Come citare questo articolo: , Tresigallo: la città-progetto di Edmondo Rossoni. Riscoperta, recupero e valorizzazione delle architetture di regime, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 1 (2017), art. nr. 4, pp. 43-49, []. http://rivista.clionet.it/vol1/dossier/architetture_tra_le_due_guerre/muroni-tresigallo-la-citta-progetto-di-edmondo-rossoni. Ultimo accesso 22-11-2017.

Nel panorama delle città di fondazione, Tresigallo, centro di 5 mila abitanti in provincia di Ferrara, si ritaglia un posto di primo piano nonostante sia rimasto ai margini della storiografia nazionale per molto tempo[1]. L’approccio tassonomico-gerarchizzante circa l’esistenza-presenza delle città nuove sul suolo nazionale portato avanti dalla storiografia degli anni ’70-’80, ha procrastinato lo sviluppo di uno studio comparativo atto al recupero della complessità che sta dietro all’evento fondativo della realtà ferrarese. I tanti punti oscuri che permangono attorno alla figura di Edmondo Rossoni, deus ex machina del paese, vanno a complicare la lettura di un caso atipico di città di regime. Il sistema di potere locale in cui Rossoni si mosse, il rapporto Rossoni-Mussolini, la provenienza del capitale riversato a Tresigallo, sono alcuni degli innumerevoli quesiti che non trovano ad oggi una risposta esauriente, soprattutto in assenza di una biografia organica sul personaggio, liquidato spesso tra “i convertiti” dal sindacalismo rivoluzionario al fascismo[2].

Tresigallo permane un caso di studio singolare, una realtà solitaria, probabilmente il più importante esempio italiano di architettura razionalista non celebrativa: in loco non operarono l’ONC (Opera Nazionale Combattenti) o enti parastatali, né, come nelle fondazioni dell’autarchia, le «aziende» – l’ARSA Anonima Carbonifera di Guido Segre o la SNIA Viscosa presieduta da Franco Marinotti – né, tantomeno, architetti di riconosciuta fama. Tresigallo nacque come atto d’autorità di Edmondo Rossoni in un momento in cui le contingenze storiche giocavano a suo favore: nel settembre del 1930 fu nominato membro del Gran Consiglio del Fascismo, nel ’32 Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e, soprattutto, Ministro dell’Agricoltura e Foreste dal 1935 al 1939. Il suo era un progetto alternativo rispetto agli orientamenti economici indicati dal regime per le zone rurali: la pianificazione delle «città nuove», difatti, non era ben strutturata e il sistema di intervento, talvolta, era caratterizzato da improvvisazione e pressapochismo; ad esempio all’inizio del ’34, dopo la fondazione di Littoria, il 18 dicembre 1932, e mentre si stava completando la costruzione di Sabaudia, non si era ancora deciso dove sarebbe sorta Pontinia. Dietro alla facciata propagandistica che trovava una cassa di risonanza nella stampa straniera, soprattutto anglosassone, emergevano le prime carenze[3]: i problemi idrici, la produzione industriale che stentava a decollare, le condizioni di disagio in cui versavano le popolazioni trasferite[4], lo spettro della malaria.

Al contrario, Tresigallo si distingueva per la sua complessità e per la visione sociale che stava a monte del progetto urbano; ma per capire ciò è necessario spostare le lancette della storia indietro di una decina d’anni e focalizzare l’attenzione sulle teorie di Rossoni. Negli anni Venti, difatti, l’ex sindacalista rivoluzionario, tentò di mettere in piedi un progetto in grado di trasformare il nascente fascismo in un movimento laburista; il lavoro andava a ricoprire, così, un ruolo centrale. Come afferma Giuseppe Parlato, il progetto di Rossoni si incarnava nel “sindacalismo integrale”: una formula che prevedeva la creazione di una Confederazione delle corporazioni fasciste e un sindacato unitario ove tutte le categorie dovevano essere raggruppate e che inglobava sia i lavoratori che i datori di lavoro; quindi un modello corporativo di collaborazione fra le classi e le categorie che superasse la contrapposizione tra padroni e lavoratori[5]. Si trattava di una sorta di rivoluzione sociale di difficile attuazione: sia la Confagricoltura che, soprattutto, la Confindustria si ribellarono al progetto di Rossoni e lo fecero fallire. Anche da parte fascista vi furono perplessità e opposizioni: Bottai, ad esempio, aveva un proprio progetto; Augusto Turati, segretario del PNF, avrebbe voluto inglobare il sindacato nel partito – mentre per Rossoni il sindacato doveva restare estraneo alla politica –; Mussolini, invece, voleva recuperare il consenso della Confindustria e di alcuni poteri forti[6]. Il tresigallese si trovò, perciò, esposto al fuoco incrociato e perse la partita: nel dicembre 1928, con il cosiddetto “sbloccamento”, la “Rossoniana”, come tutti chiamavano la Confederazione unitaria guidata da Rossoni, fu “sbloccata”, cioè suddivisa in diverse confederazioni per ciascun settore produttivo. Era la sconfitta del progetto politico del futuro ministro, una battuta d’arresto solo momentanea.

In questo periodo, Tresigallo era un piccolo borgo di campagna di circa 500 abitanti ai margini delle Grandi Bonifiche di fine Ottocento, il luogo ideale, quindi, in cui portare avanti le proprie teorie, dopo essere stato reintegrato da Mussolini. Tresigallo fu ri-fondata come progetto “altro”: una città-ideale del Novecento, corporativa, intrisa delle contraddizioni del regime, in cui visione politica frondista e potere personale si incontravano.

Rossoni si circondò di personale stimato e amici di fiducia: l’ingegner Carlo Frighi era il progettista che attuava le idee presenti sugli schizzi inviati da Roma su carta intestata del Ministero dell’Agricoltura, Livio Mariani, macellaio del paese e compagno di lotte politiche di gioventù, era l’intermediario di Rossoni per l’acquisto in loco dei terreni su cui edificare. La longa manus del ministro – la SERTIA, Società Emiliana Romagnola Industriale Anonima, con sede a Roma in via XX Settembre 58, intestata allo zio – era una società immobiliare il cui compito può essere paragonato a quello svolto dal governo centrale e dalle sue emanazioni nell’Agro Pontino e in Sardegna[7]. L’intervallo di tempo compreso tra il 1933-35 fu caratterizzato da espropri, demolizioni, sventramenti e prime costruzioni di unità abitative. Poi iniziò l’edificazione su larga scala degli edifici pubblici e privati da un lato e dell’area industriale dall’altro. Rossoni sfruttò la posizione che occupava stimolando imprese private con incentivi difficilmente rifiutabili. È il caso, per esempio, dell’impresa genovese Belloni, protagonista della realizzazione di alcuni lavori di pavimentazione stradale di Tresigallo, che ottenne, in seguito, una grossa commissione per la costruzione di opere stradali in Africa Orientale. Anche la ditta modenese Orsi[8], produttrice di macchine agricole, fu direttamente contattata dal ministro e impiantò parte della produzione nel paese ferrarese.

È assai complicato ricostruire l’attività sotterranea della società dietro la quale si muoveva il ministro, ma sicuramente divenne l’interlocutrice privilegiata di privati, imprese e organismi pubblici. La speculazione edilizia iniziò presto a essere appetibile per il capitale finanziario industriale nazionale: nelle richieste per il permesso di abitabilità dei nuovi edifici compaiono i nomi dell’Istituto Nazionale per il Lavoro Italiano, la Società Anonima Industrie Metallurgiche, l’Istituto Nazionale delle Assicurazioni, la Società Anonima Fibre Cà Fioc. Alcune informative stilate dalla polizia politica dimostrano che il governo centrale era a conoscenza di ciò che stava accadendo, tant’è vero che la polizia politica fu costretta a redigere un dossier top secret sull’espansione del paese date le molte lamentele di clientelismo, favoritismi e agevolazioni[9]. Il fascicolo riservato, con accluso materiale fotografico, arrivò sulla scrivania di Mussolini nella primavera del 1937; Rossoni, richiamato dal Duce, rispose difendendosi e giustificando il proprio operato[10]. Il processo era avviato ed era inarrestabile: a fianco delle nuove ville razionaliste sorsero piazze e luoghi di ritrovo, case per gli operai, industrie e attrezzature sportive e per il tempo libero. Fu una continua saturazione di spazi: la Scuola del ricamo per le ragazze, l’acquedotto, l’albergo Italia, l’albergo Domus Tua (di lusso), l’asilo nido, l’asilo infantile (già esistente nel nucleo novecentesco del paese) impreziosito con un portale d’ingresso, la Casa del Balilla (divenuta poi Casa della GIL-Gioventù Italiana del Littorio, luogo della formazione ideologica e fisica dei giovani), i bagni pubblici, la sala da ballo, la scuola elementare, il Teatro Corporativo, l’edificio delle Assicurazioni Generali Venezia. Appena fuori le mura, che seguono idealmente il perimetro trapezoidale del paese, si estese la cittadella del lavoro, costituita da oltre dieci stabilimenti agro-industriali: la CELNA (Cellulosa Nazionale), che produceva cellulosa dal canapulo (residui della canapa macerata); la INTA, Industria Nazionale Tessili Autarchici, adibita alla trasformazione degli stracci in lana artificiale; la MA.LI.CA (Manifattura Lino Canapa) per la lavorazione e la stagliatura della canapa verde; il Consorzio Nazionale Produttori Canapa, utilizzato per la selezione della canapa bianca (già macerata); il Cafioc per la trasformazione della canapa in fiocco; lo stabilimento SADA (Società Anonima Distilleria Agricola), sorto per l’estrazione di alcol dalle bietole; lo zuccherificio ANB per la lavorazione delle bietole; lo stabilimento della società SIARI, che si occupava della lavorazione del latte e della trasformazione in burro, caseina tessile e lana sintetica; il magazzino del Consorzio Agrario Provinciale per l’ammasso grano; il CALEFO (Consorzio Agrario Lavorazione Esportazione Frutta Ortaggi), destinato alla raccolta e alla selezione della frutta da esportazione; la SAIMM, che fabbricava macchine agricole, in particolare trebbiatrici. Un progetto faraonico che rese Tresigallo una tra le più grandi città di fondazione in termini di costruito: era un disegno economico che poggiava le basi sull’industria di trasformazione e che ben si confaceva alla vocazione agricola del territorio[11].

Il paese divenne, presto, catalizzatore di manodopera specializzata in un contesto provinciale caratterizzato da forti emigrazioni e povertà diffusa: la popolazione registrò un incremento senza precedenti arrivando ad oltre 7.000 unità. Rossoni aveva rivoluzionato antropologicamente il territorio andando a intaccare la storia secolare della periferia di regime, mutando ritmi di vita, tradizioni, prospettive lavorative, sogni. Il progetto-Tresigallo si interruppe, però, con l’inizio della guerra: aveva avuto una sua logica nel contesto dell’autarchia, del regime fascista e con l’importante ruolo di Edmondo Rossoni; una volta che queste fondamenta vennero a mancare, il progetto economico e sociale non fu attualizzato, a causa anche dei limiti imposti dalla nuova giunta comunale. Tresigallo, nell’economia di mercato del dopoguerra, tornò, difatti, a essere un’area periferica nella quale non era particolarmente redditizio investire.

Iniziò il periodo dell’abbandono e dell’oblio: emigrazione, incuria, abbattimenti e manomissioni investirono le architetture di regime, simboli di un passato non accettato e da dimenticare. Sono ancora percepibili le ferite subite dal patrimonio architettonico, non solo a causa della guerra, ma anche per restauri sbagliati, ampliamenti impropri e rifacimenti operati nel segno della damnatio memoriae: fu abbattuta la torretta del Cafioc, furono sostituiti i lampioni originali del ’35 (circa un centinaio), venne alterato il cimitero con l’abbattimento delle due cappellette laterali della camera mortuaria, fu manomessa la facciata della scuola elementare, ecc.

Caduti alcuni ostacoli ideologici, passato molto tempo e inaugurata una nuova stagione di studi storici e architettonici scevri delle diatribe politiche, si cominciò a riflettere su quel periodo storico. La riscoperta è proceduta lentamente e in modo graduale: un momento importante è stato il Convegno di studi “Tresigallo, il passato il futuro”, tenutosi il 13 aprile 1985 nella sala consiliare del comune di Tresigallo, al termine del quale si giunse alla consapevolezza di trovarsi in presenza «di un residuo monumentale»[12]. Questa prima apertura da parte dell’amministrazione pubblica non coincise, però, con la totale salvaguardia delle strutture razionaliste; difatti molti abbattimenti enunciati precedentemente avvennero proprio in questa fase. La valorizzazione sarebbe dovuta passare prima per la comprensione, a livello di comunità, del valore storico-architettonico e identitario dei resti del passato negato: tra la fine degli anni ’80 e gli anni 2000, un numero sempre maggiore di studiosi di architettura, architetti, storici locali, studenti universitari, fotografi, artisti e amatori si è interessato alla storia della città emiliana, a partire da Flavia Faccioli, Giancarlo Martinoni[13], Amos Castaldini, Piergiorgio Massaretti[14], passando per Antonio Pennacchi[15], Arrigo Marazzi[16], Davide Brugnatti e Stefano Muroni[17].

Solo nel 2003 si è finalmente raggiunta un’effettiva, anche se parziale, consapevolezza che Tresigallo è un patrimonio da valorizzare e proteggere: tra i lavori più importanti in questa direzione va segnalata l’adozione, da parte del Comune, del marchio “Città del Novecento”, seguita poi dall’inserimento di Tresigallo nel circuito delle “Città d'arte”, da parte della Regione Emilia-Romagna. Nel 2004-2005 si registra il Progetto di Catalogazione e schedatura architettonica e urbana degli edifici rossoniani, intrapreso dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e il Paesaggio di Ravenna, grazie a dei finanziamenti regionali (L.R. 16/2002), in collaborazione col Comune di Tresigallo. La schedatura, avvenuta attraverso gli strumenti forniti dall’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione (ICCD), si compone di schede SU (schede di “settore urbano”) e schede A (schede di dettaglio del singolo manufatto); attraverso tale metodologia si sono riscontrate le superfetazioni, ossia la presenza di elementi incongrui rispetto al manufatto originario, e si sono potuti studiare con maggior precisione, dal punto di vista materico, gli elementi che caratterizzano l’architettura locale degli anni Trenta.

Nel 2008 si è svolto un importante convegno, Ricerca di un’identità, in cui storici e architetti hanno fatto il punto della situazione sugli interventi di restauro effettuati a Tresigallo e, per la prima volta, si è riflettuto sul processo di recupero identitario scaturito dal riutilizzo delle architetture di regime come spazi di vita comunitaria[18]. Nel 2009, poi, Tresigallo entra a far parte dell’Associazione nazionale delle città di fondazione e, l’anno successivo, il CESAR (Centro Studi Architettura Razionalista) di Roma, dedica all’interessante esempio urbanistico-architettonico ferrarese un numero monografico a divulgazione europea. Gli anni 2003-2015 sono quelli delle “grandi opere” di intervento; in pochi anni vengono riscoperti e restaurati edifici dimenticati e a rischio crollo: l'ex Casa della GIL, gli ex Bagni pubblici, l’ex Domus Tua, il portale dello stadio, l’asilo infantile e il suo portale, l’asilo nido, l’ex SAAT, Piazza Italia e il suo sagrato, l’ex piazza della Rivoluzione, l’ex caserma dei carabinieri. Il processo di sensibilizzazione è passato anche per proposte lungimiranti dell'allora sindaco Maurizio Barbirati, che riuscì in parte a coinvolgere i privati cittadini con progetti partecipativi come “Colora la tua città” (2005-2010), stanziando contributi economici con lo scopo di riportare alla luce la colorazione originale di edifici storici.

È significativo soffermarsi sul processo di rigenerazione urbana che ha contraddistinto l’ex GIL poiché ci permette di capire qual è stato il modus operandi dell’Amministrazione in sinergia con privati e Soprintendenza[19]. L’intervento di recupero è stato particolarmente complesso poiché della struttura originale restavano solamente i muri perimetrali. L’accurata ricerca sulla storia dell’edificio associata al contesto storico in cui era stato concepito, ha favorito il coinvolgimento della popolazione con interviste finalizzate al recupero della memoria del luogo. Successivamente si è passati alla ricerca d’archivio del progetto degli anni Trenta, allo studio planimetrico, all’individuazione e alla classificazione dei materiali originali, allo studio dei cromatismi e delle metodologie di realizzazione degli infissi, alle indagini al microscopio, all’analisi petrografiche e stratigrafiche dei tasselli di intonaco rimasti, all’elaborazione del progetto, all’individuazione della destinazione d’uso e alla ricerca di materiali e tecnologie compatibili. Il nuovo edificio ha subito una variazione planimetrica invasiva; ciò non toglie che si tratta certamente di un intervento necessario[20]. La materia, il restauro del moderno, è estremamente complessa e, per ovvi motivi, non verrà approfondita qui, ma su un punto è doveroso soffermarsi. Il progetto di restauro ha previsto una nuova destinazione d’uso: da palestra a biblioteca. Uno spazio periferico e percepito dalla popolazione come luogo degradato è stato trasformato in bene pubblico e di inclusione sociale. Con la scelta dell’Amministrazione di collocarci la biblioteca, si è perseguita la strada dell’accessibilità e della valorizzazione dell’intera aerea che, nel tessuto urbano, è diventata un punto nevralgico. Oggi è sede di convegni, cineforum, mostre, presentazione di libri, attività didattiche e pedagogiche per le scuole. Quindi un esempio virtuoso di riqualificazione che ha visto la partecipazione della comunità locale e delle imprese del luogo.

Dopo le esperienze di restauro e lo sviluppo, anche a livello nazionale, delle ricerche sull’architettura razionalista, si è giunti alla consapevolezza che l’intero abitato, che ha conservato quasi integralmente le caratteristiche architettoniche e urbanistiche degli anni ’30, va considerato come un bene culturale da conservare e valorizzare. Una peculiarità della Tresigallo rossoniana risiede, infatti, nell’avere una qualità urbana diffusa, che si espleta nei dettagli architettonici di valore: il rivestimento in cipollino, il travertino o il vetro opalino. Le prospettive future per ciò che concerne il restauro di edifici razionalisti privati possono riassumersi nella realizzazione e nella conseguente adozione di un codice di pratica, ovvero un codice normativo per il recupero, una serie di indicazioni funzionali a operare una conservazione consapevole del manufatto: dalle modanature particolari alle soluzioni d’angolo, dal finto travertino agli infissi originali[21]. La sensibilità per poter agire sul moderno deve essere di largo respiro e appartenere all’intera cittadinanza cosciente di vivere in un contesto di pregio e da salvaguardare.

Successivamente alla presa di coscienza della propria memoria e della ricchezza patrimoniale diffusa su tutto il territorio, si sono poggiate le basi per una pianificazione turistica: è del 2006 l’ingresso nel circuito dei Borghi Autentici d’Italia a cui è seguita, nel 2015, l’entrata in ATRIUM, la rotta del Consiglio d’Europa sull’architettura di regime: un itinerario turistico e culturale che coinvolge 18 diversi Enti ed Istituzioni (Università, Ministeri, ONG, Amministrazioni locali) e undici paesi europei nei quali sono presenti le architetture dei regimi totalitari. Nel 2017, l’Associazione Torri di Marmo, vincitrice del bando regionale sulla Legge del Novecento (L.R. n.3/2016), ha presentato il nuovo concept turistico Tresigallo la città metafisica, costituito da logo rinnovato, sito internet, brochure, cartina con itinerari consigliati. Si tratta di una nuova comunicazione del paese che sfrutta l’immagine coordinata, data dalla dinamicità del logo, e i canali social Facebook e Instagram. La divulgazione del patrimonio storico e architettonico di Tresigallo, inoltre, è stata protagonista il 5 giugno 2017 nel panel “Storia urbana, architettura e progetti di comunità” in occasione della prima conferenza nazionale dell’Associazione Italiana di Public History, tenutasi a Ravenna.

Il percorso di riflessione sul proprio passato e sulla propria identità storica e architettonica ha richiesto un lungo processo di maturazione dell’intera comunità non privo di momenti di criticità. Le problematicità che attanagliano i territori rurali in preda alla denatalità come Tresigallo si ripercuotono sugli spazi pubblici e sul mantenimento degli stessi; il rischio è che edifici restituiti alla comunità diventino spazi inutilizzati, soprattutto per ragioni di sostenibilità. Il patrimonio architettonico ereditato dal passato gioca tuttora un ruolo importante nelle relazioni tra pubblico e privato e resta al centro delle sfide che le piccole realtà dovranno affrontare nel prossimo futuro.

 


Note

1 Cfr. Riccardo Mariani, Fascismo e «Città nuove», Milano, Feltrinelli, 1976.

2 Fernando Cordova, Uomini e volti del fascismo, Roma, Bulzoni, 1980; Antonella Guarnieri, Il fascismo ferrarese. Dodici articoli per raccontarlo, Ferrara, Tresogni, 2011.

3 Lucia Nuti, La città nuova nella cultura urbanistica e architettonica del fascismo, in “Metodo”, 2001, n. 17.

4 Alberto Mioni, Le trasformazioni territoriali in Italia nella prima età industriale, Venezia, Marsilio, 1976.

5 Giuseppe Parlato, La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato, Bologna, Il Mulino, 2008; Alessio Gagliardi, Il corporativismo fascista, Bari, Laterza, 2010.

6 Cfr. Ferdinando Cordova, Le origini dei sindacati fascisti, Roma-Bari, Laterza, 1974.

7 Come testimonia la lettera inviata il 22.9.1935, Rossoni era a conoscenza delle opposizioni e delle resistenze presenti in paese. Le lettere sono state rinvenute, dopo la morte di Rossoni avvenuta nel 1965, tra le carte di Livio Mariani, da William Poltronieri, storico locale scomparso nel 1976. Sono pubblicate in Piergiorgio Massaretti (a cura di), Tresigallo, citta del Novecento, Bologna, Editrice Compositori, 2004, pp. 78-81.

8 Cfr. Archivio centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Polizia politica, Fascicoli personali.

9 Cfr. Archivio centrale dello Stato, Ministero dell’Interno, Polizia politica, Fascicoli personali, I., serie A, busta 83 A, “Edmondo Rossoni”.

10 Cfr. Archivio centrale dello Stato, Segreteria particolare del Duce, Carteggio ordinario 1922-43, busta 563.

11 Roberta Sitti, Un programma autarchico di industrializzazione nel ferrarese, in “Quaderni emiliani”, 1979, n. 3; Roberta Sitti, Lucia Previati, Rossoni e la “sua” zona industriale, in “Quaderni del Centro Etnografico ferrarese”, 1973, n. 4, pp. 8-13.

12 Atti del Convegno Tresigallo il passato-il futuro, Ferrara, Casa Editrice Liberty House, 1990.

13 Flavia Faccioli, Giancarlo Martinoni, Un ministro e la sua città, in “Spazio e società”, 1993.

14 Pier Giorgio Massaretti, Tresigallo: la tipizzazione dei modelli nella microstoria della periferia del regime, in “Parametro”, 1984, n. 185; Piergiorgio Massaretti, L’architettura e l’urbanistica di Tresigallo: lo stupore di una riscoperta, in “Bollettino della Ferrariae Decus”, 1996, n. 9, pp. 27-31; Massaretti (a cura di), Tresigallo, citta del Novecento, cit.

15 Antonio Pennacchi, Tresigallo, l’anti Ferrara del compagno Rossoni, in “Limes”, 2004, n. 22, pp. 309-319; Antonio Pennacchi, Fascio e martello. Viaggio per le città del duce, Roma-Bari, Laterza, 2008.

16 Arrigo Marazzi, Edmondo Rossoni e Tresigallo, Tresigallo, Cuique Sum, 2008.

17 Stefano Muroni, Tresigallo città di fondazione, Edmondo Rossoni e la storia di un sogno, Bologna, Pendragon, 2015.

18 Atti del Simposio Identità ritrovata. Tresigallo Rossoni, Ferrara, Italia Tipolitografia, 2012.

19 Legge di riferimento n.19/98, fondi comunali + privati: 1.091 mld £ (= 563.813,60€) (50%), fondi regionali: 1.091 mld £ (50%) (= 563.813,60€).

20 Cfr. Samantha Gigli, Esperienze di restauro. Tresigallo un caso unico, in Identità ritrovata. Tresigallo Rossoni, cit., pp. 41-51.

21 Cfr. Andrea Sardo, Dal recupero al riuso e il codice di pratica, in Identità ritrovata, cit., pp. 59-64.