Come citare questo articolo: , Editoria in guerra, editoria di guerra: riflessioni su alcuni contributi recenti, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 5 (2021) []. https://rivista.clionet.it/vol5/societa-e-cultura/beni_culturali/tortorelli-editoria-in-guerra-editoria-di-guerra-riflessioni-su-alcuni-contributi-recenti. Ultimo accesso 20-10-2021.

Alcuni anni fa, a poca distanza l’una dall’altra, la casa editrice il Mulino presentò al lettore italiano la traduzione di due volumi che raccontavano avvenimenti storici riguardanti, in modi e tempi diversi, anche il difficile e complesso cammino del nostro paese[1]. In entrambi i casi gli autori, Hagen Schulze e Michael Stürmer, facevano precedere al testo una Premessa e una Prefazione in cui venivano esposte alcune categorie storiografiche alle quali le loro ricerche si erano attenute e delle quali erano il risultato. Sia Schulze che Stürmer, comunque, non si limitavano a esporre degli assiomi, dei principi generali, ma cercavano, in modo conciso e persuasivo, di farli diventare la premessa a un ragionamento, di assumerli come fondamento di una dimostrazione. Se è vero che «ogni epoca ha la storia nella quale riconoscersi», sottolinea Schulze, è altrettanto vero che a sua volta la storia «deve essere continuamente riscritta» perché le domande rivolte al presente suonano sempre nuove e le risposte rischiano di sembrare vuote e «arbitrarie» senza l’eco del passato[2] e d’altra parte, ricordava Stürmer, se «la storia non conosce né principio né fine» e «gli uomini sono esposti ad un incessante movimento» anche per questa ragione, e qui i due autori sembrano trovare un reciproco rinvio, essa non si riduce soltanto a «processo e struttura» ma deve contenere anche «avvenimento e narrazione»[3]. Ambedue queste forme costitutive della storiografia interagiscono con particolare energia, scriveva Stürmer, «quando analizzano le grandi fratture e le grandi crisi del processo storico, che non lasciano nulla come era stato prima»[4]. A questo proposito il periodo compreso tra il 1914 (e per l’Italia dal 1915) e il 1918 è certamente stato per la nostra nazione uno dei momenti più significativi della sua storia in cui i movimenti delle strutture sulla lunga durata hanno finito per ricadere con forza sul coinvolgimento della vita umana contribuendo a spostare la riorganizzazione politica e sociale dello Stato verso uno sbocco nuovo e, per molti aspetti, sconosciuto.

La peculiarità dei libri che presentiamo risiede quindi nell’occuparsi dell’editoria, della lettura, della organizzazione e mobilitazione della cultura in un momento storico eccezionale dal quale i vari soggetti chiamati in causa non potranno prescindere. E la felice circostanza della pubblicazione quasi simultanea delle ricerche ha messo in evidenza come gli autori, in modo del tutto autonomo, siano riusciti con una serie di opportuni rinvii a non sovrapporsi ma a rendere più completi gli argomenti esposti offrendo al lettore una visuale più ampia e certamente più frastagliata. Inoltre, anche se circoscritto agli anni 1915-1918, l’esito finale dei lavori finisce per gettare luce in modo inquietante sul periodo successivo: quando lentamente si cercherà in Italia, e in Europa, di tornare a una normalità ancora troppo appesantita dalle scorie dei pesi luttuosi difficile da sopportare e da divisioni e scontri politici e personali pronti a riaccendersi e a aggrumarsi intorno a pericolose idee e proposte. Il volume di Loretta De Franceschi, Libri in guerra. Editoria e letture per i soldati nel primo Novecento, tocca alcuni di questi problemi arrivando al termine di una lunga fase preparatoria che permette all’autrice di frequentare e valorizzare raccolte di fonti diverse raccogliendo poi questi contributi e riflessioni all’interno di un volume che, e concordiamo con quanto scrive Alberto Petrucciani nella Prefazione, lungi dall’apparire come un insieme poco coordinato si sofferma con ponderazione su alcuni nodi importanti che poi, in modo autonomo, verranno ripresi da altri ricercatori[5]. Tuttavia, a nostro avviso e per il discorso che intendiamo svolgere, i capitoli sui quali conviene aprire una riflessione, quelli da cui partire per poi volgere uno sguardo più ampio, sono il secondo e il terzo. È in queste pagine, infatti, che si chiarisce il doppio binario, l’editoria in guerra e l’editoria di guerra, sul quale correranno le decisioni, il posizionamento e i numerosi e accesi dibattiti della cultura italiana in quegli anni. Un doppio binario che non procederà sempre in parallelo ma che troverà sulla sua strada degli scambi, degli incroci capaci poi di dettare i tempi della organizzazione e delle decisioni editoriali. Perché se l’editoria di guerra saprà recepire bene il cambiamento traumatico di quegli anni offrendo al lettore italiano numerose testimonianze del teatro di guerra e altrettanto numerose testimonianze delle diverse posizioni politiche, sarà con l’entrata della nazione nel conflitto mondiale che si arriverà alla drastica consapevolezza di un cambiamento epocale nel quale l’editoria non si sarebbe trovata soltanto a continuare il proprio lavoro, stampare e vendere libri giornali riviste, ma sarebbe stata risucchiata in altri e più grandi avvenimenti: il rincaro della carta e la difficoltà di approvvigionamento, le complicazioni nei trasporti, la riduzione della produzione scolastica, l’interruzione di alcuni importanti scambi culturali con i conseguenti problemi per le traduzioni. Una editoria in guerra che non tarderà a fare sentire il suo morso anche sulle proposte editoriali. Nel capitolo L’editoria italiana e la prima guerra mondiale De Franceschi ricostruisce in modo esauriente l’impegno delle case editrice nell’affrontare i problemi del nuovo contesto storico-sociale e l’avvio di una ampia produzione di opuscoli, volumi, riviste «molti dei quali si configuravano come semplici pubblicazioni d’occasione, spesso di natura propagandistica, dettate da organismi statali e militari direttamente coinvolti quali ministeri, commissioni, enti»[6]. In mancanza di un repertorio dedicato alle case editrici attive in Italia nel Novecento, certo non facile da impostare e portare a termine, queste pagine dell’autrice ci ricordano come anche nei momenti difficili della storia nazionale vi furono rischi positivi da correre e opportunità di crescita per cui la relativa riduzione della produzione non necessariamente si traduceva ed era sinonimo di minori utili. Lo dimostra l’incremento esponenziale delle collane con le quali editori e tipografi, soprattutto del Nord ma con una ragionevole presenza anche nel Sud, tentavano di venire incontro a lettori desiderosi di approfondire le conoscenze storico-geografiche su altri popoli e territori, di seguire quasi in presa diretta gli avvenimenti bellici, ma anche di concedersi qualche svago letterario. In questo caso, comunque, le proposte non furono certo uguali e non veicolarono messaggi simili. Una varietà che rifletteva quanto avvenuto nel mondo editoriale nel primo quindicennio del Novecento quando alle case editrici già affermate sul territorio nazionale se ne aggiunsero altre frutto di un vivace dibattito culturale e politico e di una cesura netta nella tradizione tipografica italiana[7]. Accanto agli uomini eredi della grande storia risorgimentale ancorati al mestiere e a solide proposte, dove era consuetudine formare la propria carriera di editore passando attraverso il lavoro in libreria e in tipografia, si erano affacciati alla ribalta giovani intellettuali che avevano anteposto a questa filiera un progetto culturale più dinamico e battagliero non a caso appoggiato e non di rado emanazione di giornali e riviste. In entrambe le situazioni gli esempi forniti da De Franceschi sono numerosi e possono fornire una traccia per approfondire e completare il suo discorso: «I libri della guerra» pubblicati a Firenze da Gonnelli, la «Collezione di pubblicazioni patriottiche» uscita a Livorno dalla tipografia editrice Chiappini, la «Bibliotechina della guerra» edita a Milano da Trevisini, i «Piccoli manuali di guerra» associati al giornale parmense «La giovane montagna». E poi altre iniziative, quasi tutte terminate con la guerra e alcune ridotte a pochi volumi e opuscoli, a Roma – con le vivaci proposte degli editori Scotti, Athenaeum, Società italiana per il progresso delle scienze che si appoggiava alla Tipografia nazionale Bertero, della tipografia L’Universelle attenta con una collanina apposita al delicato compito assegnato agli insegnanti, del mensile di cultura «Sapientia» editore degli «Opuscoli di guerra» il cui ricavato era devoluto alla Croce Rossa – a Campobasso[8], Milano, Catania, Napoli. Idee che nella loro caducità pur contenendo qualche spunto interessante dovuto anche a scrittori e intellettuali impegnati quasi contemporaneamente in disegni più ampi non potevano certo competere con la produzione di due tra gli editori italiani più importanti che, proprio in quegli anni, raggiungevano il massimo della loro forza e intraprendenza. Treves e Bemporad anche in questo settore erano in grado di mettere in campo progetti editoriali di più robusta consistenza potendo contare su un importante e numeroso nucleo di collaboratori già rodati in altre iniziative: insegnanti, docenti universitari, giornalisti, storici, filosofi, geografi, romanzieri[9]. Le collane, a cui De Franceschi dedica un paragrafo, sono lì a dimostrarlo: da «Quaderni della guerra» (dal 1914 al 1920), rafforzato dal segmento parallelo «Diario della guerra d’Italia», a «Le pagine dell’ora» (dal 1916 agli inizi degli anni Venti), da «Treves collection of British and American Authors» (dal 1916 al 1921) al quindicinale «La guerra delle nazioni» (inaugurato nel 1914 per seguire gli avvenimenti bellici e inserirli nell’intreccio dei rapporti internazionali) edite da Treves, a «I libri di oggi», «Bibliotechina illustrata Bemporad», «Per l’organizzazione civile. Manualetti pratici» pubblicate negli stessi anni da Bemporad. Studi futuri partendo da analisi più ravvicinate di queste collane potranno analizzare due questioni diverse ma fondamentali per comprendere la produzione editoriale di questi anni che, non dimentichiamolo, proprio per l’eccezionalità dei tempi vedranno alterare incontri e prospettive. Il primo tema è il rapporto tra editore e autore. Nei casi in cui la ricerca d’archivio darà esiti positivi, ma sarà in questo caso opportuno ampliarla ad altre fonti, si potrà verificare come il tema della guerra entrava sia nella progettazione di libri e collane, sia nella partecipazione emotiva tra le persone. Si pensi a Benedetto Croce, cha aprirà nel marzo 1915 la raccolta di opuscoli «La guerra e l’Italia» dell’editore romano Scotti con Cultura tedesca e politica italiana, e al suo rapporto con Laterza[10], o a Gabriele D’Annunzio legato per lungo tempo a Treves[11], e non minore importanza rivestiranno gli incontri con personalità meno significative ma di notevole rilievo nel mondo editoriale di quegli anni. Quali messaggi, quali proposte e soprattutto quali sviluppi culturali e politici verranno veicolati dalle offerte editoriali e dalle collaborazioni che questi contatti metteranno in opera, diventerà il secondo punto da approfondire. Perché non vi è dubbio che quei volumi in presa diretta, quelle descrizioni dei teatri di guerra, quelle appassionate e rigorose difese delle proprie posizioni andranno indagati anche per i loro contenuti. Senza farsi ingannare dai toni accesi e dall’urgenza di spingere la nazione a prendere posizione negli schieramenti e nelle alleanze è invece utile considerare che tutto il dibattito nascondeva un lento ma profondo logorio arrivato da lontano, contribuendo a determinare le cesure non più ricomponibili nel dopoguerra. L’analisi dei testi delle collane Treves, Bemporad, Ravà, indicano come questo avvenne nel campo culturale e in quello politico con l’assimilazione già dal primo Novecento degli elementi più aggressivi, razzisti e imperialisti della cultura positivista[12] e con il dibattito, dalle molte implicazioni, sulla influenza delle tradizioni e della civiltà francese e tedesca nel nostro paese. Un dibattito pendolare in cui non di rado gli intellettuali coinvolti cambiarono opinione e giudizi e, altrettanto spesso, i toni si alzarono sopra le righe sino all’insulto, tanto da costringere Croce a doversi difendere dalle accuse di essere un paladino della cultura tedesca, e come tale un traditore della patria[13], e Luigi Einaudi a vedere le sue importanti a attente riflessioni e analisi economico/sociali sfruttate meno di quanto avrebbero potuto[14]. La collana «Problemi italiani» dell’editore milanese Lelio Ravà, la cui attività pare sua limitata al periodo 1914-1916[15], condensava molte di queste problematiche e consente di indagare l’altro problema, quello politico, a cui accennavamo in precedenza. A questo proposito, basterà leggere i nomi dei due direttori di collana, Ugo Ojetti e Gaetano Salvemini, a cui si aggiungevano i collaboratori Luigi Bertelli (famoso con lo pseudonimo Vamba), Giulio Caprin e Salvatore Morpurgo per comprendere come le tematiche del nazionalismo e dell’irredentismo intrecciavano gli esiti di una storia che pure aveva avuto indizi diversi e che nel dopoguerra, pensiamo a Salvemini e poi alle scelte di Pietro Silva, Guglielmo Ferrero, Alessandro Dudan, Ugo Ojetti, Ezio Maria Gray, Luigi Barzini, tornerà a dividersi davanti alla presa di coscienza di due manifesti Croce e Gentile e alla adesione al fascismo[16]. La guerra, comunque, non fermò, in Italia come in tutte le nazioni, la sua corsa solo nel mondo laico. Non frantumò solo certezze, accelerando divisioni, rompendo antichi sodalizi formandone di nuovi, investendo tutti i partiti e le organizzazioni politiche legate ai primi decenni della costruzione dello Stato italiano e finendo per vanificare tra i socialisti unità di intenti già messi seriamente in pericolo dalla lettura contrastante della crisi economica e sociale. La guerra avrebbe anche certificato l’importante presenza della Chiesa, delle sue organizzazioni e dei cattolici. Tre realtà sempre in reciproco contatto ma mai del tutto coincidenti. Anzi proprio le tensioni causate dall’essere compressi tra le istanze della gerarchia e le sofferenze dei credenti, quasi tutti comunque schierati per l’intervento e poi non immuni da un acceso nazionalismo, favorirono nel clero posizioni autonome e in alcuni casi anche di opposizione. L’editoria, i giornali e le riviste furono i luoghi e i mezzi per veicolare le posizioni cattoliche e per fare sentire la voce del papa vicina a quelle popolazioni, pensiamo alla invasione del Belgio, particolarmente provate. De Franceschi nel capitolo Pubblicazioni a carattere religioso ricorda alcuni testi e il varo di apposite collane, ma senza dimenticare l’importante presenza di autori cattolici nel catalogo di editori con un segno distintivo non certo unidirezionale: da Bemporad a Treves, dall’Istituto editoriale italiano a Mondadori. Un segnale che faceva comprendere come i tempi dell’isolamento fossero definitivamente superati e come figure importanti – tra cui Romolo Murri, Filippo Meda, Egilberto Martire, sino al francescano capitano medico e cappellano militare Agostino Gemelli coadiuvato dalla nuova casa editrice, nasce nel 1914, Vita e Pensiero – erano pronte a svolgere un proficuo momento di raccordo anche con le gerarchie militari. Una mobilitazione che si avvaleva di una ampia schiera di sacerdoti solleciti nel perorare il binomio inscindibile fra patria e religione[17].

Tutto questo fervore di iniziative aveva comunque bisogno di individuare un pubblico con le sue esigenze, aspettative, forti tensioni emotive, ma bisognoso anche di rassicurazioni. Un pubblico che viveva emozioni diverse e che certamente aveva bisogno di prodotti nuovi e di una attenzione specifica a seconda della sua collocazione al fronte o nelle retrovie. A questo argomento ha dedicato attenzione Romain H. Rainero nel suo volume, La lettura del soldato. Propaganda e realtà nei Giornali di trincea 1915-1918[18] che continua il periodo già tracciato dall’autore negli ultimi anni arricchendone i contenuti[19]. Merito dello studioso è avere indagato il difficile tema della lettura tra i soldati durante la guerra avvalendosi di nuove ricerche di archivio che hanno modificato, su alcuni punti in modo rilevante, conclusioni ritenute acquisite a cui erano pervenuti lavori precedenti. La prima importante verifica, andando a ricercare i pochi esemplari ancora presenti e salvati, è stata condotta sul tipo di composizione e scrittura dei giornali realizzati dall’inizio del conflitto alla disfatta di Caporetto. È in questa campionatura, peraltro quasi completa, che l’autore trova la prova di un doveroso ribaltamento delle posizioni storiografiche sino ad ora avanzate[20] riscontrando non articoli riguardanti le condizioni di vita in trincea, le voci dei combattenti e il riflesso delle vere e concrete difficoltà di quegli anni, ma piuttosto l’uso di un genere letterario più vicino al goliardico, all’umoristico, al retorico[21]. Il motivo di questa situazione non stava tanto in una libera scelta degli autori quanto nell’intervento di una censura governativa che appare sin dai primi tentativi decisa e radicale. A tal punto da contribuire, secondo Rainero, alla mancata capacità da parte delle gerarchie militari di affrontare realtà evidenti ai soldati in trincea e alla difficoltà di favorire la soluzione dei problemi diventati in breve tempo molto complessi[22]. Situazioni che non troveranno certo una soluzione nell’impiego da parte dei giornali nazionali di inviati speciali la cui presenza al fronte venne vietata sino al gennaio 1916 e poi ammessa «a certe condizioni di riservatezza e in base a un rigido regolamento di servizio»[23]. Giustamente Rainero sottolinea poi come, indipendentemente dagli spazi di libertà concessi, le numerose corrispondenze dei giornalisti presenti, generalmente per periodi brevi, nei luoghi di combattimento si risolvessero non solo in una diffusione molto modesta di quei giornali ma anche nell’uso di una prosa retorica, enfatica, ampollosa e inutilmente patriottica che non poteva sollecitare l’attenzione e l’interesse di una truppa impegnata in altre necessità quotidiane. Il problema della lettura e della scrittura rimarrà così per tutti gli anni di guerra un problema insoluto e non tanto, o non solo, per l’occhiuta vigilanza della censura, quanto per la distanza che separava scrittori e lettori, borghesi e proletari, ufficiali e soldati, «straccioni e martiri», come un fante chiamava i suoi compagni[24], e una opinione pubblica soggetta a «chiacchiere ampollose» di «qualche propagandista nei salotti delle belle signore» e la realtà giornaliera che con lutti e mutilazioni toccava tante famiglie. Una separazione che tuttavia deve essere analizzata con cura dagli studiosi senza inutili condanne o assoluzioni ma piuttosto svolgendo e dipanando quel gomitolo di fili capace di riportare autore e lettore alle impronte lasciate sulla sua personalità dall’educazione familiare e scolastica, dalle frequentazioni, dalla propria sensibilità e dallo spirito del tempo[25].

Interessanti sono anche gli accenni, che si trovano in modo più esauriente nel volume di De Franceschi[26], sulle intraprendenti iniziative dei sacerdoti Giovanni Minozzi e Giovanni Semeria e in particolare su quelle Case del soldato inaugurate nel 1915 sotto la guida di un comitato autorevole e poi diffuse in modo capillare in gran parte dell’Italia. Un tentativo non solo di dimostrare la continua e fattibile vicinanza ai soldati offrendo loro qualche momento di incontro e di svago, e l’apprezzamento e l’affluenza nelle varie sedi dimostrava il raggiungimento dell’obiettivo, ma anche, cosa non meno importante nei rapporti di forza, di riuscire a creare e mantenere una autonomia dalle direttive statali[27]. Aspetto che poi preluderà, ma in modo del tutto autonomo e un travaglio storico violento, alla riorganizzazione dell’impegno nel campo dei libri e soprattutto dei giornali e delle riviste negli ultimi due anni della guerra[28].

Alla mobilitazione della cultura negli anni della Grande Guerra dedica la sua riflessione Cristina Cavallaro soffermandosi su Firenze e sulla fitta rete di personalità e istituzioni che da sempre accompagnava la vita del capoluogo toscano e che aveva raggiunto nel Novecento una vivacità innovativa ampiamente riconosciuta a livello nazionale[29]. Il volume è arricchito da un ampio saggio introduttivo di Caterina Del Vivo, senza dubbio la conoscitrice più accreditata e che per più tempo ha lavorato sulle carte della famiglia Orvieto, già presente in altre occasioni nelle proposte editoriali di Cavallaro[30]. Ed è proprio nel lavoro introduttivo della Del Vivo e nel secondo capitolo del volume che, a nostro avviso, si può cogliere il nocciolo dell’intenso lavoro compiuto da quella ampia mobilitazione civile fiorentina che avrebbe avuto in alcune importanti figure cittadine, nel «Marzocco» e nell’attivismo frenetico ma sempre lucido e propositivo del suo direttore Adolfo Orvieto[31], il punto terminale, l’erede, della rete di associazioni composte da quell’impasto di settori del patriziato, rappresentati delle professioni liberali, del ceto produttivo e politico-amministrativo, dell’Università e della scuola capace dal primo Novecento di guidare il passaggio dalla società notabiliare ottocentesca alla società di massa[32]. Quello che emerge dalle pagine di Cavallaro e Del Vivo, e sulle quali anche in futuro converrà ritornare e insistere, non è solo la grande mole di lavoro svolta da queste associazioni nel favorire quel raccordo tra mobilitazione civile e combattenti al fronte, perché soprattutto nella organizzazione di libri e giornali anche altre realtà fecero la loro parte[33], quanto la specificità del luogo, cioè quali forze economiche e sociali Firenze riuscì a radunare e sensibilizzare per la mobilitazione e a quali figure fu delegato il comando. A questo proposito Del Vivo ritorna più volte, e giustamente, nel suo saggio sul forte dinamismo di una borghesia che incominciava a raccogliere i frutti degli spazi sempre più ampi conquistati in settori diversi della città e che specchiava questa importante presenza anche e soprattutto nei quadri intermedi dell’esercito. Un ruolo, questo della borghesia, che aveva poi agevolato, proprio in periodo di guerra, una più decisa presenza femminile sia nella organizzazione civile che all’interno delle proposte editoriali[34]. Non sarà un caso che negli anni di guerra scrittrici già famose e altre poco conosciute si cimentarono in testi patriottici ma senza dimenticare i momenti di intrattenimento e l’attenzione verso l’infanzia e la gioventù[35]. Proposte presenti nei cataloghi degli editori maggiori ma anche in quelli di case editrice minori[36]. Quando la guerra terminerà si aprirà per l’Italia una nuova fase drammatica dove gli uomini saranno nuovamente chiamati a compiere scelte non facili né scontate e con esiti spesso lontani. Le vicende di Angiolo D’Orvieto, Ugo Ojetti, Piero Barbèra lo dimostreranno[37].


Note

1 Hagen Schulze, La Repubblica di Weimar. La Germania dal 1918 al 1933, Bologna, il Mulino, 1993, la traduzione è di Alessandro Roveri; Michael Stürmer, L’impero inquieto. La Germania dal 1866 al 1918, Bologna, il Mulino, 1993.

2 H. Schulze, La Repubblica di Weimer, cit., p. 15.

3 M. Stürmer, L’impero inquieto, cit., pp. 9 e 11.

4 M. Stürmer, L’impero inquieto, cit., p. 12.

5 Loretta De Franceschi, Libri in guerra. Editoria e letture per i soldati nel primo Novecento, Milano-Udine, Mimesis, 2019. La Prefazione di Alberto Petrucciani è alle pp. 7-11. Oltre ai numerosi saggi e relazioni a convegni si veda della De Franceschi la curatela del numero monografico di «Bibliologia» 2016 dedicato a Libri e memorie della Grande Guerra.

6 L. De Franceschi, Libri in guerra, cit., p. 61.

7 Anche se in parte datato per l’aggiornamento sugli studi successivi rimane ancora valido, per quanto riguarda il periodo fine Ottocento-1918, il saggio di Enrico Decleva, Un panorama in evoluzione, in Storia dell’editoria nell’Italia contemporanea, a cura di Gabriele Turi, Firenze, Giunti, 1997, pp. 225-298.

8 Il tipografo-editore Colitti di Campobasso pubblicò dal 1915 al 1930 la «Collana Colitti di conferenze e discorsi» che ebbe una vita lunga ma disomogenea dal punto di vista quantitativo risultando più interessante, per i problemi da noi trattati, nel periodo 1915-1926. La ricostruzione della collana si trova sia al termine dell’articolo di Lina Casmirro, La collana Colitti di conferenze e discorsi: un interessante tentativo editoriale negli anni del primo conflitto mondiale, in Tipografia, piccola editoria e cultura in Molise dall’Unità alla seconda guerra mondiale, Atti delle giornate di studio Campobasso, 14-15 dicembre 2000, premessa di Ilaria Zilli, a cura di Giorgio Palmieri e Tania Scimone, s. l., Università degli studi del Molise-Biblioteca Centrale, 2002, pp. 99-134 (il volume risulta essere un supplemento al «Bollettino Biblioteca» dell’Università degli studi del Molise, IX, 2002, 1), sia negli Annali 1865-1950, a cura di Giorgio Palmieri e Antonio Santoriello, in I Colitti di Campobasso. Tipografi e editori tra ‘800 e ‘900, introduzione di Ada Gigli Marchetti, Milano, FrancoAngeli, 2016, pp. 121-122. L’attenzione alle tematiche sviluppate nella collana non è, tuttavia, adeguatamente sviluppata nel lavoro della Casmirro, già ricordato, e nei saggi di Daniela Piccirillo, Per una storia della Casa tipografico- editrice Colitti di Campobasso, in Tipografia, piccola editoria e cultura in Molise, cit., pp. 99-133, e Giorgio Palmieri, La parabola novecentesca (1901-1950), in I Colitti di Campobasso, cit., pp. 33-54.

9 Nonostante la pubblicazione di alcuni saggi dedicati alla produzione editoriale, di carteggi, di una monografia riguardante il fondatore e di voci specifiche in repertori, manca uno studio completo sulla casa editrice Treves soprattutto per gli anni compresi tra il 1915 e il 1938. Un discorso simile va fatto per la Bemporad, naturalmente senza voler sminuire gli sforzi messi in campo sino ad ora. Studi che hanno privilegiato quasi esclusivamente la produzone scolastica (cfr. Paggi e Bemporad editori per la scuola. Libri per leggere, scrivere e far di conto, a cura di Carla Ida Salviati, percorso iconografico e inserto fuori testo con tavole a colori a cura di Aldo Cecconi, Firenze, Giunti, 2017) tralasciando di approfondire e allargare il discorso agli anni della guerra e del primo dopoguerra. Da questo punto di vista neanche la notevole pubblicazione del catalogo storico approntato da Lucia Cappelli (Lucia Cappelli, Le edizioni Bemporad. Catalogo 1889-1938, introduzione di Gabriele Turi, Milano, FrancoAngeli, 2008), ha offerto nuovo slancio alla ricerca. La scelta di dividere il catalogo nella «produzione varia», nei libri scolastici, periodici, almanacchi, annuari e calendari non risulta convincete costringendo il lettore a una continua ricomposizione e falsando la produzione quantitativa annuale. L’Avvertenza (pp. 27-42) non scioglie queste problematiche.

10 A questo proposito fondamentale risulta il carteggio Croce - Laterza e in particolare il secondo volume curato, come tutta l’opera, da Antonella Pampilio (Benedetto Croce-Giovanni Laterza, Carteggio, a cura di Antonella Pampilio, 2: 1911-1920, Roma-Bari, Laterza, 2005). Nelle lettere si ritrovano i problemi e le angosce degli anni di guerra, sia il forte legame personale che, nonostante qualche tensione, consentirà di impostare e di portare a termine per lungo tempo una collaborazione fruttuosa (cfr. le pp. 399-733). Si iniziava nel 1914 con le lamentele di Laterza per le azioni degli operai «che impunemente si sono sfogati in vandalismi» e per gli scioperi, «da parecchio tempo tutto è paralizzato», che continuavano a ritardare le consegne. E se le vendite erano andate a rilento, per Laterza gravi erano state le perdite con il mercato estero dove l’editore si faceva pagare in valuta straniera, importante risultava il disavanzo sulle giacenze con grandi quantità svalutate sugli scaffali. Una situazione critica che avrebbe attirato più volte l’attenzione di Croce convinto dell’incapacità dell’editore di tenere i conti in ordine sbagliando, anche, le tirature spesso troppo alte per le esigenze del mercato. Addirittura, nella lettera del 25 agosto 1914, Croce esasperato per le negligenze di Laterza, arriverà a proporgli un suggerimento «che a voi suonerà offesa»: scegliere «un socio tedesco […]. Un bravo tedesco riflessivo». La riposta, a proposito, non si faceva attendere, anche se nella completezza della lettera l’editore non avrebbe chiuso alla collaborazione: «Si ha un concetto errato di me quando si pensa che io sia capace di fare spacconerie, né sono persona di usare spilorcerie, ma dato il mio carattere capita qualche volta di far pensare di me l’una e l’altra cosa, se in buona fede sono convinto che così devo comportarmi. Così pure non si ha un concetto esatto del mio carattere quando si pensa di darmi un socio, e straniero per giunta! Avrei piuttosto bisogno di un commesso, di un buon commesso». Importanti sono anche le lettere datate 1915 e 1917 dove, oltre allo sgomento di entrambi davanti alla disfatta di Caporetto, continuano a esserci, soprattutto per conto di Laterza, osservazioni sulla produzione libraria italiana, sulla attività di propaganda e sulle proposte editoriali non sempre giudicate benevolmente. Senza dimenticare (la lettera è dell’8 dicembre 1915) di attaccare i «ciarlatani e strateghi dei caffè» di casa nostra «conduttori della misera gente alla conquista di una maggiore miseria». Nelle lettere scritte da Croce sarà sempre presente la necessità di mantenere fermi i requisiti morali per mandare avanti i progetti editoriali senza separarla dall’impegno politico e civile (cfr. la lettera del 30 maggio 1915 dove si accennava alla nomina di presidente del Comitato per la preparazione della guerra, consegnata a Croce dal sindaco di Napoli. Nomina che portò pochi giorni dopo il filosofo a pubblicare il manifesto Per la mobilitazione civile. Il patriottico appello alla cittadinanza, uscito su «Roma», 7 maggio 1915 e poi ristampato in L’Italia dal 1914 al 1918. Pagine sulla guerra, Bari, Laterza, 1950, pp. 46-48, Ora, a cura di Carlo Nitsch, edito a Napoli, Bibliopolis, 2018), da amichevoli e fattivi incoraggiamenti verso studiosi di valore e giovani promesse (cfr. la lettera del 9 febbraio 1915 dedicata a una proposta di pubblicazione avanzata dal «valentissimo filologo» Giorgio Pasquali e quelle del 25 aprile, 15 e 20 luglio 1918 a proposito della proposta di traduzione avanzata da Ettore Lo Gatto) e da una fiduciosa speranza verso il futuro («Ricordi il Laterza che di queste pubblicazioni fatte durante la guerra, bisognerà, a guerra finita, se saremo vivi, spedire alcune copie in paesi ora proibiti, per ripigliare il filo delle relazioni scientifiche», lettera [senza giorno] del luglio 1918).

11 Gabriele D’Annunzio, Lettere ai Treves, a cura di Gianni Oliva, con la collaborazione di Katia Berardi e Barbara Di Serio, Milano, Garzanti, 1999.

12 A questo proposito rimane importante il saggio di Claudio Cesa, Tardo positivismo, antipositivismo, nazionalismo, in La cultura italiana tra ‘800 e ‘900 e le origini del nazionalismo, Firenze, Leo S. Olschki, 1981, pp. 69-102. Nello stesso volume si vedano anche, con prospettive non sempre coincidenti con quelle di Cesa, i lavori di Franco Gaeta, Dalla nazionalità al nazionalismo, e di Giovanni Busino, Il nazionalismo italiano e il nazionalismo europeo, pp. 21-46 e 47-68.

13 Sugli argomenti affrontati negli scritti raccolti nel 1915 da Croce presso l’editrice Scotti con il titolo Cultura tedesca e politica italiana sono da vedere il Carteggio Croce-Vossler, 1899-1949, a cura di Emanuele Cutinelli Rendina, Napoli, Bibliopilis, 1991, e il Carteggio Benedetto Croce-Giuseppe Prezzolini, Roma-Lugano, Edizione di Storia e Letteratura-Dipartimento della pubblica istruzione del Canton Ticino, 1990, soprattutto il vol. 1: 1911-1945, a cura di Emma Giammattei. Cfr. anche la lettera del 9 dicembre 1915 di Croce a Laterza in cui con parole ferme il filosofo rispondeva ai «tanti che ora cercano di farmi passare in Italia come una sorta di servitore o almeno di fanatico del tedeschismo», in Benedetto Croce-Giovanni Laterza, Carteggio, cit., p. 518. Riferimenti importanti a questa tematica in Rosario Romeo, La Germania e la vita intellettuale italiana dall’Unità alla prima guerra mondiale, in Id., Momenti e problemi di storia contemporanea, Assisi-Roma, Carucci, 1971, pp. 153-184, e Nicola D’Elia, Il modello tedesco negli intellettuali e negli scrittori politici italiani (1870-1943), in Italiani in Germania tra Ottocento e Novecento. Spostamenti, rapporti, immagini, influenze, a cura di Gustavo Corni e Christof Dipper, Bologna, il Mulino, 2006, pp. 547-567. Per un inquadramento generale del pensiero crociano dagli anni della guerra all’avvento del fascismo cfr. Giuseppe Galasso, Croce e lo spirito del suo tempo, Roma-Bari, Laterza, 2002, soprattutto il capitolo undicesimo: Nella crisi della coscienza e delle scienze europee, pp. 206-303. Il volume era già apparso nel 1990 presso il Saggiatore.

14 Preparazione morale e preparazione finanziaria di Luigi Einaudi, seconda pubblicazione della collana «Problemi italiani», era stato edito da Ravà nel 1915 e poi, sempre nel 1915, dalla Società per il progresso delle scienze che aveva promosso il volume Il bilancio italiano. Roberto Vivarelli nel saggio La cultura italiana e il fascismo, in Id., Fascismo e storia d’Italia, Bologna, il Mulino, 2008, p. 19, ha ricordato anche di Einaudi il volume, La condotta economica e gli effetti sociali della grande guerra, Bari-New Haven, Gius. Laterza & Figli-Yale University Press, 1933, come ricerca importante per comprendere le scelte economiche della classe dirigente italiana e le ricadute sociali nel dopoguerra. Per completare la riflessione su quegli anni a questo libro, uscito nella collana «Storia economica e sociale della guerra mondiale», si deve affiancare il significativo contributo di Arrigo Serpieri, La guerra e le classi rurali italiane, pubblicato nel 1930 nella stessa collana.

15 Sulla collana edita da Ravà cfr. Loretta De Franceschi, Libri in guerra, cit., pp. 81-88. Una scheda, incompleta, dell’editore è in Editori a Milano (1900-1945). Repertorio, a cura di Patrizia Caccia, Milano, FrancoAngeli, 2013, p. 262.

16 Per analizzare e valutare questi autori e volumi nell’indispensabile inquadramento del dibattito all’interno delle varie correnti del nazionalismo e dell’irredentismo cfr., in una bibliografia oramai molto ampia: Roberto Vivarelli, La cultura italiana e il fascismo, in Id. Fascismo e storia d’Italia, cit., pp. 33-156; Roberto Pertici, Croce e il «vario nazionalismo» post-bellico (1918-21), in Studi per Marcello Gigante, a cura di Stefano Palmieri, Bologna, il Mulino, 2003, pp. 575-624; Franco Gaeta, La stampa nazionalista, Bologna, Cappelli, 1965; Id., Il nazionalismo italiano, Roma-Bari, Laterza, 1981; Raffaele Molinelli, Per una storia del nazionalismo italiano, Urbino, Argalia, 1966; Id., Paquale Turiello precursore del nazionalismo italiano, Urbino, Argalia, 1968; Id., I nazionalisti italiani e l’intervento, Urbino, Argalia, 1973; Id., Pasquale Turiello. Il pensiero politico e una antologia degli scritti, Urbino, Argalia, 1988. Insiste, senza essere convincente, sulla autonomia culturale del nazionalismo italiano Francesco Perfetti, Il nazionalismo italiano dalle origini alla fusione col fascismo, Bologna, Cappelli, 1977. Tra le numerose testimonianze coeve cfr. Giovanni Papini, Giuseppe Prezzolini, Vecchio e nuovo nazionalismo, Milano, Studio editoriale lombardo, 1914, poi, a cura di Piero Buscaroli, Roma, Volpe, 1967. Una ampia rassegna delle posizioni nazionaliste, in seguito orientate verso il fascismo, in Angelo d’Orsi, Da Adua a Roma: la marcia del nazionalfascismo (1896-1922). Storia e testi, Torino, Nino Aragno, 2007.

17 Le iniziative furono diverse ma è importante ricordare, anche per il ruolo del suo ideatore Agostino Gemelli, il «Bollettino mensile dell’Opera di consacrazione dei saldati al sacro cuore di Gesù», uscito nelle due annate 1917 e 1918 poi con il titolo mutato «Il cuore di Gesù ai soldati». Nel mensile si ritrovano non poche delle future battaglie condotte da Gemelli nel dopoguerra: dalla ferma opposizione al disfattismo e al neutralismo, alla necessità di recuperare i valori morali e religiosi base per la ricostruzione del paese. Una impostazione che veniva da lontano (di Gemelli si veda Il nostro soldato. Saggi di psicologia militare, Milano, Treves, 1917) e che aveva come conclusione polemica e politica quella affrontata nel volume di Fulvio Cammarano, Abbasso la guerra! Neutralisti in piazza alla vigilia della Prima guerra mondiale, Firenze, Le Monnier, 2015.

18 Romain H. Rainero, La lettura del soldato. Propaganda e realtà nei giornali di trincea, Milano, FrancoAngeli, 2019. Il volume, e spiace dirlo, oltre a mancare dell’indispensabile indice dei nomi, avrebbe avuto bisogno di una maggiore attenzione redazionale.

19 Cfr. Romain H. Rainero, Propaganda e ordini alla stampa, Milano, FrancoAngeli, 2007; Id., Pro e contro la guerra. Lo smarrimento dei poeti italiani: 1915-1918, Rovereto, Museo storico italiano della guerra, 2017.

20 Il riferimento polemico di Rainero è riferito a Mario Isnenghi, Giornali di trincea (1915-1918), Torino, Einaudi, 1977. Volume datato e non privo di forzature nella scrittura ma che pure ebbe il merito di sollevare l’attenzione per l’argomento e quelle fonti.

21 Sulla impostazione di questi giornali si vedano anche le pagine di Fiorella Bartoccini, I giornali di trincea, in Da Caporetto a Vittorio Veneto, Trento, Arti Grafiche Saturnia, 1970, pp. 129-145.

22 Cfr., per allargare il discorso, Nicola Della Volpe, Esercito e propaganda nella Grande Guerra (1915-1918), Roma, Ufficio storico dello Stato Maggiore-Esercito, 1989; Sentenze dei tribunali militari italiani durante la Prima guerra mondiale, a cura di Gioacchino Maviglia, Firenze, Manzuoli, 1972-1973; Antonio Sema, Momenti e concetti della propaganda di guerra italiana nel primo conflitto mondiale, in L’arma della persuasione. Parole e immagini di propaganda nella Grande Guerra, Gorizia, Laguna, 1991, pp. 35-50. Sullo scetticismo e poi la contrarietà dello stesso Cadorna e del Comando supremo, per senza giungere a un reciso divieto, di avvalersi dei fogli in trincea come valido strumento di propaganda si vedano le riflessioni di Odoardo Marchetti, capo dell’Ufficio informazioni, Il Servizio informazioni nell’esercito italiano nella Grande Guerra, Roma, Tipografia regionale, 1937.

23 Il problema degli inviati speciali meriterebbe uno studio apposito che indagasse e intrecciasse in modo scrupoloso la formazione e gli interessi dei giornalisti con la linea politica dei quotidiani e delle riviste con cui collaboravano. In una bibliografia molto ampia, ma non su questo specifico problema, si vedano i testi raccolti e il saggio introduttivo di Franco Contorbia in Giornalismo italiano, a cura di Franco Contorbia, 2: 1901-1939, Miano, Arnoldo Mondadori, 2007.

24 Carlo Salsa, Confidenze di un fante, Milano, Mursia, 2016, p. 123.

25 A questo proposito conviene tornare sulla pubblicazione di Adolfo Omodeo, Momenti della vita di guerra, apparsa a puntate sulla «Critica» dal 1929 al 1933, e poi in modo unitario da Laterza nel 1934. Il volume viene citato da Rainero (a p. 144) nella edizione curata da Roberto Guerri nel 2017 per l’editore Gaspari. Edizione quasi introvabile nelle librerie e nelle biblioteche, mentre non viene mai segnalato il volume Momenti della vita di guerra. Dai diari e dalle lettere dei caduti: 1915-1918 edito da Einaudi nel 1968 con una ampia ed esauriente introduzione di Alessandro Galante Garrone (pp. IX-XLVII) che se letta bene e meditata eviterebbe inutili forzature di quel testo (a questo proposito Mario Isnenghi accostando l’Omodeo dei Momenti della vita di guerra a Colloqui con mio fratello di Giani Stuparich ha definito «patetica» la rivendicazione «nazionale e non nazionalistica» contenuta in quelle pagine, cfr. Mario Isnenghi, La Grande Guerra nel teatro popolare cattolico, in La grande guerra. Esperienza, memoria, immagini, a cura di Diego Leoni e Camillo Zadra, Bologna, il Mulino, 1986, p. 394). Con grande finezza e acume Galante Garrone invitava a distinguere nei Momenti della vita di guerra «una molteplicità di aspetti: storiografico, rievocativo, polemico», aggiungendo che Omodeo «col suo robusto senso storico sentiva di non poterla inserire nel bilancio della sua produzione storiografica. C’era in essa qualcosa d’altro, che impediva di considerarla soltanto un libro di storia e, quel che più conta, in qualche punto ne limitava la stessa visuale critica, appunto per il prevalere di sentimenti e passioni che l’autore intendeva comunicare al lettore», p. XXXI. Parole, queste di Galante Garrone, che trovano riscontro nella importante recensione di Aldo Garosci (Adolfo Omodeo. La guerra, «Rivista storica italiana», LXXVIII, 1966, 1, pp. 369-686) e nelle numerose e autorevoli citazioni presenti nella introduzione, tra le quali si dovrebbe almeno citare la bella riflessione di Vittorio Foa. Interventi che autorizzano a non cercare nel libro di Omodeo quello che non può dare. Altro discorso meriterebbe il giudizio dato sui Momenti della vita di guerra da Antonio Gramsci. Rainero ne accenna nel suo libro a p. 114, ma anche in questo caso sarebbe stato più utile collocare l’intervento di Gramsci (Quaderni del carcere, edizione critica dell’Istituto Gramsci a cura di Valentino Gerratana, Torino, Einaudi, 1975, soprattutto vol. III, p. 1983) all’interno della polemica contro l’idealismo crociano e gli studi sul Risorgimento. Più interessante e significativo, a nostro avviso, è invece riprendere le note gramsciane a proposito dell’editoria, delle collane, dei libri, giornali e riviste che, sostenute da gruppi di intellettuali, avrebbero contribuito a diffondere una idea nazionalista pronta a sfruttare le debolezze di uno Stato provato dalla guerra.

26 Loretta De Franceschi, Libri in guerra, cit., pp. 47-60.

27 Per tutta la vicenda cfr. Giovanni Minozzi, Ricordi di guerra. Le bibliotechine agli ospedali da campo, le Case del soldato alla fronte, Amatrice, Tip. Orfanotrofio maschile, 1956, 2 vol.; Id., Ricordando, prefazione di Romeo Panzone, Roma - Milano, ONPMI, 1984, e per una accurata ricostruzione si veda Annibale Zanbarbieri, Le «Case del soldato alla fronte»: note sull’iniziativa di don Giovanni Minozzi, in Chiese e popoli delle Venezie nella Grande guerra, Atti dei Convegni di studio (Trento, 8-9 aprile 2016 e Vicenza-Asiago, 27-28 maggio 2016), a cura di Francesco Bianchi e Giorgio Vecchio, Roma, Viella, 2016, pp. 235-266.

28 Cfr. Romain H. Rainero, La lettura del soldato, cit., soprattutto il quinto capitolo: Dopo Caporetto: i nuovi Giornali di trincea, pp. 174-233. Per comprendere la situazione del mondo editoriale nel momento di svolta del 1917 rimangono importanti gli Atti del Convegno del libro tenutosi a Milano dal 2 al 5 giugno. Indetto dalla Società italiana per il progresso delle scienze e dalla Associazione italiana per l’intesa intellettuale fra i paesi alleati ed amici, il Congresso si prefiggeva il compito di favorire il confronto tra editori, scienziati, umanisti intorno alle proposte per rilanciare il mondo del libro durante e dopo la guerra. Vi avrebbe fatto riferimento Giovanni Laterza, partecipando poi alla discussione ricca di osservazioni e proposte, in alcune lettere a Croce dove gli confidava anche l’interesse di Prezzolini per la direzione di una rivista bibliografica settimanale. Su questi passaggi cfr. Atti del Congresso del libro (Milano, 2-5 aprile 1917), Bologna, Nicola Zanichelli, 1917; Benedetto Croce-Giovanni Laterza, Carteggio, cit., pp. 625 e 631. Per una ricostruzione complessiva si veda Gianfranco Tortorelli, Editoria in guerra: il Congresso del libro del 1917, in Id., Tra le pagine. Autori, editori, tipografi nell’Ottocento e nel Novecento, Bologna, Pendragon, 2002, pp. 191-224.

29 Cristina Cavallaro, La mobilitazione della cultura negli anni della Grande Guerra: Firenze e i “fiorentini”, con un saggio di Caterina Del Vivo, Manziana (Roma), Vecchiarelli, 2019.

30 Cfr. Cristina Cavallaro, Fra biblioteca e archivio. Catalogazione, conservazione e valorizzazione di fondi privati, presentazione di Caterina Del Vivo, saggio introduttivo di Mariaelisa Rossi, Milano, Sylvestre Bonnard, 2007, dove nel capitolo terzo: Fondi speciali nel Gabinetto G. P. Vieusseux sono descritte le raccolte dedicate a Ugo Ojetti e Maria Bianca Larderel Viviani della Robbia, pp. 82-84 e 89-90.

31 Per la continuità e i cambiamenti sul lungo periodo di alcuni temi riguardanti le istituzioni scolastiche e culturali sulle pagine de «Il Marzocco» cfr. Gianfranco Tortorelli, Scuola, editoria, istituzioni nelle pagine de «Il Marzocco», in Istituzioni culturali in Italia nell’Ottocento e nel Novecento, a cura di Gianfranco Tortorelli, Bologna, Pendragon, 2003, pp. 233-299.

32 Per una panoramica cfr. Laura Cerasi, Gli Ateniesi d’Italia. Associazioni di cultura a Firenze nel primo Novecento, Milano, FrancoAngeli, 2000.

33 Sulle diverse iniziative e la nascita nella città di numerosi comitati si veda la seconda parte – Comitati per i libri ai soldati, pp. 213-300 – di Loretta De Franceschi, Libri in guerra, cit.

34 Numerose notizie sul ruolo svolto dalle donne, borghesi e nobili, come promotrici e fiancheggiatrici dei progetti a favore dei soldati al fronte in Caterina Del Vivo, Mobilitazione civile e “fronte interno” nella Firenze del «Marzocco», in Cristina Cavallaro, La mobilitazione della cultura, cit., pp. 9-60. E per l’impegno nella scrittura e nella diffusione dei libri Scritti di donne tra propaganda e memoria, in Loretta De Franceschi, Libri in guerra, cit., pp. 145-182.

35 Cenni sulla produzione editoriale dedicata ai ragazzi e sull’impegno degli scrittori in questo versante nel volume di De Franceschi. Il tema va comunque collocato in una prospettiva ampia sulla quale per un orientamento cfr. Antonio Gibelli, Il popolo bambino. Infanzia e nazione dalla Grande Guerra a Salò, Torino, Einaudi, 2005, con i riferimenti bibliografici; Walter Fochesato, La guerra nei libri per ragazzi, Milano, Mondadori, 1996; Quinto Antonelli, Piccoli eroi. Bambini, ragazzi e guerra nei libri italiani per l’infanzia, «Annali del Museo storico italiano della guerra», 1995, 4, pp. 19-53.

36 A questo proposito un esempio pertinente è a Firenze la vicenda della casa editrice Nerbini che godette anche di una certa notorietà. Nato come editore popolare e con giornali e collane fiancheggiatori dell’ala riformista del Partito socialista, Nerbini durante la guerra proporrà la collana «Il romanzo mensile del soldato» e i periodici «Il giornale della guerra», «La mascotte», «Il 420», «La risata», «La sigaretta», questi ultimi due giornali umoristici dureranno sino al 1923 e 1925, spostandosi verso posizioni nazionaliste e interventiste per poi aderire al fascismo. Per inquadrare il percorso cfr. Le edizioni Nerbini (1897-1921), catalogo a cura di Gianfranco Tortorelli, Firenze, Giunta Regionale Toscana-La Nuova Italia, 1983, poi il saggio introduttivo in Gianfranco Tortorelli, Studi di storia dell’editoria italiana, Bologna, Pàtron, 1989, pp. 99-152. 

37 La figura di Piero Barbèra meriterebbe un ampio e articolato lavoro che riuscisse a tenere insieme l’impegno civile dimostrato nella fattiva presenza in associazioni, circoli, sodalizi fiorentini e nazionali (su cui si vedano i numerosi richiami nel libro citato di Laura Cerasi) con l’intelligente partecipazione ai cambiamenti dell’editoria italiana nei primi venti anni del Novecento. Una dimostrazione della conoscenza dei problemi e dei suggerimenti per risolverli si trovano nella relazione, e poi nei numerosi suoi interventi nel dibattito, La stampa e la guerra in Italia, in Atti del Congresso del libro, cit., pp. 1-14. La relazione verrà poi ristampata in opuscolo senza variazioni ma con titolo cambiato: Piero Barbèra, La produzione del libro in Italia nel periodo della guerra, Roma, Direzione della Nuova Antologia, 1917.