Intervista a Federico Valacchi. Diventare archivisti. Competenze tecniche di un mestiere sul confine

Interview with Federico Valacchi. Becoming an archivist. Technical skills of a profession on the border

In apertura: scaffali negli archivi del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) contenenti documenti precedenti al 1914 presso la sede centrale di Ginevra, in Svizzera (da Wikimedia Commons, https://commons.wikimedia.org).

 

Da alcuni mesi sono in libreria due volumi di Federico Valacchi, docente di Archivistica all’Università di Macerata e tra i più prolifici divulgatori della materia in Italia. Il primo ad essere uscito è una nuova edizione aggiornata del testo Diventare archivisti. Competenze tecniche di un mestiere di confine (Editrice Bibliografica). Il secondo è un lavoro completamente nuovo: La verità di carta. A cosa servono gli archivi? (Graphe.it edizioni). In entrambi i casi si tratta di libri che possono accompagnare i percorsi didattici degli studenti universitari, ma allo stesso tempo sono anche volumi che non dimenticano la funzione divulgativa, aprendosi ad un pubblico più amplio di non addetti ai lavori. Sono le persone che, spesso senza saperlo, sono coinvolte quotidianamente dalle dinamiche che si creano negli archivi. Abbiamo voluto allora fare con lui una breve chiacchierata per capire quali direzioni sta prendendo l’archivistica e qual è la percezione che al giorno d’oggi si ha degli archivi sia cartacei che digitali.

 

Vorrei partire con una riflessione che riguarda il tema della mediazione digitale con le sue opportunità e criticità. Faccio un riassunto prendendo parte dei suoi testi. La mediazione è il tratto più fisico e inclusivo del mestiere di archivisti e bibliotecari che rende disponibili documenti che possono essere privi di decisivi elementi di contesto. La digitalizzazione può rendere più facile la reperibilità ma sicuramente non la capacità di comprensione della documentazione. “Nella rete ci possiamo imbattere in archivi senza archivisti e biblioteche senza bibliotecari. Sarà senz’altro più facile trovarli ma anche più ardimentoso interpretarli correttamente”. “Diventare archivisti” citando il titolo del suo libro apre insomma ad un impegno ancora più grande e a un’esigenza di professionalità maggiore? Affidando a persone poco o per niente preparate grandi archivi digitali si corre il rischio che diventino incomprensibili?

Diventare archivisti, soprattutto nella sua seconda edizione, è un libro davvero di confine, sospeso però tra i molti possibili confini che la disciplina ogni giorno deve attraversare. La specializzazione è il presupposto irrinunciabile per ogni professione accreditata e l’archivistica non fa differenza, malgrado ci sia ancora e sempre chi pensa che con un po’ di buon senso chiunque può governare un archivio. È una posizione pericolosa perché la cattiva gestione degli archivi non è un problema archivistico ma un rischio per l’intera collettività. Gli archivi non sono semplici depositi di informazioni “scadute”, sono sistemi complessi di dati qualificati. Dagli archivi dipende ogni passaggio formalizzato della nostra vita quotidiana. Senza archivi non si amministra, non si attestano diritti e doveri, non si sviluppa nessuna attività. La dimensione storica, anch’essa delicata da governare, viene dopo quella politica in senso ampio. Gli archivi strumenti di efficienza e quelli digitali in particolare richiedono formazione specialistica, non basta la buona volontà. Esistono leggi, standard e buone pratiche da rispettare. Ignorarle non è una leggerezza archivistica ma un reato penale. Diventare archivisti punta molto sulla polifunzionalità degli archivi e sul rifiuto di uno stereotipo beneculturalista che riesce a cogliere solo la dimensione di archivi percepiti come masse inerti di informazione di natura storica. La stessa idea di memoria che quasi sempre si accompagna all’archivio deve essere interpretata nella sua dinamicità, fuori da suggestioni arcadiche e retroflessioni del pensiero.

Quanto alla incomprensibilità direi che è un problema di lunga durata. La comprensione degli archivi rimanda immediatamente al ruolo di mediatore dell’archivista. Gli archivisti costruiscono contesti ancora prima che contenuti. Vero anche che a volte la costruzione del contesto ha prevalso sui contenuti inficiando la fruibilità, ma senza una mediazione adeguata gli archivi più che incomprensibili rischiano di diventare inaffidabili. Anche in questo caso il lavoro archivistico va declinato in ragione delle specifiche finalità della fase del ciclo vitale e delle esigenze degli utenti. In un archivio corrente la risposta rapida alla richiesta di un dato è prevalente mentre negli archivi storici la mediazione contestuale deve avere la meglio. Il digitale enfatizza quindi problemi già esistenti ed eviterei, almeno per gli archivi, espressioni come “rivoluzione digitale”, è forse meglio dire “accelerazione digitale”. Il fenomeno va comunque letto dentro a più ampi processi di dematerializzazione, evitando letture meccaniche. È la società che trasformandosi esprime organizzazioni documentarie diverse, non viceversa. Gli archivi digitali in formazione non sono banale espressione di automatismi tecnologici e devono rimanere sotto il controllo della funzione archivistica, sia pure adeguata a determinati parametri tecnici. La stessa conservazione di lungo periodo deve essere gestita secondo standard adeguati, evitando di dare ancora spazio alla ingenua e inevitabile fragilità digitale. I documenti digitali devono essere accuditi, come abbiamo fatto, o non abbiamo fatto, per secoli con quelli analogici. È un problema di accudimento e quindi di politiche conservative non di una leggendaria fragilità. Altro ancora è la digitalizzazione di archivi analogici che pone seri problemi di selezione e ricontestualizzazione. Una vendetta del copista, spesso figlia di digitalizzazioni acritiche, che dissemina nel web archivi a quel punto davvero incomprensibili, quando non fuorvianti.

 

Lei paragona la figura dell’archivista al Giano bifronte che da un lato si occupa di archivistica storica e dall’altro di gestione dell’informazione. Due facce della stessa medaglia ma con percorsi formativi e competenze diverse. Ritiene che il sistema formativo attuale sia in grado di formare figure professionali dedite al record management (come dicono gli anglosassoni) o è più calibrato alla preparazione di archivisti storici?
Altra questione che viene spesso fuori nei suoi lavori è quella della comunicazione. Senza una corretta comunicazione il nostro lavoro non solo risulta poco rispettato ma anche poco utile in quanto non riusciremo a fare davvero da mediatori con i vari tipi di pubblico con cui abbiamo a che fare. Anche in questo senso secondo lei il sistema formativo potrebbe fare di più?

L’intero sistema archivistico italiano paga un prezzo molto alto all’ipoteca “beneculturalista” che lo attanaglia. Per una serie di motivi prevale la percezione degli archivi come risorsa essenzialmente storica e culturale con ciò che ne consegue in termini di depotenziamento degli archivi stessi in quanto strumenti di vita quotidiana e preziose risorse di efficienza, trasparenze e democrazia.

Dal punto di vista formativo ciò risulta particolarmente evidente. L’archivistica, e anche quella che a torto o a ragione si chiama archivistica informatica, è confinata in corsi di studio dall’imprinting umanistico a stretto contatto con discipline che poco hanno a che vedere con la dimensione corrente degli archivi. Si registra qualche eccezione ma l’impianto storico culturale è ancora quello prevalente. Per trovare percorsi formativi adeguati alla contemporaneità bisogna guardare ad alcuni master che si concentrano sulla produzione e la conservazione digitale. Tra questi il più convincente in termini complessivi mi sembra PERSEO, erogato dall’Università della Calabria.

Nell’insieme, comunque, la spirale perversa che avvolge parte dell’università e un’amministrazione degli archivi inchiodata al MiC ostacola seriamente percorsi formativi realmente aperti alle esigenze della società e degli stessi archivi. Uscire da questa spirale potrebbe garantire agli archivi quella visibilità e quel ruolo che in questa situazione non hanno e non potranno avere mai.

Per quanto concerne la seconda domanda la risposta è simile. Fintanto che si comunicherà la bellezza degli archivi parlando di tesori o di scrigni di memoria non si faranno passi avanti. In questo senso la via d’uscita è intanto quella di cominciare a individuare interlocutori diversi da quelli consueti e linguaggi meno enfatici e più realistici. In questo senso mi permetto di segnalare le iniziative del ciclo “Usare gli archivi”, una serie di incontri con il mondo dello sport, del giornalismo, dell’editoria e dell’architettura che mettono al centro, appunto, la percezione e l’uso reale degli archivi da parte dei diversi soggetti. Il sistema formativo anche in questo caso latita ma, come sempre accade, la realtà non aspetta e si stanno affermando molte iniziative che parlano di archivi in maniera comprensibile e lontana dagli stereotipi museali altrove prevalenti.

 

Lei definisce il sistema degli archivi come un caleidoscopio. Citando le sue parole: “Quando si parla genericamente di patrimonio documentario non si rende certo ragione dell’articolata e profonda ricchezza di contenuti e di percorsi che si nasconde negli archivi. Una ricchezza e profondità che sono particolarmente accentuate in un Paese come l’Italia”. Crede che questa ricchezza abbia costituito uno svantaggio per la disciplina archivistica? Paesi che hanno una realtà archivistica molto più povera, penso al Canada ad esempio, hanno avuto più facilità nell’elaborazione di standard per la descrizione che poi abbiamo ereditato negli standard internazionali. Cosa ne pensa?

Credo che la indubbia ricchezza e complessità solo apparentemente possa costituire un limite. Anzi da tale complessità è scaturito un dibattito e un approccio metodologico che non si riscontra per ovvi motivi in altre culture archivistiche sulla carta più pragmatiche. Quanto agli standard non dimenticherei il decisivo contributo della comunità archivistica italiana alla revisione della prima versione di ISAD. La normalizzazione, del resto, mi sembra sia una “filosofia” più che un orientamento cogente. Anche in Canada esistono archivi più resistenti agli standard perché gli archivi di solito nascono a prescindere dagli standard che invece aiutano a descriverli. Altro è andare a verificare cosa resti del metodo, della descrizione e degli standard dentro a scenari della produzione completamente nuovi dove un’idea come quella di interoperabilità, solo per fare un esempio, mette in discussione l’idea che abbiamo sempre avuto di produttore e provenienza.

 

L’ultima domanda è sul futuro. È davvero così incerto? Lei nei suoi testi parla di buone pratiche da applicare negli enti pubblici per la creazione di archivi informatici consultabili (oltre che conservabili) nel futuro. Siamo sulla buona strada?

Ogni società dipende dalle sue tecnologie. Gli archivi sono in qualche modo vittime predestinate di qualsiasi evoluzione tecnologica. I salti di tecnologia tendono a ridefinire la loro natura e ne influenzano in maniera sensibile usi e costumi. A dire il vero, almeno in linea teorica, questo tipo di dibattito risale alla notte dei tempi perché gli archivi, in quanto informazione allo stato solido, dipendono da sempre, da subito, dalle tecnologie. Hanno bisogno di supporti che devono essere prodotti con determinate soluzioni tecniche e di strumenti che ci consentano di invadere di parole i materiali scrittori.

Le tecnologie cui oggi facciamo comunemente riferimento rappresentano però un fenomeno inusitato nel contesto dell’evoluzione tecnologica. Sono pervasive e rapide come nient’altro mai, viaggiano più veloci di qualsiasi sinapsi e crescono dentro a un vortice straniante di cui non si intravede la fine. Le tecnologie sono opportunità fantastiche per pompare nuova linfa negli archivi e per cercare di ridurre il gap che li separa dalla società. Grazie alle tecnologie sembra infine possibile dar corpo a tassonomie iperboliche che per secoli sono state solo ansiogene aspirazioni. Per la scienza degli archivi è un’occasione irripetibile per rompere le catene che da sempre la hanno tenuta stretta ad una approssimazione informativa schiacciata dalla quantità dei dati che tentava eroicamente di governare. Abbiamo a portata di mano l’archivio del mondo o, almeno, ci possiamo permettere la presunzione di immaginarlo. Non sembra che si potrebbe chiedere di più dentro a un sogno a colori che ogni giorno si arricchisce di nuovi particolari e presenta nuove, poco immaginabili, opportunità. Forse, però, qualche cautela è utile.

L’inarrestabile ondata di piena digitale è preceduta da sciami di parole che continuano a volteggiare sopra di noi. Digitalizzazione, metadati, docuverso, metaverso, realtà aumentate sono tutte espressioni che hanno trovato spazio prima nei vocabolari e nel lessico quotidiano che nel loro senso effettivo. Le usiamo e ne abusiamo ma spesso non andiamo oltre l’apparenza del loro significato e soprattutto delle loro conseguenze.

“Digitalizzar bisogna”, senza che ci prenda sempre il tempo di verificare cosa stiamo facendo davvero agli archivi. La digitalizzazione tambureggiante è un modo come un altro per scappare dalle responsabilità di adeguate politiche culturali, nascondendosi poi dietro all’ineluttabilità dell’algocrazia. Forse invece di tempo e di riflessione c’è bisogno per evitare di essere sorpassati a destra dalle “tecnologie” e finire in un vicolo cieco da cui è più difficile far sentire la nostra voce.