Come citare questo articolo: , Fonti per lo studio della storia degli istituti tecnico-industriali in Emilia-Romagna, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 5 (2021) []. https://rivista.clionet.it/vol5/dossier/genere_lavoro_cultura_tecnica/fragnelli-fonti-per-lo-studio-della-storia-degli-istituti-tecnico-industriali-in-emilia-romagna. Ultimo accesso 02-12-2021.

Nell’ambito del progetto Genere, lavoro e cultura tecnica tra passato e futuro occupa un ruolo centrale la dimensione dell’istruzione e della formazione tecnica femminile, a lungo osteggiata dalle classi dirigenti sedimentando stereotipi e idee nell’immaginario collettivo che influenzano ancora oggi le dinamiche inerenti alla presenza delle ragazze negli istituti tecnici industriali. Secondo gli ultimi dati resi disponibili dall’Istat, nell’anno scolastico 2013-’14 vi erano solo 12,1 donne ogni 100 diplomati negli istituti tecnici ad indirizzo industriale[1]. È il dato più basso tra tutti i percorsi dell’istruzione secondaria di secondo grado, seguito dall’indirizzo per geometri (17,6%). Viceversa, è l’istruzione magistrale che presenta la più alta percentuale di diplomate con un tasso pari a 83%, che evidenzia con maggior forza quanto la scelta compiuta dalle studentesse durante l’orientamento scolastico sia condizionata dagli stereotipi.

La ricostruzione dei lineamenti essenziali della storia dell’istruzione tecnico-industriale attraverso l’ottica di genere offre la possibilità di guardare da un punto di vista privilegiato la presenza femminile all’interno di questi istituti. Si può così scoprire che, nonostante le scarse attenzioni sino ad ora dedicate a questo tema, diverse sono state le esperienze territoriali che hanno coinvolto le studentesse italiane a partire dalla seconda metà dello scorso secolo[2]. Ciò vale anche per lo scenario emiliano-romagnolo, nel cui ambito si è svolta questa ricerca. In particolare, il focus dell’indagine è costituito dall’Istituto tecnico industriale femminile comunale di Bologna (ITIF), ma altri contesti, come gli ITI statali Enrico Fermi di Modena e Nullo Baldini di Ravenna, l’ITTS Guglielmo Marconi di Forlì e l’IIS Leopoldo Nobili di Reggio Emilia, forniranno ulteriori e interessanti spunti.

L’esperienza pionieristica di questo progetto si situa in un campo ancora largamente non indagato, in cui l’assenza di una sistematica raccolta di studi sul tema implica come conditio sine qua non l'individuazione di fonti primarie che ci restituiscano le caratteristiche peculiari delle singole realtà e ci raccontino come e quando si è assistito ad un più generale ingresso delle studentesse negli istituti tecnici industriali dell’Emilia-Romagna. Al termine di questo breve percorso scopriremo che non si tratta delle uniche fonti disponibili.

 

La documentazione dell'Archivio Storico Comunale di Bologna

Tra le fonti, un ruolo di particolare importanza è svolto dalle raccolte degli Atti del Consiglio dell’ente pubblico territoriale che allora aveva competenze in materia di istruzione tecnica e gestiva l’istituto. Ad esempio, sino alla delibera regionale 20 dicembre 2007 che avviava il processo di statalizzazione degli Istituti Aldini Valeriani ed Enrico Fermi, le due scuole erano gestite rispettivamente dal Comune di Bologna e dalla Provincia di Modena. Si prenda come modello l’ITIF, la cui breve ma complessa storia si colloca negli anni Sessanta del Novecento.

L’ITIF vide la sua nascita nell’anno scolastico 1963-’64 come evoluzione di un progetto sperimentale avviato l’anno precedente dal Comune di Bologna, gestore degli istituti Aldini Valeriani, consistente in una classe femminile ad essi afferente. La volontà di rispondere alla domanda di tecnici specializzati da parte delle imprese e di aprire un settore dell’istruzione, in particolare quello tecnico-industriale, alle giovani studentesse furono le motivazioni che spinsero l’amministrazione comunale prima a tentare l’esperimento della “classe femminile”, poi ad attivare una scuola autonoma[3].

La complessità della ricostruzione delle vicende legate a questo Istituto non è dovuta alla sua durata, risolta in un arco cronologico inferiore al decennio, ma alla fitta rete di relazioni nella quale è stata inserita. Per meglio precisare, il Comune di Bologna costituì, affiancandola all'offerta formativa Aldini Valeriani, una classe femminile nell’a.s. 1962-’63, la quale per motivi logistici fu ospitata presso l’Istituto tecnico professionale Elisabetta Sirani, anch’esso di gestione comunale. In considerazione dell’esito positivo di questo esperimento, l’amministrazione comunale chiese e ottenne l’autorizzazione ad istituire nel successivo anno scolastico un istituto autonomo, l’ITIF appunto, indipendente dall'Aldini-Valeriani, dal quale però provenivano gli insegnanti tecnico-pratici. Di fatto, però, la nuova scuola non si affrancò dai locali dell’Istituto Sirani, ma all'opposto condivise con esso l’ufficio di presidenza, affidato alla professoressa Bruna Biondi. Quando al termine dell’a.s. 1968-’69 cessò l’esperienza dell’ITIF, le ragazze iscritte confluirono nell'Aldini Valeriani, dal 1969-’70 diventata scuola mista.

Questa è, in estrema sintesi, la breve storia vissuta dall’istituto femminile bolognese, una vicenda complessa e intricata che sino ad oggi ha generato confusione anche tra chi ha frequentato quei banchi. La documentazione prodotta dall’ente gestore dell’Istituto, il Comune di Bologna, è la fonte più autorevole alla quale rivolgersi per indagare il caso preso in esame. In questo senso, gli Atti del Consiglio e i Registri di protocollo conservati presso l’Archivio Storico Comunale aiutano a comprendere le dinamiche sottese alla nascita dell’Istituto e a collocare nel tempo le trasformazioni successive.

Ad esempio, dagli Atti emergono con chiarezza i termini del dibattito tra la maggioranza e l’opposizione consiliare, che convenivano sulla necessità di allargare l’istruzione tecnico-industriale alle ragazze, ma erano in disaccordo sulle modalità con le quali attuare questa “svolta” educativa. Altri riferimenti significativi rimandano, in particolare, al rapporto col Ministero della Pubblica Istruzione per l’apertura del nuovo Istituto, o alle spese per l’approntamento degli ambienti scolastici e dei laboratori tecnici.

I Registri di protocollo generale o per materia, invece, se da un lato confermano, in forma puntuale, quanto individuato negli Atti, dall'altro ne integrano la documentazione con i rimandi a quanto prodotto e acquisito dando seguito alle iniziative politico-amministrative. In modo particolare, risultano fondamentali per determinare quando, nell’ambito delle autorizzazioni ministeriali, il Comune ha ricevuto il consenso ad avviare le sezioni di specializzazioni del triennio ad indirizzo industriale chimico ed elettronico. Va rilevato, d'altro canto, che i Registri per materia presentano le determinazioni e i processi relativi all’ITIF sotto la voce Istituto Professionale Femminile Elisabetta Sirani, a conferma della erronea “sovrapposizione” tra le due istituzioni, reiterata anche dagli addetti all'ordinamento della documentazione d'archivio.

 

ITIF e Sirani: gli archivi scolastici

Se la documentazione istituzionale aiuta a comprendere il contesto economico ed il clima socio-culturale nel quale una scuola nasce e avvia le proprie attività didattiche, ciò che permette una conoscenza più diretta e meno mediata degli istituti scolastici sono le carte prodotte e ricevute dall’istituto stesso. È nel carteggio amministrativo interno che si possono ritrovare preziose informazioni sulla storia, sui rapporti intrattenuti con le altre realtà del territorio ed anche riferimenti rispetto a quanto desunto dall'Archivio Comunale. Ma, soprattutto, questo tipo di fonte è in grado di dirimere eventuali perplessità, come quelle che hanno interessato a lungo la storia dell’ITIF.

La condivisione della presidenza con il Sirani ha influenzato non solo la percezione dei contemporanei e delle studentesse, ma anche la sedimentazione delle carte e della corrispondenza istituzionale, come già evidenziato[4]. Come ulteriore elemento di conferma dello stretto legame tra le due scuole, merita di essere sottolineata la totale giustapposizione della documentazione, nella quale venivano trattate indifferentemente e spesso all’interno delle stesse comunicazioni. Anche le intestazioni degli allegati, spediti o ricevuti, presentano la dicitura “Sirani” nella quasi totalità dei casi presi in considerazione.

Di notevole interesse circa la storia del lavoro e dell’impresa, ma anche dell’istruzione, è la corrispondenza tra le aziende del territorio bolognese e la presidenza dell’ITIF, alla quale venivano chiesti i nominativi delle ragazze diplomate come perito industriale pronte ad occupare un posto specializzato all’interno delle industrie locali. È noto che questa consuetudine era sempre stata riservata all'Aldini Valeriani. Emerge quindi uno stretto rapporto tra il mondo dell’istruzione, in grado di formare tecnici preparati, ed il tessuto produttivo nel quale trovavano agevolmente impiego.

Tuttavia, l'importanza della documentazione scolastica non si esaurisce nel carteggio amministrativo. Dai registri di classe si possono “leggere”, infatti, diversi significativi aspetti della vita e dell'attività di un istituto, a partire dalla “quotidianità” dell'insegnamento e dell'apprendimento: lezioni e verifiche scritte e orali, promozioni e abbandoni, borse di studio. Vi è però un secondo livello di lettura che permette un’analisi più approfondita e che concerne la composizione scolastica, la provenienza geografica o da altri istituti, i percorsi formativi e di specializzazione. In particolare, quest’ultimo aspetto può essere valutato, non solo in relazione alla domanda delle imprese locali, ma anche alla luce della percezione che le studentesse avevano di alcune discipline. Si è riscontrato, infatti, non solo nel contesto bolognese, ma più in generale nelle realtà indagate in Emilia-Romagna, una decisa prevalenza nella scelta dell’indirizzo di specializzazione chimico, presente pressoché ovunque, rispetto a quello elettronico o addirittura meccanico.

Sempre in riferimento all’ITIF di Bologna, vale la pena rilevare un'ulteriore particolarità dal punto di vista archivistico, indice e ulteriore prova della “percezione” di un'unica identità, non tra due, ma addirittura fra tre scuole. L'intera serie dei Registri scolastici, dalla classe iniziale afferente all'Aldini Valeriani, a quelle dell'anno successivo quando l'Istituto Femminile era diventato autonomo e fino alla sua chiusura, sono tuttora presenti all'interno dell'Istituto Aldini Valeriani, oggi Statale, nell'Archivio recentemente oggetto di riordino nell’ambito del progetto “Una città per gli archivi” della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna[5].

 

Modena, Forlì, Ravenna

La ricerca archivistica ha rappresentato ovviamente il metodo di lavoro più efficace per ricostruire la storia di un istituto dalla breve vita come l'ITIF di Bologna, rimasto nell’ombra e scarsamente considerato rispetto alle altre storiche esperienze scolastiche gestite dal Comune, l’Istituto Aldini Valeriani e l’Istituto Sirani, indiscusse protagoniste dell’istruzione tecnico-professionale in stretto contatto con gli ambienti economico-produttivi, quindi oggetto di attenzione e di studio[6].

Nel caso di altri Istituti Tecnici, a Modena, Forlì e Ravenna, la ricostruzione della storia delle scuole ha seguito un percorso diverso, meno tradizionale e rigoroso, ma ugualmente interessante, legato ad occasioni celebrative, con eventi e pubblicazioni che hanno lasciato traccia anche nel web, in grado di mettere in moto un processo identitario che ha coinvolto varie generazioni di studenti ed insegnanti.
Tratto comune delle iniziative che hanno interessato gli Istituti Tecnici Industriali Enrico Fermi di Modena, Guglielmo Marconi di Forlì e Nullo Baldini di Ravenna è stato la volontà di non disperdere la propria memoria e valorizzare l’attività svolta dall’istituto nel contesto locale, il cui esito principale è stato la stampa di alcuni volumi[7].

Più di altri, sono tre gli elementi che connotano queste pubblicazioni: la raccolta di testimonianze degli ex docenti e studenti, la raccolta di documentazione fotografica e, infine, la compilazione degli annuari dei diplomati. Le prime ci danno la possibilità di leggere lo svolgimento degli avvenimenti attraverso la sensibilità e la soggettività dei protagonisti, restituendoci un panorama vivo e con sfumature diverse, certamente non privo di imprecisioni, nondimeno utile per ricostruire la storia secondo nuovi scenari, rispetto alla documentazione tradizionale, stimolando ulteriori riflessioni. Nella prospettiva di genere, ad esempio, l’intervista ad Adriana Panza, diplomata in Elettronica industriale all’Istituto Fermi di Modena nel 1963, prima donna in Italia, rappresenta un interessante punto di partenza per indagare che cosa volesse dire per una ragazza frequentare un istituto tecnico-industriale negli anni del miracolo economico, quali erano i rapporti con i compagni di classe e i docenti, i pregiudizi della società, le opportunità, ma anche le difficoltà, del mercato del lavoro.

Anche le interviste svolte da Eloisa Betti alle ex studentesse dell’ITIF di Bologna, in parte confluite nel documentario “Mosche bianche” di Andrea Bacci[8], dipingono un quadro complesso e di rilevante interesse, non solo per la storia di genere, ma anche per quella della società, dell’istruzione e del lavoro, con riflessi importanti sulla storia culturale. Dalle testimonianze emergono chiaramente i tratti significativi delle esperienze di vita, di studio e di lavoro, come anche i preconcetti sociali che le accompagnarono in un periodo, gli anni Sessanta, in cui non era affatto pacifico che una donna abbandonasse gli “abiti” tradizionali scegliendo un percorso di istruzione di tipo tecnico-industriale.

Altrettanto importante è stata la costruzione di repertori fotografici, attingendo in primo luogo dagli archivi degli istituti scolastici stessi, ma anche da quelli degli enti gestori, dalle collezioni pubbliche e da quelle private o personali. Le fotografie mostrano gli ambienti, le classi, gli allievi, gli insegnanti e il personale ausiliario, gli eventi sportivi e le manifestazioni politiche, documentando nel contempo le trasformazioni intercorse negli anni, anche dal punto di vista del costume, in modo vivo ed efficace.

Un’interessante operazione è stata svolta dall’Istituto Nullo Baldini, digitalizzando e rendendo disponibile sul proprio sito istituzionale un consistente numero di immagini[9]. Per quanto riguarda le istituzioni culturali locali, va segnalata la presenza nell'Archivio fotografico della Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia di numerosi scatti relativi all’Istituto Leopoldo Nobili, già ITI Vittorio Emanuele III. Diversi di questi appartengono al Fondo Vaiani, studio fotografico reggiano, attivo ininterrottamente dall’inizio del XX secolo[10]. Presso la Fondazione Modena Arti Visive è invece conservato il ricco fondo fotografico prodotto dalla Provincia di Modena, interamente catalogato e consultabile online[11].

L’Archivio fotografico del Museo del Patrimonio Industriale di Bologna custodisce alcune significative fotografie dell’ITIF, commissionate al prestigioso Studio A. Villani, in parte utilizzate per un articolo pubblicato nel 1966 sul periodico dell'U.D.I. “Noi Donne”[12]. Fanno parte del fondo ITIAV, di rilevante interesse per la storia dell’istruzione tecnico-industriale della città e del suo territorio, composto da circa 400 positivi fotografici databili 1930-’60[13]. Relativamente all’istituto Sirani, invece, un importante nucleo fotografico che documenta la vita della scuola è conservato presso l’Archivio Storico del Comune di Bologna[14].

Infine, anche gli elenchi dei diplomati, apparentemente banali nella loro composizione, se opportunamente rielaborati si prestano a molteplici riflessioni ed analisi, perlopiù di tipo statistico, sia nel complesso che rispetto alla composizione di genere delle classi e dell’istituto, ma soprattutto sulla scelta delle specializzazioni. Se in assoluto risulta confermata la bassa percentuale di studentesse che si rivolgono ai percorsi di istruzione tecnico-industriale, altrettanto chiara è la disomogeneità nei diversi curricoli, all’interno dei quali alcuni appaiono piccoli cluster dove è decisamente maggiore l’affluenza femminile (chimica, ad esempio) rispetto ad altri (meccanica). Nel progetto di informatizzazione della propria storia, l’Istituto Baldini di Ravenna si distingue per la pubblicazione online dell’annuario dei propri studenti diplomati dal 1966, anno di fondazione, al 2007[15].

 

Un tema di studio ancora largamente inesplorato

Sebbene non manchino studi e ricerche sulla storia dell’istruzione secondaria in Italia, il tema dell’educazione tecnica, in particolare industriale, resta ancora oggi poco considerato e si devono ad Alessandra Cantagalli i contributi più recenti e significativi circa la storia della figura del perito industriale[16]. Come si è potuto osservare sino ad ora, diverse sono le potenzialità e la varietà di fonti a disposizione del ricercatore, leggibili da diverse ottiche e prospettive, oltre a quelle qui illustrate.

Infine, si possono delineare alcuni ulteriori possibili percorsi di ricerca, nel contesto emiliano-romagnolo. Va infatti sottolineata la peculiare attività svolta dalla Provincia di Reggio Emilia che, nell’ambito della programmazione scolastica, promuove interessanti studi finalizzati alla riorganizzazione del sistema scolastico provinciale, includendo analisi ed elaborazione di dati[17]. Un ruolo di primo piano è svolto dall’“Annuario della scuola reggiana”, già “Annuario scolastico della Provincia di Reggio Emilia”, che fornisce elementi utili alla comprensione dell’evoluzione quantitativa dell’istruzione locale attraverso prospetti e report relativi ai singoli istituti, e tra questi l’IIS Leopoldo Nobili, contenenti informazioni circa i nuovi iscritti e i diplomati, gli studenti afferenti alle diverse classi e curricoli, riportando i numeri totali ed anche divisi in base alla componente di genere. Ulteriori linee di ricerca possono essere ancora offerte dall’Archivio storico della Regione Emilia-Romagna che conserva gli archivi delle amministrazioni statali o enti pubblici le cui funzioni sono state trasferite o delegate alla Regione, e tra queste la materia di istruzione artigiana e professionale[18].

Il tema dell’istruzione e della formazione professionale, distinto, seppur complementare, dall’istruzione tecnica, non ha goduto degli interessi della ricerca storica, dato il complesso legame con il sistema scolastico[19], e per questo costituisce una possibile linea di indagine. Le suggestioni emerse nel presente contributo si propongono quindi di coniugare la storia dell’istruzione tecnico-industriale alla prospettiva di genere e, successivamente, al rapporto tra genere e lavoro, aprendo nuovi scenari interpretativi per promuovere un approccio anti-discriminatorio e gender-mainstream nell’orientamento e nella formazione scolastica.


Note

1 Istat, Serie Storiche. Tavola 7.11 segue - Licenziati e diplomati delle scuole primarie, secondarie di primo e secondo grado, per sesso – Anni scolastici 1945/46-2013/14, consultabile online.

2 Sul processo di femminilizzazione dell’istruzione tecnico-industriale rimando al recente studio di Alessandra Cantagalli, Stefano Verratti, Tra istruzione e professione: le prime generazioni di donne periti industriali, in Eloisa Betti, Carlo De Maria (a cura di), Genere, lavoro e formazione professionale nell’Italia contemporanea, Bologna, Bononia University Press, 2021, in corso di stampa.

3 Sull’esperienza dell’Istituto Tecnico Industriale Femminile di Bologna si veda il contributo di Maura Grandi e Benedetto Fragnelli, Il Comune di Bologna e l’istruzione tecnica: l’Aldini Valeriani e l’Istituto Tecnico Industriale Femminile, ivi, in corso di stampa. La parte relativa all'ITIF riprende ed amplia il mio articolo, L'Istituto Tecnico Industriale Femminile di Bologna. Breve storia di una scuola comunale negli anni Sessanta, in “Scuolaofficina”, 2020, n. 1, pp. 12-17.

4 Infatti, all’interno dell’Archivio Sirani si trovano le carte relative all’ITIF di Bologna: AscBo, Scuola professionale Regina Margherita - Istituto Elisabetta Sirani, Protocollo 1963-1970, bb. 60-72.

5 I sette registri relativi all’ITIF conservati nell'Archivio Aldini Valeriani riportano nell’intestazione la dicitura “Istituto Tecnico Industriale Femminile”, senza alcun riferimento all’Istituto Sirani. Sul riordino dell'Archivio si veda Carlo De Maria, Matteo Troilo, L’archivio degli Istituti Aldini-Valeriani e Sirani del Comune di Bologna, in “Scuolaofficina”, 2012, n. 2, pp. 26-31. Per la consultazione online dell'inventario: https://www.cittadegliarchivi.it/.

6 Sull'Aldini Valeriani si veda: Comune di Bologna, Macchine Scuola Industria. Dal mestiere alla professionalità operaia, Bologna, Il Mulino, 1980; Roberto Curti, Istruzione tecnica e formazione delle maestranze. Cent’anni di vita dell’Aldini-Valeriani di Bologna, 1830-1930, in Roberto Finzi (a cura di), in Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità ad oggi. L’Emilia-Romagna, Torino, Einaudi, 1997, pp. 787-812; Roberto Curti, Maura Grandi, Imparare la macchina. Industria e scuola tecnica a Bologna, Bologna, Compositori, 1988; Alessio Zoeddu, Una scuola alle Esposizioni. L'Istituto Aldini-Valeriani (1856-1911), in “Scuolaofficina”, 2014, n. 2, pp. 16-23. Sull’Istituto Sirani: Brunella Dalla Casa (a cura di), Donne Scuola Lavoro. Dalla Scuola professionale “Regina Margherita” agli istituti “Elisabetta Sirani” di Bologna. 1895-1995, Imola, Galeati, 1996.

7 Sull’istituto Fermi si veda: Istituto Tecnico Industriale Statale Enrico Fermi,"… alle otto e mezza davanti al Fermi!”. Quarant’anni di vita dell’Istituto tecnico industriale provinciale Enrico Fermi, Modena, Il Fiorino, 1998; Anna Maria Pedretti (a cura di), Io, al Fermi. Storia di una scuola in un racconto a più voci, Carpi, APM, 2007. Sul Marconi: Istituto tecnico industriale statale “Guglielmo Marconi” Forlì, 1900-2000: un secolo di istruzione tecnica industriale in Forlì, Forlì, 2000; Idem, Storie d’istituto. Antologia di ricordi del secolo scorso, Forlì, 2004. Sul Baldini: ITIS Nullo Baldini, Mezzo secolo di Storia e di Ricordi, Ravenna, Edizioni Moderna, 2012. Segnalo, inoltre, i seguenti contributi sull’IIS Fermo Corni di Modena, escluso da questa prima fase di studio, ma meritevole di essere comunque menzionato data la sua tradizione nel settore tecnico-industriale: Franca Baldelli et al. (a cura di), Dalla Regia Scuola Popolare e Mestieri all'Istituto Tecnico Industriale Statale "F. Corni", Modena, Mucchi, 2007; Olimpia Nuzzi, Il Corni e Modena, Modena, Corni Edizione, 2003.

8 Sul progetto documentaristico “Mosche bianche” rimando al contributo di Andrea Bacci presente in questo dossier.

9 https://itisravenna.edu.it/images/La_storia_I.T.I.S._Nullo_Baldini/storia/cd/archivio.htm, consultato il 24.02.2021.

10 Sul catalogo online della biblioteca può essere effettuata una prima operazione di ricerca sui record già digitalizzati, http://opac2.provincia.re.it/reggiofoto/, consultato il 24.02.2021.

11 http://archiviostorico.fmav.org/, consultato il 24.02.2021.

12 Giulietta Ascoli, Le mosche bianche della tecnica, in “Noi Donne”, 1966, n. 2, pp. 30-33.

13 Archivio Fotografico del Museo del Patrimonio Industriale, Fondo A. Villani e Fondo ITIAV.

14 AscBo, Scuola professionale Regina Margherita - Istituto Elisabetta Sirani.

15 https://itisravenna.edu.it/images/La_storia_I.T.I.S._Nullo_Baldini/storia/cd/studenti.htm, consultato il 24.02.2021.

16 Si vedano: Alessandra Cantagalli, Istruzione e tecnica. I periti industriali dall’Ottocento a oggi, Bologna, Bononia University Press, 2012; Idem, I periti industriali. Storia di una professione 1859-1996, Roma, Edigraf, 2000.

17 In modo particolare si veda: Provincia di Reggio Emilia, Linee di trasformazione del sistema di istruzione superiore della provincia di Reggio Emilia (1960-2005), in “Quaderni di programmazione scolastica”, 2006, n. 4. L'intera serie dei quaderni, in totale 11, è scaricabile dal sito https://www.provincia.re.it/aree-tematiche/istruzione/scuola-e-diritto-allo-studio/programmazione-scolastica/altre-pubblicazioni/. Si vedano inoltre gli interessanti interventi relativi all’istruzione tecnica e alla scolarizzazione femminile in Mirco Carrattieri, Nadia Castagnetti, Alberto Ferraboschi (a cura di), Una provincia che fa scuola: aspetti dell'istruzione secondaria a Reggio Emilia (1962-2012), Reggio Emilia, Diabasis, 2012. Un utile strumento per impostare una prima fase di ricerca nel territorio reggiano è il contribuito di Barbara Menghi Sartorio, Stefano Vitali (a cura di), Un primo censimento del patrimonio archivistico delle scuole reggiane, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, Soprintendenza archivistica per l’Emilia-Romagna, 2013.

18 Il D.P.R. 10/1972 stabilì il trasferimento alle Regioni delle funzioni amministrative statali in materia di istruzione artigiana e professionale, tra cui quelli dell’Ispettorato interprovinciale di Bologna dell’Istituto Nazionale per l’Addestramento e il Perfezionamento dei Lavoratori dell’industria (I.N.A.P.L.I.) 1950-1972, del Consorzio Provinciale per l’Istruzione Tecnica (C.P.I.T.) di Bologna 1946-1977 e l’Archivio dell’Ente Nazionale per l’Addestramento dei Lavoratori del Commercio (E.N.A.L.C.) 1947-1974. Si veda: Gabriele Bezzi, Luigi Garofalo, Lucia Ferranti et al., Imparare un mestiere. Formazione professionale: aspettative, speranze e ambizioni nell’Italia del secondo dopoguerra, in “Scuolaofficina”, 2020, n. 1, pp. 24-29.

19 Sul tema si veda Pietro Causarano, La formazione professionale fra relazioni industriali e regolazione pubblica. Il caso italiano dal dopoguerra agli anni ’70, in “Annali di storia dell’educazione”, 2015, n. 22, pp. 233-252.