Come citare questo articolo: , La multidimensionalità del sapere storico: percorsi di Public History, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 5 (2021) []. https://rivista.clionet.it/vol5/dossier/genere_lavoro_cultura_tecnica/la-multidimensionalita-del-sapere-storico-percorsi-di-public-history. Ultimo accesso 02-12-2021.

Il presente articolo va ad approfondire gli aspetti di carattere Public del progetto “Genere, lavoro e cultura tecnica tra passato e futuro” (d’ora in poi, Genere, lavoro e cultura tecnica). Questa disciplina è stata definita dall’attuale presidente dell’Associazione italiana di Public History, Serge Noiret, come una

più vasta concezione della storia concepita per essere trasportata verso un largo pubblico di non addetti ai lavori usando dei mezzi moderni di comunicazione per farlo. Public History è discesa della storia nell’arena pubblica, confronto con pubblici diversi, ed uso sistematico, per farlo, dei media di comunicazione di massa: la radio, la televisione, la rete per fare storia[1].

Coniugando ricerca storica, didattica della storia, linguaggi multimediali e piattaforme di natura interattiva, Genere, lavoro e cultura tecnica vuole calare la storia della cultura tecnica femminile nell’arena pubblica. Il progetto punta a valorizzare il patrimonio storico sul tema e diffonderlo ad un pubblico il più ampio possibile: non solo storici e appassionati di storia, dunque, ma tutta la cittadinanza, con particolare attenzione ai ragazzi in età scolare. Le attività ideate a tale scopo e le modalità adottate per portarle a compimento sono state elaborate da un gruppo di lavoro eterogeneo, formato da esperti in vari ambiti e discipline, che hanno efficacemente coniugato le proprie professionalità con le opportunità offerte dal ricco patrimonio storico sul tema, creando un ponte tra passato e futuro e promuovendo l’educazione alla parità di genere.

Il progetto costituisce una sperimentazione di carattere inedito. Anzitutto, per l’originalità del tema trattato, il quale precedentemente non è mai stato oggetto di una sapiente rielaborazione di carattere Public. Inoltre, innovativi sono anche i contenuti elaborati in seno al progetto, sia per l'originalità delle fonti utilizzate, che per le modalità attraverso cui sono stati ideati, strutturati, prodotti e distribuiti al pubblico: dallo screening e raccolta di fonti documentali e orali, alla loro analisi e confronto con quelle secondarie, passando per un processo di rielaborazione volto alla creazione di prodotti di natura testuale, grafica e audio-visiva, predisposti per essere presentati a diverse tipologie di pubblico. Procedimenti, questi, cui hanno sotteso svariate attività di natura collaborativa.

Di seguito, approfondirò quanto poc’anzi descritto, attraverso la presentazione di alcuni dei contenuti di Public History elaborati in seno al progetto, focalizzandomi, nello specifico, sui percorsi storici consultabili sul sito internet di questo.

 

Dalle carte al web

La circolarità della pratica storica in seno alle attività del progetto trova espressione all’interno del suo sito internet: generelavoroculturatecnica.it, che costituisce anche l’archivio digitale, tematico e condiviso dei contenuti dei vari enti partecipanti. Tali contenuti sono stati selezionati, raccolti/digitalizzati, backuppati[2], analizzati e infine rielaborati per la loro immissione in rete. Il sito internet di un progetto di Public History è uno strumento di vitale importanza, in quanto sussume molteplici funzioni. Anzitutto, fa da bacheca per la valorizzazione della documentazione primaria, la quale spesso, per ragioni di spazio e costi, non può trovare dimora nel web[3]. Secondariamente, grazie alla propria interattività e multidimensionalità, è una piattaforma che si presta in maniera efficace alla presentazione di contenuti storici, consentendo di superare i limiti del medium classico votato alla loro trasmissione, ovvero il testo scritto – il quale, pur rimanendo strumento efficace, non può che “appiattirli” in forma bidimensionale. Al contrario, la piattaforma sito può valorizzare un prodotto storico attraverso l’arricchimento con elementi grafici (fotografie e audiovisivi) e collegamenti diretti, o link, ad altri contenuti. Infine, il sito di un progetto di Public History è una piattaforma totalmente open-access, che può essere consultata da chiunque sia interessato al progetto per ragioni di lavoro, studio, interesse personale o semplice curiosità, senza necessità di essere in possesso di credenziali d’accesso o dover acquistare abbonamenti per la consultazione dei contenuti[4].

Un sito internet è dunque uno strumento con grandissime potenzialità, in relazione alla sua natura ideata «specificatamente per la diffusione e condivisione dei contenuti»[5]. Tuttavia, un sito da solo non assicura un’efficace trasmissione, ma è altresì importante considerare che a diverso medium corrisponde un diverso processo di elaborazione dei materiali, i quali devono essere pensati, fin dal principio, per essere immessi nel World Wide Web. Questo processo presuppone una riflessione basata sulle caratteristiche peculiari di tale piattaforma, di cui la/il Public historian deve essere a conoscenza per valutare appropriatamente l’efficacia dei prodotti elaborati – al punto che alcuni studiosi parlano di digital turn del mestiere storico[6].

Vediamo ora come tali prerogative sono state prese in considerazione nel processo di elaborazione dei percorsi di approfondimento del sito di Genere, lavoro e cultura tecnica. Una delle modalità attraverso cui le fonti storiche sono state valorizzate è tramite la creazione di schede analitico-descrittive, le quali approfondiscono, a vari livelli, la narrazione complessa al centro del progetto. In particolare, i contenuti si focalizzano sulle esperienze di istruzione professionale e imprenditorialità femminile delle regioni Emilia-Romagna, Toscana e Lombardia, fornendo approfondimenti biografici sulle protagoniste e ricollegandone le testimonianze al più ampio tessuto legislativo nazionale e internazionale, arrivando a creare un archivio digitale tematico sull’argomento. Questo intento è rispecchiato dalla struttura del sito, suddivisa su base cronologico-spaziale nelle sezioni “Scenari”, “Scuole/Territorio”, “Biografie” e “Lavoro/Diritti”. Ogni sezione sviluppa il tema fulcro del progetto in chiave differente, arricchendone, con diverse sfaccettature, la narrazione.

L’analisi della sezione “Scenari” è utile a contestualizzare storicamente il periodo di riferimento del progetto, presentato attraverso percorsi suddivisi per età. Il punto di partenza, a livello cronologico, è l'età liberale, che si caratterizza per l'allargamento del bacino di lavoratori del settore secondario, conseguente alla seconda rivoluzione industriale. A questo periodo risale la fondazione delle prime scuole professionali femminili, caratterizzate da un accento sulla formazione votata alla piccola impresa e all'economia domestica, ambito cui verrà data particolare enfasi nel periodo successivo. La riforma Gentile di epoca fascista, infatti, punterà a formare la donna in quanto “angelo del focolare”, in relazione al più ampio progetto di fascistizzazione della società: modifiche che non furono ben accolte dalle donne coeve, come testimoniano dati statistici indicanti un calo delle iscrizioni[7]. Si caratterizza per una tendenza inversa il successivo periodo di ricostruzione post-bellica e in special modo gli anni del boom economico, che vedono aumentare il numero degli istituti professionali femminili, assieme all'apertura di indirizzi precedentemente inaccessibili alle studentesse – quali elettronica, elettrotecnica, chimica e meccanica. L'aumento delle imprese, private e cooperative, a carattere secondario e terziario, andò di pari passo con l’aumento delle lavoratrici, le quali rinunciarono viepiù alla reclusione nella dimensione domestica e ad impieghi di carattere informale. Tale entrata in massa nel mondo del lavoro si accompagnò ad una politicizzazione e sindacalizzazione femminile, che divenne dato lampante tra la fine degli anni Sessanta e i successivi Settanta.

I mutamenti di carattere sociale e professionale sono approfonditi, con un focus specifico sulla formazione, nella sezione “Scuole/Territorio”, contenente profili di istituti professionali a presenza femminile. Suddivise su base regionale, le esperienze descritte includono le primissime scuole femminili a carattere tecnico-professionale, volte a formare le studentesse per posizioni lavorative innovative nella società dell’Italia liberale di fine Ottocento-inizio Novecento. È questo il caso dei corsi di commercio, scrittura a macchina, sartoria e cucito che le studentesse potevano seguire presso istituzioni innovative quale il Regina Margherita di Bologna, realtà nata già alla fine dell'Ottocento, e la Scuola femminile di avviamento professionale Regina Elena di Pistoia, breve esperienza risalente al 1925.

Questa sezione contiene inoltre schede di approfondimento relative alle prime esperienze di classi esclusivamente femminili, o miste, di natura tecnico-industriale. Esperienze formative che nacquero a partire dagli anni Sessanta del Novecento, in linea coi segnali positivi dell’economia italiana, con gli sviluppi tecnologici di quegli anni e la conseguente richiesta di tecnici in ambito industriale. È questo, ad esempio, il caso dell'Istituto tecnico industriale femminile di Bologna – sezione del noto istituto maschile Aldini-Valeriani – che attivò, a partire dal 1962, corsi esclusivamente femminili. Tra le primissime esperienze di classi miste di natura tecnico-industriale in Italia è, invece, l'Istituto tecnico provinciale Enrico Fermi di Modena, in cui nel 1963 si diplomò Adriana Panza, prima donna perito elettrotecnico d’Italia[8].

Le due sezioni presentate, che forniscono approfondimenti di carattere nazionale e locale, sono arricchite da percorsi di carattere microstorico, contenuti nelle sezioni “Biografie” e “Video”. Quest'ultima in particolare, valorizza i percorsi biografici attraverso clip selezionate a partire da videointerviste alle prime diplomate delle classi femminili del summenzionato istituto tecnico industriale di Bologna[9]. Oltre alle diplomate, gli approfondimenti biografici includono profili di donne distintesi nella direzione d'impresa. È questo il caso di Gilberta Gabrielli, sposa e poi vedova di Giuseppe Minganti, fondatore delle omonime officine fiore all'occhiello dell'industria metalmeccanica bolognese. Gilberta, pur senza una specifica formazione in tal ambito, a partire dal 1947 guidò l’impresa familiare con una maestria che le valse, nel 1964, il titolo di prima donna Cavaliere del lavoro.

I percorsi di carattere storico e microstorico locale sono infine riconnessi ad una dimensione transnazionale e globale attraverso i contenuti della sezione “Lavoro/Diritti”. Quest’ultima riporta le principali normative dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) in materia di tutela e promozione del lavoro femminile. Intrecciando la storia dei diritti lavorativi con quella dei diritti civili, la sezione offre una panoramica di ampio spettro sull’importante ruolo rivestito dalle istituzioni internazionali, quali l’OIL, nel favorire la tutela e l’applicazione dei principi di equità e pari opportunità nel mondo del lavoro.

 

Creazione di contenuti storici Public

I contenuti presentati sono frutto di un processo complesso di rielaborazione delle fonti storiche sul tema, che ha puntato a creare percorsi omogenei, dal punto di vista formale, e agilmente fruibili, dal punto di vista contenutistico. Il lavoro di schematizzazione sottostante l’elaborazione dei percorsi è stato condotto senza compromettere la fedeltà storica dei contenuti. Il rispetto di tale principio, assunto fondamentale della scienza storica, è testimoniato dal rimando, posto in calce, alle fonti bibliografiche utilizzate per l’elaborazione di ogni scheda. La fedeltà storica è un elemento cruciale e imprescindibile per un progetto di Public History, che lo differenzia da altre esperienze di natura apparentemente analoga, tuttavia prive di riferimenti tali da poterne valutare l’accuratezza – le quali rientrano altresì nel più generico reame della “divulgazione storica”[10].

L’accuratezza storiografica delle schede caratterizza anche gli elementi visual delle stesse, costituiti da copie digitali di documenti originariamente in analogico, sia cartacei, che fotografici e audio-video. L’utilizzo di elementi di natura iconografica, oltre ad arricchire visivamente il contenuto complessivo, contribuisce anche a rendere più tangibili o “vivi”, i contenuti degli archivi da cui tali fonti provengono, consentendo anche ai “non addetti ai lavori” di riscoprirne il valore e la funzione civica. Ogni contenuto di carattere grafico, al pari di quelli testuali, è stato sottoposto ad una selezione in base ad un criterio di varietà ed efficacia, ed è presentato corredato da didascalie a rimarcarne, valorizzandola, la provenienza[11]. È pertinente, inoltre, sottolineare come il processo di elaborazione dei percorsi del progetto – analogamente a quello sottostante la creazione di contenuti in veste “classica” – abbia incluso anche una peer-review interna.

Foto 1-4. Alcuni esempi di documentazione fotografica originale digitalizzata. In particolare, le immagini appartengono alla scheda della Scuola Regina Margherita (Archivio storico comunale di Bologna).
Foto 1-4. Alcuni esempi di documentazione fotografica originale digitalizzata. In particolare, le immagini appartengono alla scheda della Scuola Regina Margherita (Archivio storico comunale di Bologna).

 

Pubblico: spettatore e protagonista

Il progetto Genere, lavoro e cultura tecnica ripercorre le tappe principali della storia della formazione e dello sviluppo delle professioni d’ambito tecnico, offrendo approfondimenti in un'inedita ottica di genere. Come visto, questa rilettura gender mainstream della storia contemporanea nazionale fa da ponte e accompagna dall'età liberale, fino alla contemporaneità. Il percorso storico attraverso l'evoluzione del lavoro e della formazione tecnica, si coniuga ad approfondimenti sulle normative a tutela dei diritti delle lavoratrici, nonché a narrazioni di carattere biografico delle protagoniste. Quest’ultime, in quanto apripista di nuovi percorsi tecnici, costituiscono un modello di riferimento per le giovani intenzionate a intraprendere analoghe specializzazioni professionali, ancora oggi, a prevalenza maschile. Attraverso un lavoro di trasmissione storica che parte dalla creazione di contenuti e arriva alla loro diffusione attraverso linguaggi, tecniche e canali innovativi – più in linea con le modalità di fruizione cui siamo oggigiorno avvezzi – il progetto crea un ponte tra passato e presente sul tema della cultura tecnica al femminile.

I processi dietro la creazione e le strategie di presentazione di tali percorsi sono frutto di un lavoro di concerto tra professionalità variegate, comprendenti ricercatori storici, archivisti, documentaristi, informatici, esperti di didattica. A partire da questa efficace collaborazione si è potuto confezionare una serie di materiali formativi di vario genere, configurati per essere adattati a diversi approcci didattici in base ai diversi tipi di pubblico e alle relative esigenze di fruizione. Il pubblico, infatti, si può dire essere l’elemento chiave delle attività svolte: spettatore e protagonista, al contempo. La stessa efficacia dei contenuti è stata testata grazie ai feedback raccolti interrogandone i fruitori, specie nel contesto delle attività didattiche svolte in seno al progetto[12]. Gli studenti hanno infatti avuto modo di esprimere la propria opinione, oltre che attraverso interrogazione diretta, anche nel contesto di attività laboratoriali sperimentali quale l’intermediazione teatrale, nella quale sono stati accompagnati alla creazione di brevi narrazioni sceniche sul tema[13].

Complessivamente, i feedback si sono rivelati positivi e certamente utili a comprendere i punti di forza e quelli di debolezza del progetto, il quale non può che beneficiare di tale circolarità della trasmissione dei saperi, inesauribile fonte di analisi e maturazione.


Note

1 Serge Noiret, “Public History” e “Storia Pubblica” nella Rete, «Ricerche Storiche», 29, n. 2-3 (2009), p. 277.

2 Dall’inglese “backup”, il termine è stato italianizzato con il significato di: salvare, mettere in sicurezza facendo un backup dei dati.

3 Per un approfondimento sull’evoluzione dei contenuti internet a partire dalla sua creazione e le modalità di conservazione di questi sviluppatesi a posteriori, si veda Roy Rosenzweig, Clio Wired: The Future of the Past in the Digital Age, New York, Columbia University Press, 2011.

4 Per una panoramica sul processo di ideazione, creazione e sviluppo di un sito web per il rilancio di contenuti di Public History si veda, tra gli altri, Debora Migliucci, Biografie sindacali. Storie di uomini e donne tra dimensione collettiva e percorsi individuali: un dizionario on line, in Biografie, percorsi e networks nell’età contemporanea. Un approccio transnazionale tra ricerca, didattica e public history, a cura di Eloisa Betti e Carlo De Maria, Roma, Bradypus, 2018, pp. 143-152.

5 Enrica Salvatori, Storia digitale e pubblica: lo storico tra i “nuovi creatori” di storia, in Public history: discussioni e pratiche, a cura di Paolo Bertella Farnetti, Lorenzo Bertucelli e Alfonso Botti, Milano, Mimesis, 2017, pp. 189-198. Della stessa autrice, si veda anche: Il cittadino digitale e la storia: un nuovo rapporto?, in Novi Cives: cittadini dall’infanzia in poi, a cura di Beatrice Borghi, Francisco F. Garcia Pèrez e Olga Moreno-Fernández, Bologna, Pàtron, 2015, pp. 118-126.

6 Per un approfondimento sui cambiamenti nella professione di storico conseguenti all’avvento di internet di vedano Tommaso Detti e Giuseppe Lauricella, Una storia piatta? Il digitale, Internet e il mestiere di storico, «Contemporanea», n. 1, 2007, pp. 3-23; per una riflessione più estesa, di taglio più prettamente archivistico, si veda Stefano Vitali, Passato digitale. Le fonti dello storico nell’era del computer, Milano, Mondadori, 2004.

7 Come mostrano ad esempio i dati statistici sulle iscrizioni alla Scuola professionale Regina Margherita, di cui si può trovare approfondimento alla scheda relativa. Per un’analisi di più ampio spettro sulla fascistizzazione della scuola si veda il capitolo di Alberto Gagliardo all’interno del volume a cura di Carlo De Maria, Fascismo e società italiana. Temi e parole-chiave, Bologna, Bradypus, 2016, pp. 345-360.

8 Per maggiori info si veda, oltre alla scheda dell’istituto, anche quella dedicata ad Adriana Panza alla sezione “Biografie” (https://generelavoroculturatecnica.it/biografie/diplomate/adriana-panza).

9 Le testimonianze raccolte sono state, inoltre, valorizzate all'interno del documentario storico “Mosche bianche” di cui trovate un approfondimento, a cura di Andrea Bacci, all’interno del presidente dossier.

10 Per un approfondimento sull’approccio metodologico del Public historian si veda Alfonso Botti, La sfida della Public history, in Public history: discussioni e pratiche, cit., pp. 97-106.

11 I nominativi degli archivi partecipanti al progetto sono consultabili alla sezione dedicata del sito, corredati da una breve descrizione (https://generelavoroculturatecnica.it/fonti_archivi/archivi-partecipanti).

12 Per un approfondimento sulle attività didattiche si veda l’articolo di Francesca Cozza in questo dossier.

13 Ne tratta, in questo dossier, Donatella Allegro.