 2020, i due presidenti della repubblica – Sergio Mattarella e lo sloveno Borut Pahor – hanno presenziato alla firma di un protocollo, che trasferisce la proprietà dell'edificio a una fondazione costituita dalle associazioni che rappresentano la comunità slovena: l'Skgz e la cattolica Svet slovenskih organizacij (Confederazione delle organizzazioni slovene – Sso). All’evento, a dispetto dell’età, era presente Boris Pahor, testimone oculare dell’incendio, cui ha dedicato tante memorie[60].


Note

1 D’ora in poi, useremo l’abbreviazione CdP.

2 Vi ha accennato, nel quadro di una ricognizione riguardante il Veneto: Marco Fincardi, Le sedi delle associazioni operaie e le Case del popolo, in “Venetica”, 2011, n. 24, pp. 129-150.

3 Le province sono state sciolte con legge regionale 9 dicembre 2016, n. 20, Soppressione delle Province del Friuli Venezia Giulia ecc.

4 Palmiro Togliatti, Corso sugli avversari. Lezioni sul fascismo, Torino, Einaudi, 2010, p. 99.

5 Rinvio innanzitutto a: Gian Luigi Bettoli, Una terra amara. Il Friuli Occidentale dalla fine dell’Ottocento alla dittatura fascista, Udine, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione (Ifsml), 2003.

6 Togliatti, Corso sugli avversari, cit., p. 99. Occorre considerare sia la mancanza di adeguate fonti di studio dell’autore, che la sistematica sottovalutazione polemica, da parte comunista, dell’esperienza del socialismo italiano, considerato uno degli “avversari”.

7 Le analisi sociologiche di Robert Michels (Proletariato e borghesia nel movimento socialista italiano, Roma-Milano, Bocca, 1908 e Storia critica del movimento socialista italiano, Firenze, “La Voce”, 1926) inducono a superare l’ideologica identificazione Psi = partito operaio e Pri e Partito Radicale = partiti borghesi. In realtà, la presenza operaia in questi partiti non è inferiore a quella socialista, e talvolta vi si confonde.

8 Cfr. Gian Luigi Bettoli, Il male viene dal Nord. Come il sindacato tedesco promosse la nascita del socialismo in Friuli, in Michele Colucci e Michele Nani (a cura di), Lavoro mobile. Migranti, organizzazioni, conflitti (XVIII-XX secolo), Palermo, Sislav/New Digital Frontiers, 2015, pp. 103-128.

9 http://www.somsicividale.it/.

10 https://www.pinzanoaltagliamento.info/sede-somsi.

11 Accantonata in questa sede la vastissima letteratura storica, rinvio alla sintesi della odierna situazione regionale in: Gian Luigi Bettoli, La lunga storia delle società di mutuo soccorso, in Paolo Tomasin e Giorgio Volpe, Il Terzo Settore in Fvg. Rapporto 2018, Udine, Forum Terzo Settore Fvg, 2019, pp. 109-114, e, quanto ai loro patrimoni culturali, a: Ugo Falcone (a cura di), Censimento delle Società di Mutuo Soccorso del Friuli Venezia Giulia, Udine, Aviani&Aviani, 2014.

12 Bisogna ricordare che dai due lati del confine, la cooperazione si organizza con realtà di rilievo nazionale: le Cooperative Carniche (1906-2015) e le Cooperative Operaie di Trieste (1903-2015).

13 Gian Luigi Bettoli, Le biblioteche popolari di Vivaro e di Budoia, in “Germinal”, n. 113-114, 2010.

14 Unione Operaia Escursionisti Italiani, Per il monte e contro l'alcool, Cooperativa Tipolitografica Operaia, 1914, pp. 153-156.

15 Alessandro Casellato, Una ‘piccola Russia’. Un quartiere popolare di Treviso tra fine Ottocento e secondo dopoguerra, Verona, Cierre/Istresco, 1998, pp. 63-64 e 109-110.

16 Enzo Pagura, Il Dopolavoro Attilio Meneghel, Pordenone, Tip. Sartor, 2006, p. 26.

17 Togliatti, Corso sugli avversari, cit., pp. 100-101; Bettoli, Una terra amara, cit., v. II., pp. 453-456.

18 Pagura, Il Dopolavoro Attilio Meneghel, cit., pp. 33, 45 e 63-64.

19 Enzo Pagura, Socialismo e organizzazioni operaie a Udine (1894-1902), Pordenone, 2020, http://www.storiastoriepn.it/socialismo-e-organizzazioni-operaie-a-udine-1894-1902/.

20 Ercole Brovelli, Come ho sognata la Casa del Popolo, in “Il Lavoratore Friulano”, n. 45, 14 novembre 1920, p. 1.

21 Ibid.

22 Teresina Degan, La Casa del Popolo nella storia di Torre, Pordenone, Euro 92, 2003; Bettoli, Una terra amara, cit., v. I, pp. 531-538 e passim; Id., Wēijī: crisi e risurrezione di una Casa del Popolo, in Moreno Baccichet, Gian Luigi Bettoli, Mirco Bortolin et al. (a cura di), La storia le storie. Centenario della Casa del Popolo di Torre 1911-2011, Pordenone, Associazione CdP di Torre, 2011, pp. 157-194.

23 “L’Evo Nuovo”, n. 21 del 4 maggio 1902, Il movimento socialista in Friuli.

24 Aldo Gabriele Renzulli, Economia e società in Carnia fra 800 e 900. Dibattito politico e origini del socialismo, Udine, Ifsml, 1978, pp. 276-279; Marco Puppini, “Con il sacrificio di oscuri lavoratori…”. La Casa del Popolo di Prato Carnico, Gradisca d’Isonzo, CdP e Centro “Gasparini”, 2004; Massimo Dubini, “La Casa del diavolo”: origini e caratteri del movimento operaio nella Val Pesarina, tesi di laurea, Università di Udine, a.a. 2002-2003, in https://www.carnialibera1944.it/documenti/casadeldiavolo/casadeldiavolo.pdf.

25 Tarcisio Gressati, Tradizioni democratiche del comune carnico di Lauco, in “Qualestoria”, a. VIII, 1980, n. 2, pp. 56-57; Primo Blarzino, Relazione, Lauco, 2012, in http://www.storiastoriepn.it/wp-content/uploads//blarzino1.pdf.

26 Gian Luigi Bettoli, Case del Popolo nel Friuli Occidentale. Prime sedi dell’organizzazione socialista a Torre di Pordenone ed a Castelnovo del Friuli, Prato Carnico, 2002, in http://www.storiastoriepn.it/case-del-popolo-nel-friuli-occidentale/.

27 Fincardi, Le sedi delle associazioni operaie e le Case del popolo, cit., pp. 129-131.

28 Maurizio Degl’Innocenti. Le case del popolo in Europa, Firenze, Sansoni, 1984, foto a p. 184.

29 Giuseppe Piemontese, Il movimento operaio a Trieste, Roma, Editori Riuniti, pp. 123 e ss., 161-166, 225-226; Marina Cattaruzza, Socialismo adriatico, Manduria, Lacaita, 1998.

30 Aldo Oberdorfer, Il socialismo del dopoguerra a Trieste, Firenze, Vallecchi, pp. 57-63; Giovanni Postogna, Muggia operaia e antifascista, Milano, Vangelista, 1985, pp. 147-149.

31 Piemontese, Il movimento operaio a Trieste, cit. pp. 340-349.

32 Documentazione iconografica è consultabile in Fotografski dokumenti o boju Komunistićne Partije Slovenije, Ljubljana, Inštitut za zgodovino delavskega gibanja in muzej ljudske revolucije, v. I, 1964, pp. 107-167.

33 Postogna, Muggia operaia e antifascista, cit., pp. 124-131 e foto; memoriale CdP di Muggia.

34 Marco Puppini, Movimento contadino ed operaio e organizzazione sindacale nella Bassa Friulana, in Gian Luigi Bettoli e Sergio Zilli (a cura di), La Cgil e il Friuli Venezia Giulia 1906-2006, Mestre, Cgil Fvg, 2006, v. II, pp. 14-20; Federico Snaidero, Giovanni Minut. Terra e libertà, Gradisca d’Isonzo, Centro “Gasparini”, 2011: a p. 23 foto della CdP di Aiello.

35 Massimo De Sabbata, La casa contesa. Storia della Casa del Popolo di Gradisca d'Isonzo, Gradisca, Centro “Gasparini” e Associazione CdP, 2009.

36 Che, il 13 gennaio 1964, ritiene che male abbia fatto la Corte d'Appello a calcolare i tempi del ricorso dalla Liberazione, «in quanto sotto tale regime sarebbe stato possibile chiedere tutela al giudice ed ottenerla contro gli stessi abusi e per le stesse violenze degli organi fascisti»! Ivi, p. 93.

37 Ivi, pp. 41 e 54.

38 Sigfrido Cescut, Quella “baracca” indigesta a Ciriani, in “Messaggero Veneto”, 9 dicembre 2010.

39 Gian Luigi Bettoli, Il volto nascosto dello sviluppo. Contadini, operai e sindacato in Friuli dalla Resistenza al «miracolo economico», Osoppo, Olmis, 2015, p. 233.

40 In particolare, la Famiglia cooperativa di Terzo.

41 Lodovico Nevio Puntin, Mantenere viva la Casa del Popolo di Aquileia, Aquileia, 2013, inedito.

42 Ellis Donda, Struttura e storia di una Famiglia cooperativa, inedito, s.d., pp. 209 e ss.

43 Ripensare l’ex-Sala Nuova. L’aggregazione al Centro, per il benessere della Comunità, invito al dibattito del 16 febbraio 2019.

44 Grazie ad Edi e Stefano Minin, che ci hanno accompagnato in una visita guidata il 1° giugno 2013. Edi, ex operaio del cantiere di Monfalcone, a lungo dirigente del partito; Stefano, suo figlio e dirigente di Coop Alleanza 3.0. Le informazioni sono state aggiornate in un colloquio con Stefano il 22 luglio 2021.

45 “l’Unità”, 9 novembre 1952, Si costruisce la Casa del Popolo.

46 “l’Unità” del 2 gennaio 1952, Contro la “Casa del popolo” le ire governative.

47 Testimonianza di Franco Zorzin, detto Iure, uno dei responsabili.

48 Colloquio con Luciano Patat, storico ed ex sindaco, 23 luglio 2021.

49 Testimonianza scritta di Igor Kocijancic, allora segretario provinciale del Prc, 29 maggio 2013, e colloquio con Gianni Torrenti, già presidente della Cooperativa Bonawentura ed assessore regionale, 23 luglio 2021.

50 Postogna, Muggia operaia e antifascista, cit., p. 131; Gloria Nemec (a cura di), La giustizia e la memoria. Luciano Rapotez, un caso giudiziario del dopoguerra, Trieste, Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione, 2011 (citazione a p. 114); testimonianza scritta di Fabio Vallon, presidente dell’Anpi di Trieste, 21 giugno 2021.

51 Colloquio con Gianni Torrenti, cit.

52 Henrik Tuma, Dalla mia vita. Ricordi, pensieri e confessioni, Trieste, Devin, 1994 (ed. or. Ljubljana 1937).

53 Cattaruzza, Socialismo adriatico, cit., pp. 63-90; Sabrine Rutar, Istruzione ed emancipazione: i circoli culturali socialdemocratici italiani e sloveni nella Trieste Asburgica (1899-1914), in “Qualestoria”, a. XXIX, n. 2, dicembre 2001, pp. 99-121 (da cui la citazione).

54 William Klinger, Crepuscolo adriatico. Nazionalismo e socialismo italiano in Venezia Giulia (1896-1945), “Quaderni” del Centro Ricerche Storiche di Rovigno, v. XXIII, 2012, p. 89.

55 Colloquio con Igor Komel, direttore del Kulturni dom di Gorizia, 23 luglio 2021.

56 Rutar, Istruzione ed emancipazione, cit., p. 119.

57 Martina Kapol, Il Narodni dom di Trieste, 1904-1920, Trieste, Ztt-Est, 2020; filologicamente corretto, in un contesto romanzato: Mariij Čuk, Fiamme nere, Trieste, Mladika, 2021; Storia del Trgovski dom, in https://www.knjiznica.it/it/centri-culturali/storia-del-trgovski-dom/. Sull’incendio, la ricostruzione più convincente in Carlo Schiffrer, Fascisti e militari nell’incendio del Balkan, in “Trieste” a. X, n. 55, 1963.

58 Gabriella Gherbez, Silvano Bacicchi, Enzo Modica et alii, Intervento finanziario dello Stato per l'Associazione «Stalno slovensko gledaliscé» - Teatro stabile sloveno di Trieste, Roma, 1976.

59 Testimonianza di Igor Komel, cit.

60 Tra cui il racconto in Boris Pahor, Il rogo nel porto, Rovereto, Zandonai, 2008, pp. 31-69.