Come citare questo articolo: , Controcultura e rivoluzione sessuale, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 2 (2018) []. http://rivista.clionet.it/vol2/dossier/fotografia_storia_e_archivi/adamo-controcultura-e-rivoluzione-sessuale. Ultimo accesso 16-11-2018.

Mai prima di allora la protesta ha sollevato questioni che sono andate tanto in profondità dal punto di vista filosofico, investigando il significato stesso di realtà, sanità mentale, scopo dell’umanità. Da quel dissenso è emerso il più ambizioso progetto di ricerca per la rivalutazione dei valori culturali mai prodotto da qualsiasi società. Tutto è stato rimesso in gioco: la famiglia, il lavoro, l’istruzione, il successo, l’educazione dei giovani, la relazione tra maschio e femmina, la sessualità, l’urbanizzazione, la scienza, la tecnologia, il progresso.[1]

Così si esprime Theodore Roszak nell’introduzione alla seconda edizione (1995) del suo celebrato The Making of a Counter Culture, che, quando viene pubblicato per la prima volta nel 1969, venne accolto come una delle più brillanti analisi del fenomeno, all’epoca in pieno svolgimento. Anche se le considerazioni del sociologo suonano oggi sin troppo ottimistiche al nostro orecchio allenato allo scetticismo del nuovo millennio, è difficile negare che illuminino alcuni tratti centrali della società occidentale di fine Sixties nel momento in cui subisce in pieno l’impatto delle idee e delle pratiche che emergono dal mondo del dissenso controculturale, giovanile e meno giovanile. Di fatto, nello spazio di pochi anni, tra America ed Europa un certo genere di immaginario, l’ampia accettazione dei modelli culturali, economici e religiosi più tradizionali e diffusi, la centralità dei valori della famiglia, del lavoro, della scienza, del «progresso», insomma una complessa rete di istituti simbolici e sociali apparentemente solidissima viene sottoposta a una critica feroce. Emergono inediti stili di vita, sino a qualche tempo prima assolutamente inconcepibili. Rapporti sociali consolidati, fondati su una cultura dalle prepotenti sfumature gerarchiche (genitori/figli, uomo/donna, padrone/dipendente, stato/cittadino, prete/fedele, ecc.), sembrano sfaldarsi nello spazio di un mattino. Il consenso sui valori condivisi si dissolve: famiglia, sesso monogamico, lavoro, fedeltà nazionale, e tutto ciò che vi è connesso assumono l’aspetto di semplici icone ingannatrici, da distruggere e sostituire. Sono trasformazioni che accelerano nel corso del decennio e impattano con forza sulla cultura e i modi di pensare il sesso, lo Stato, il lavoro: nel 1969 l’istituto Gallup commissiona un’indagine su cosa pensano gli americani del sesso prematrimoniale, ottenendo un esito che vede il 68% contrari; nel 1973 stesso istituto e stessa domanda, ma i contrari sono divenuti il 48%, ormai minoranza.[2]

Fig. 1. Paul Mazursky, Bob & Carol & Ted & Alice, particolare del poster cinematografico, 1969, Milano, Museo del Manifesto cinematografico. Tutte le immagini che corredano l’articolo sono tratte da Sex & Revolution, a cura di P. Adamo e P.G. Carizzoni, Skirà, Milano 2018.
Fig. 1. Paul Mazursky, Bob & Carol & Ted & Alice, particolare del poster cinematografico, 1969, Milano, Museo del Manifesto cinematografico. Tutte le immagini che corredano l’articolo sono tratte da Sex & Revolution, a cura di P. Adamo e P.G. Carizzoni, Skirà, Milano 2018.

Il più importante teatro di questa frattura storica nell’immaginario sociale sono gli Stati Uniti. Anche altri paesi del primo mondo (in particolare Francia, Germania, Inghilterra, Danimarca, Svezia e Olanda) condividono tale esperienza al punto da farne uno degli assi portanti della propria vicenda sin dagli inizi degli anni Sessanta. In altre zone si tratta di un elemento certamente presente e influente, che diverrà però decisivo solo nel decennio successivo (Italia, Austria, Svizzera, Belgio, Australia, Nuova Zelanda, l’Europa dell’Est). Negli USA, investiti come quasi tutte le altre nazioni del primo mondo sopra citate da un’inedita ondata di benessere che comincia a propagarsi dalla fine della guerra, le classi intermedie cominciano a godere di un altrettanto inedito accesso ai consumi e a fruire di un ampliamento notevole del mercato del lavoro. La generazione dei baby boomers, ovvero quella dei nati tra metà Quaranta e inizio Cinquanta che raggiungono l’adolescenza tra fine Cinquanta e fine Sessanta, vive una relativa agiatezza immediata che sembra trasporre i problemi del lavoro e della sopravvivenza in un metaforico futuro sempre piuttosto lontano, ma caratterizzato comunque da sicurezza e abbondanza. Da qui la straordinaria capacità di tale generazione di vivere nel presente attenta soprattutto alla soddisfazione e alla gratificazione immediata (sessuale, estetica, esistenziale), entro un moto di ripulsa di ogni ideologia e ogni pratica fondata sul sacrificio e sul rimando di tali gratificazioni al futuro. Persino nei tardi anni Sessanta, quando buona parte del dissenso giovanile americano sembrerà convertirsi alle parole d’ordine del marxismo-leninismo e del futuro avvento del comunismo, anche i gruppi militanti più convinti continueranno a insistere sulla necessità immediata di sesso, droga e rock’n’roll.

Nei primi Sixties i fenomeni che legano le nuove disponibilità economiche e le intense trasformazioni di immaginario che ridisegnano le relazioni tra vita, lavoro e benessere si manifestano sia sotto la forma dell’espansione della cultura specificamente giovanile, evidente nelle novità delle produzioni culturali di massa (cinema e musica soprattutto), sia come prime espressioni di dissenso politico-culturale (proteste studentesche e antimilitariste). È entro questo contesto che si fanno strada le nuove sensibilità della controcultura. Per certi versi l’emersione degli atteggiamenti e delle condotte a questa legati può esser letta come il frutto di una riuscita trasposizione di valori – certamente non programmata – da un gruppo di emarginati volontari, gli scrittori beat, a una parte significativa della società. Tra la fine degli anni Quaranta e la metà dei Cinquanta alcuni bohémiens di New York e San Francisco adottano uno stile di vita che rifiuta consapevolmente e polemicamente l’american way of life. Droghe, promiscuità sessuale, ripudio del lavoro entro il «sistema», scelta artistica senza compromessi, costituiscono un vero e proprio ethos alternativo, descritto, finanche propagandato, da romanzieri e poeti, tra eventi e testi che riverberano tanto per nicchie impegnate quanto per media popolari: vedi Howl e On the Road. Il successo dei beat e dei loro fiancheggiatori, nonché la notorietà raggiunta da alcuni personaggi capaci di sintetizzarne sia le aspirazioni sia le scelte di vita (per esempio Timothy Leary, il guru dell’LSD), proietta questo modello sulla scena nazionale con uno slancio inusitato. Nel corso degli anni Sessanta i baby boomers allevati nell’abbondanza sembrano adottarlo con convinzione. Intorno ad alcune esperienze di base – il movimento per i diritti civili, la protesta studentesca, l’escalation della guerra in Vietnam, la diffusione delle sostanze psichedeliche, la sperimentazione sessuale, i grandi concerti rock – si formano con impressionante rapidità comunità di dissidenti, non proprio organizzate, non proprio compatte, ma spesso unite dalla condivisione di valori significativi. Il beat tende così a trasformarsi in hippy: ognuno «organizzava be-in, consegnava cibo gratis, vendeva o produceva sostanze chimiche illegali», scrive nel 1968 la poetessa Diane di Prima, una delle grandi muse beat (con all’attivo nientemeno che un arresto per oscenità da parte del FBI nel 1961), «pubblicava manifesti anarchici, preparava striscioni politici, creava lightshows per concerti rock, nutriva chitarristi randagi o faceva orecchini con le perline».[3] Sono questi i contesti in cui l’accrescimento della ricchezza collettiva rende pensabile il «tirarsi fuori» (all’epoca dropping out) senza subire conseguenze socio-economiche di rilievo. La convergenza tra il benessere diffuso da un lato e i nuovi disagi della società di massa dall’altro rende così possibile in Occidente il fiorire di una controcultura che si concreta in una serie di eventi/momenti/pratiche decisivi: la rivoluzione sessuale, la diffusione delle droghe psichedeliche, la creazione di nuovi soggetti sociali (giovani, donne, gay), la conseguente affermazione di nuovi stili di vita (nella musica, nelle abitazioni, nell’abbigliamento, nel lavoro ecc.), la sfiducia generalizzata verso il progresso, la tecnica, il lavoro «industrializzato». Insieme a tutto ciò, lo sviluppo di forme inedite di politicizzazione delle masse: le ribellioni studentesche, i vari movimenti dell’ultrasinistra, l’affermazione dell’ecologismo e del pacifismo, la comparsa dei movimenti di liberazione della donna e degli omosessuali. Occorre peraltro distinguere con attenzione tra la sfera propria della controcultura, con la sua enfasi su una liberazione individuale post-politica o impolitica, e l’ambito della Nuova sinistra studentesca e radicale, spesso legata a modi più tradizionali di pensare l’interrelazione con il politico, secondo gli stilemi tipici delle correnti socialiste e comuniste. Due mondi che si sovrappongono sia nella pratica della lotta quotidiana al «sistema» (manifestazioni, proteste, propaganda), sia nei momenti di socializzazione alternativa (nelle comuni, ai concerti, nelle università), con una significativa condivisione di esperienze – dalla mobilitazione politica da un lato a sesso e droga dall’altro – che spesso li accomuna ma che non deve far trascurare le differenze e le divergenze tra di essi, spesso rilevanti e decisive.[4]

La controcultura si affida a tre «motori» base: la pratica psichedelica, la liberazione sessuale, un rifiuto della politica tradizionale che prende spesso cadenze esplicitamente impolitiche.[5] La triade sex, drugs & rock’n’roll è divenuta con il tempo poco più che una fragorosa etichetta per indicare i Sixties, utile soprattutto come epidermica descrizione di immagini-tipo e eventi chiave. La locuzione risulta però, con il senno di poi, una descrizione anche accurata dei vettori e dei motori della controcultura. Il drugs, ovvero il consumo di allucinogeni, è sì uno degli assi portanti dell’ethos controculturale, ma non nella sua accezione banale, ovvero «sballo», gioco allucinatorio, rimpiattino con l’estasi. Nella davvero strampalata storia del flirt con le sostanze psicotropiche che segna la cultura giovanile tra fine Cinquanta e inizio Settanta[6] emerge uno stile di pensiero che legge l’esperienza psichedelica in primis come strumento di liberazione della mente da convenzioni e tradizioni e come la maturazione di una nuova consapevolezza spirituale, ma anche politica, capace di smascherare gli inganni del mondo (di quello tardo-capitalista in particolare). Si tratta di una modalità di interpretazione dell’estasi allucinogena estremamente diffusa. Timothy Leary ne fornisce la formula più fortunata ed esplicativa: Turn on, Tune in, Drop out. Uno, riscoprire se stessi, il proprio corpo, il proprio spirito, prendendo coscienza della propria posizione nel mondo e della natura di quest’ultimo: «Diventerete un viaggiatore spirituale», spiega, non un «ragazzino birichino che si fa per eccitarsi». È un processo di scoperta, si scorgono relazioni mai immaginate, si squarciano i veli degli inganni, delle truffe e dei miti del vivere insieme nella cosiddetta società del benessere. Due, sintonizzarsi con tale nuova vita dal punto di vista guadagnato con l’esperienza psichedelica. Tre, dropping out, che costituisce il momento del ritiro da tutto ciò che è «falso, innaturale, automatico»: «Lasciate la scuola. Il vostro lavoro. Non votate. Evitate tutta la politica. […] Scartate il suggerimento giudaico-cristiano-marxista-puritano-letterario-esistenzialista che il drop-out sia escapismo e che il conformismo scelta di comodo sia la realtà».[7]

In quanto ai concerti, al rock, al nuovo massiccio consumo giovanile di musica, occorre leggere il fenomeno non solo come ribellione sociale ed estetica, ma come specchio e riflesso di una nuova concezione della soggettività politica, di un tentativo di concettualizzare lo stare insieme e di creare una nuova comunità fuori dalle categorie politiche tradizionali dell’Occidente. I movimenti controculturali, dagli hippies alle femministe, ma anche buona parte della più radicalizzata Nuova Sinistra, sono attraversati da una poderosa tensione impolitica. Non progettano cioè di riformare l’esistente, di trovare forme di compromesso con il sistema capitalistico che funzionino da correttivo, quanto piuttosto di creare strutture sociali totalmente alternative, capaci di trasformare il senso stesso di «politica». Gli hippies tentano di dar vita a controsocietà che, a partire da un’azione originale, anticonformista e contestatrice nel presente, si tirino fuori – facciano drop out, se si preferisce – dalle coordinate sociali e culturali del «complesso militar-industriale», creandone di nuove, il più possibile autonome dalle prime. Nella stessa Nuova Sinistra tra 1965 e 1967 si accende un dibattito decisivo, che vede su fronti contrapposti coloro che considerano le istituzioni che vanno prendendo piede nel fronte dei contestatori (i nuovi partiti organizzati dal basso, le reti solidali organizzate nei ghetti, gli Students for a Democratic Society, SDS, lo Student Non-Violent Coordinating Committee, SNCC, le miriadi di organizzazioni di attivisti e studenti) come strumenti di critica dell’esistente in via di una riforma di quest’ultimo, e quelli che le immaginano come le basi di una società completamente nuova, alternativa all’esistente.[8] È questo atteggiamento secessionistico che ispira le comuni urbane e rurali, i network economici fondati sullo scambio, i raduni, i festival, i concerti, i gruppi artistici off, il cinema indipendente, e, nel movimento femminista, le riunioni di autocoscienza e il separatismo lesbico. L’esperienza si stende tra due poli. In primo luogo, la speranza di radicarsi sul territorio in modo significativo. Le riviste underground espongono costantemente il progetto come se fosse a un passo dal realizzarsi, ma, al di là di qualche isolata comune rurale, tale esito si è fatto sempre più rarefatto e ha lasciato traccia, come spesso è accaduto negli ambienti della controcultura, più nella realizzazione artistica che nella realtà sociale: «Nel nome del popolo», racconta Thomas Pynchon dei giovani attivisti di Berkeley (nel 1969 di Vineland) a proposito di un pezzo di terra sottratto al controllo comune dagli abili maneggi di businessmen coperti dai poteri forti,

i ragazzi decisero di riprenderselo e comprendendo che lo Stato era coinvolto nel piano a tutti i livelli, inclusi i tribunali, dove non avrebbero mai avuto un trattamento equo, scelsero di secedere dalla California e di diventare una nazione per conto loro, che, dopo una tumultuosa notte di raduno sul soggetto, decisero di chiamare, sulla base della sola costante sulla quale sapevano di potere contare perché non morisse mai, la Repubblica Popolare del Rock and Roll.[9]

La straordinaria intuizione letteraria di Pynchon credo catturi molto bene il senso di molte iniziative impolitiche e secessioniste di quegli anni. In quanto al secondo polo, la capacità di creare situazioni e occasioni in cui l’alterità hippy e controculturale si manifesti sotto forma di epifania, di momento creativo in cui si riesce a uscire – sia pure per un breve attimo – dal flusso inevitabile di storia e politica in nome di una nuova socialità e una nuova cultura, abbiamo i grandi concerti e i grandi eventi che indicano per lo meno i contorni di tale socialità, ma anche l’estasi lisergica, la celebrazione del corpo in chiave di liberazione orgiastica e di espansione della libido, la meditazione religiosa ispirata dalle filosofie orientali, in un continuo tentativo di sottrarsi all’asfissiante dimensione tecnico-politica dell’Occidente. Un paio di decenni dopo Peter Lamborn Wilson, all’epoca uno dei giovani partecipanti di tale (contro)cultura e ospite a Milbrook, la comune psichedelica di Leary, definirà creativamente tali aree e tali esperienze come «Zone temporaneamente autonome», firmandosi Hakim Bey.[10]

È probabile che il terzo motore primario della controcultura, il sex della sopra citata triade, abbia esercitato un impatto sull’immaginario d’Occidente, in particolare nella sfera della sessualità, anche maggiore degli altri due. Al termine «rivoluzione sessuale» sono associate due diverse accezioni, che per alcuni versi si sovrappongono ma per altri divergono. La prima, quella più generica e più diffusa ancor oggi, indica gli epocali mutamenti di mentalità e di costume che hanno avuto luogo in quegli anni. Sul piano culturale, le concezioni prevalenti delle relazioni sessuali, della famiglia e del matrimonio, che molto dovevano a un’etica cristiana tradizionalista e tendenzialmente proibitiva, perdono gran parte della loro attrattiva, lasciando spazio a stili di vita/comunicazione/interazione decisamente più promiscui (grazie anche a contributi scientifici come la pillola e al miglioramento delle altre tecniche contraccettive), contrassegnati da un’etica sessuale molto più flessibile e «permissiva». Ovvero, una nuova etica individuale e collettiva che ha di fatto prodotto una straordinaria liberazione dei singoli in materia di condotta privata. Il libero amore, il comunitarismo orgiastico hippy, la legittimazione politico-culturale del godimento femminile e di quello gay, hanno prodotto un immaginario sessuale e pansessuale più variegato, legittimando per lo meno in parte pratiche in passato associate alla trasgressione di minoranze quasi irrilevanti: sesso di gruppo, anale e orale, scambismo, nudismo, sadismo, masochismo, sesso prematrimoniale o casuale, relazioni omosessuali, e così via. In Occidente ne è conseguita in genere la legalizzazione giuridica delle convivenze e delle coppie di fatto, nonché di altre pratiche associate alla crisi della famiglia: dal divorzio all’aborto (facilitati in molti paesi, resi legali per la prima volta in altri), dall’omosessualità al transessualismo.

Nella seconda accezione «rivoluzione sessuale» indica una specifica teoria dalle implicazioni sessuologiche, psicologiche, sociologiche e infine politiche, sviluppata soprattutto negli anni Cinquanta (con prodromi in anni precedenti) allo scopo di produrre mutamenti decisivi non solo nelle istituzioni occidentali, ma nell’immaginario del politico, nel modo stesso in cui tali istituzioni vengono pensate e vissute, alla ricerca di un paradigma alternativo della convivenza civile e delle relazioni interpersonali. Per questi innovatori la società va trasformata alle radici – nella concezione del lavoro e del piacere, del potere e della comunità, dello Stato e dell’individuo – attraverso una esplicazione libera, dinamica e orgiastica della sessualità. È qui che si registra la maggior ambiguità del tema «rivoluzione sessuale»: se da un lato i Sixties hanno innescato mutamenti sociali e culturali decisivi, questi si sono però rivelati ben lontani dall’attuare quel progetto rivoluzionario di totale sovversione del mondo capitalista e industriale sognato da Wilhelm Reich ancora negli anni Trenta, ripreso dai suoi vari epigoni nei decenni successivi (il Sexpol, i «bio-energetici» italiani, e parecchi altri gruppi e intellettuali europei e americani), ulteriormente elaborato da personaggi del calibro di Herbert Marcuse e Norman Brown, adattato poi da una miriade di seguaci provenienti dalla politica, dalla psicanalisi, dalla sociologia, dal giornalismo (da Daniel Guerin a Paul Goodman, da Jean-Jacques Revel a Luigi De Marchi, da Alex Comfort ad Albert Ellis, da Wayland Young a David Cooper, e così via). In altri termini, questi intellettuali non hanno raggiunto le finalità rivoluzionarie che si erano prefissati, ma si sono limitati a esercitare una poderosa influenza sull’evoluzione dei costumi, fornendo spesso le razionalizzazioni filosofiche del nuovo spirito trasgressivo (ma anche, secondo non pochi critici, edonistico e consumistico).[11]

A portare il discorso sul sesso al centro del dibattito, rendendolo forse, almeno dagli inizi degli anni Sessanta, il principale discorso pubblico, non sono però stati gli apologeti della rivoluzione sessuale, ma i sessuologi.[12] Solo in un secondo momento, ed entro la colossale esplosione della sessuologia come disciplina pop, i Marcuse e i Brown hanno dato il loro pur decisivo contributo. Il Rapporto Kinsey – per essere precisi, i due volumi Sexual Behaviour in the Human Male del 1948 e Sexual Behaviour in the Human Female del 1953 – costituiscono uno stadio nuovo nella comunicazione sul sesso e sui suoi problemi. Sino a quel momento le speculazioni e gli studi dei ricercatori – da Richard von Krafft-Ebing ad Havelock Ellis, da Magnus Hirschfeld a Iwan Bloch, da Sigmund Freud e i suoi moltissimi adepti, compreso l’eretico Reich, a Theodoor Hendrik Van de Velde – sono riservati ai cognoscenti, agli esperti, ai medici (i libri di Ellis, per esempio, sono pubblicati in costose edizioni a tiratura limitata). Kinsey si rivolge invece al grande pubblico, ottenendo due esiti che in pochi anni mutano del tutto lo statuto della disciplina: in primo luogo, una sorta di secolarizzazione della sessualità, da un lato con il trasporto della discussione di onanismo e lesbismo, adulterio e incesto, rapporto anale e orgasmo vaginale, dallo studio del medico o dello psichiatra all’editoria di massa, ai rotocalchi e alle riviste, agli studi televisivi, alle stazioni radio; dall’altro con l’adozione di uno stile classificatorio (Kinsey è in origine un entomologo) che riduce l’attività sessuale, con tutto il suo coté sacrale e spirituale, a quantità e numero, a contatto tra corpi e tra parti di corpi, a emissione di liquidi; in secondo luogo, una serie di analisi e conclusioni sul comportamento sessuale degli americani che contrasta platealmente con il comune sentire, con il sapere per così dire pubblico del paese, che, convinto di vivere in un ordinato e felice ambiente cristiano in cui le trasgressioni sono fenomeno di nicchia, si ritrova di fronte a punti percentuale di adulterio, omosessualità (ma anche esperienze omosessuali singole), tendenze sadomaso e masturbazione incompatibili con tale idea.[13] Secondo John Gagnon l’esito più sconvolgente dei due libri stava nell’implicita asserzione che «molti aspetti di condotte considerate criminali o devianti erano di fatto praticati da settori piuttosto ampi della popolazione»; per questo motivo «i due libri di Kinsey, Male e Female, costituirono per molti membri della società qualcosa di simile a uno shock fisico».[14] Nel 1956 il sociologo russo Pitirim Sorokin, che di rivoluzioni se ne intendeva (avendo militato in quella russa da socialdemocratico), pubblica un precoce libro sulle nuove abitudini sessuali degli americani, constatando che «l’aumento dei divorzi, degli abbandoni e delle piccole famiglie» (cioè quelle senza figli) significa anche «l’aumento della promiscuità sessuale tra sempre più uomini e donne», conclusioni «ben supportate da molti studi sociologici» che indicano la possibilità che al «matrimonio monogamico» si sostituiscano «pseudo-matrimoni poligami, poliandrici, anarchici o comunitari». Ogni ipotesi di sexual freedom o sexual anarchy, che da alcuni settori sono visti, afferma Sorokin, in modi non negativi, condurrà a esiti catastrofici per l’ordine sociale.[15]

Tra tardi anni Cinquanta e inizio anni Sessanta abbiamo quindi l’imponente crescita editoriale e culturale della sessuologia, da cui consegue un evidente fenomeno di desacralizzazione della sessualità. Psichiatri, psicoterapeuti, medici, psicologi clinici, pubblicano man mano sui più differenti argomenti, ben presto allargandosi – un po’ pruriginosamente, occorre ammetterlo, seguendo spesso più la logica della vendita del prodotto libro che non quella della ricerca – agli argomenti più scabrosi: nel 1962 Robert L. Masters, sessuologo dal futuro orientamento new age, pubblica Forbidden Sexual Behavior and Morality, con capitoli su bestialità, pedofilia, omosessualità, droghe nel sesso e incroci razziali, un libro che esemplifica bene la direzione in cui si muove l’industria culturale.[16] È entro questo calderone sessuologico che prende forma il paradigma della rivoluzione sessuale. Già nel 1945 si traduce in inglese Die sexualität in Kulturkampf di Wilhelm Reich come The Sexual Revolution; il libro, pubblicato nel 1936 ma la cui prima e più rilevante parte era già comparsa nel 1930 (i cui argomenti erano comunque stati ripresentati in Der Sexuelle Kampf der Jugend, pubblicato nel 1932, scritto per i suoi seguaci del Sexpol), trova in America lettori e psicoterapeuti di area radicale molto interessati, presi anche dalle conclusioni più fantasiose dello psichiatra austriaco (con molti a costruirsi personali macchine dell’orgone, per esempio lo scrittore beat William Burroughs).[17]

Fig. 2. Uno dei primi accumulatori di energia orgonica sperimentali (1939).
Fig. 2. Uno dei primi accumulatori di energia orgonica sperimentali (1939).

Ma sono Eros and Civilisation del noto filosofo tedesco Herbert Marcuse, che arriva dall’esperienza della Scuola di Francoforte, e Life against Death del più oscuro professore di letteratura Norman Brown, pubblicati rispettivamente nel 1955 e nel 1959, a dare le coordinate del progetto relativo alla rivoluzione sessuale. Entrambi avevano lavorato per l’ufficio dei servizi strategici durante la seconda Guerra mondiale, quando Marcuse aveva suggerito a Brown la lettura di Freud. I due prendono di mira soprattutto la tesi «politica» freudiana espressa nel Disagio della civiltà, leggendo le conclusioni antropologicamente pessimistiche e culturalmente e sessualmente repressive del maestro viennese entro l’antitesi tra la «vera» felicità sessuale (che consisterebbe nello sfogo delle tendenze «polimorfiche», ovvero delle «rimanenze» della sessualità infantile nell’adulto) e la convivenza civile. Marcuse e Brown (ma prima di loro anche Reich) interpretano le tesi del Disagio da un lato come apologia dell’esistente (ovvero come accettazione passiva delle strutture del dominio della civiltà borghese-capitalistica) e dall’altro come frutto fuorviante di un’intuizione che resta però genialmente giusta (la centralità della repressione).[18] In Eros il tedesco accetta in sostanza la teoria freudiana degli istinti, fondata sull’opposizione tra Eros e Thanatos (così come è formulata in Al di là del principio del piacere) e che sta alla base di Il disagio della civiltà, ma la storicizza all’interno della dinamica dell’affermazione del capitalismo: la necessaria organizzazione repressiva degli istinti, implicita nella dicotomia offerta da Freud, riflette un «fatto storico», ovvero che «la civiltà è progredita come dominio organizzato». Per questo motivo la distinzione non è da considerare un assoluto: basterebbe mutarne le coordinate storiche per ottenere un esito differente. Di conseguenza, poiché al contrario del maestro viennese Marcuse progetta non di salvaguardare il «dominio» associato alla società borghese ma di distruggerlo in nome della libertà integrale dell’uomo, di fronte alla condanna freudiana delle varianti sessuali non strettamente genitali (ma anche a quella dei reichiani di ogni orgasmo non genitale), il tedesco sostiene che quella sessualità meschinamente genitale è di fatto al servizio di una «desessualizzazione» del corpo nella sua interezza, funzionale alle esigenze della società capitalistica e alla sua necessità di organizzare e controllare il lavoro, il tempo libero e il piacere. Valorizzare la strategia inversa, ovvero dare eguale peso a tutte le zone erogene, concederebbe un «investimento libidico» sul «corpo nella sua integrità», ottenendo non tanto un’«esplosione della libido», quanto un suo «espandersi». Se Reich finiva con l’auspicare una rivoluzione in termini marxisti quasi tradizionali (l’ascesa al potere del proletariato), che avrebbe condotto alla distruzione della famiglia patriarcale con tutti i suoi corollari ideologici e pedagogici e quindi a una più sana vita sessuale, Marcuse propone un approccio in cui l’elemento esistenziale è più decisivo: la liberazione sessuale è parte integrante della rivoluzione che si va preparando, ne è costituente essenziale, ma non ne esaurisce la portata. In altri termini, l’istanza politica resta centrale, ma va strutturata in modalità inedite, che tengano conto della natura multiforme delle forme di oppressione della società capitalistica e che si articoli quindi anche sul piano del sesso e del piacere.[19]

In Life against Death Brown rifiuta con maggiore decisione il dualismo dell’ultimo Freud, restando però in ambito psicanalitico, tornando con più precisione all’Introduzione al narcisismo, laddove a suo parere il maestro aveva proposto una più coerente e ricca teoria degli istinti in chiave monista: «Abbiamo bisogno non di un dualismo, ma di una dialettica degli istinti», scrive, «dovremo dire che, qualunque sia la polarità fondamentale nella vita dell’uomo, amore e fame, o amore e odio, o vita e morte, questa polarità esiste negli animali, ma non in una condizione di ambivalenza». Laddove Freud scorge contrasto e contraddizione, Brown vede unità degli opposti, indifferenziazione, riconciliazione. Di conseguenza la sua visione della sessualità liberata offre sfumature più audaci di quelle di Marcuse: a suo parere, in una chiave interpretativa che valorizza il «gioco» e il recupero della capacità infantile di mettere alla prova  in modo «indiscriminato e anarchico tutte le potenzialità erotiche offerte dal corpo umano», «l’abolizione della repressione eliminerebbe le innaturali concentrazioni della libido in certi organi particolari del corpo» stesso, trasformandolo in un organo «polimorficamente pervertito». Volendo semplificare, l’espansione della libido marcusiana fa intravedere la coppia polimorficamente liberata (non necessariamente etero), la browniana «perversione polimorfica», indistinta e indifferenziata, ci suggerisce l’orgia e l’obnubilazione dell’identità e del corpo stesso, spingendo verso il queer. Anche nella concettualizzazione della rivoluzione Brown, che sembra dover meno al marxismo rispetto a Marcuse e Reich, sceglie una prospettiva dichiaratamente non politica: la liberazione sessuale è in sé una rivoluzione, nei termini altamente individualistici di una liberazione dei singoli e dei corpi dalle catene repressive, antitetica alle impostazioni collettivistiche, sempre repressive proprio perché l’unica via possibile della rivoluzione passa per i singoli individui. Tale soluzione tendenzialmente impolitica finisce con il postulare la rivoluzione sessuale in primo luogo come stile di vita, incanalando la speranza del cambiamento non nei meandri della obsoleta politica praticata, ma piuttosto nella ri-costruzione e nel ri-modellamento – sessuale, quindi culturale, quindi, infine, politico – di sé stessi.[20] Spiegando l’enorme fascino che Brown e i suoi libri hanno esercitato sugli hippies.

I due testi, quelli di coloro che li completano e li elaborano, quelli dei sessuologi che man mano ne adottano stilemi e lessico, ispirano una generazione, portando nei rotocalchi e nei patinati termini come sublimazione e repressione, polimorfico e libidico. Le riviste popolari si riempiono di indagini sulla sessualità dei giovani, sui sogni proibiti delle casalinghe, sulle più diverse e fantasiose tecniche contraccettive, sulle abitudini sadomaso nei suburbia, sulle trasgressioni a teatro e nei cinema. Le riviste underground adottano lo stesso linguaggio ma entro la prospettiva rivoluzionaria di Die sexualität in Kulturkampf, Eros and Civilisation e Life against Death, con ovvio entusiasmo e, a tratti, una certa ingenuità: «Se succhiare cazzi ha abbattuto Roma, pensate cosa possiamo fare noi al capitalismo e al sistema americano di terrore imperiale», afferma un giovane membro di un collettivo gay di Boston, «abbasso la produzione! Viva il piacere!»[21]

Fig. 3. Roby Schirer, Manifestazione gay a New York, 1976.
Fig. 3. Roby Schirer, Manifestazione gay a New York, 1976.

Alla fine del decennio queste parole d’ordine acquisiranno nuova potenza tra le femministe più vicine all’ethos della liberazione sessuale (per esempio Shulamith Firestone e Germaine Greer) e tra i polemisti gay più convintamente rivoluzionari (come il francese Guy Hocquenghem o l’australiano Dennis Altman, oppure il sopra citato bostoniano). D’altro canto, quella specie di vittoria concettuale della sexual revolution che consiste nell’ampia accettazione teorica dei suoi contenuti e in una loro moderata  valorizzazione sociale tra fine Sessanta e inizio Settanta è alimentata soprattutto dalla crescita esponenziale di una serie di pratiche che trasforma il periodo che va dalla metà degli anni Sessanta alla fine degli anni Settanta in un momento di sperimentazione sessuale estremamente intenso, senza precedenti nella storia dell’Occidente, che coinvolge strati significativi della popolazione, ben al di sopra dei numeri di beats e hippies. Nel confrontarsi con l’immenso materiale prodotto in questi anni si matura la decisa sensazione che gran parte degli uomini e delle donne coinvolti in tali esperimenti fosse convinta, sino in fondo, di essere entrata in una nuova era, o di stare per lo meno sulla sua soglia. Le novità nell’abbigliamento sono uno dei segni più lampanti del nuovo. Si coglie una nuova enfasi sul corpo «liberato»: da un lato viene disegnato da indumenti attillati, dall’altro viene denudato e lasciato «fluttuare» (nei camicioni e nel casual hippy), con la minigonna a rappresentare entrambe le tendenze, entro la più generale tendenza – anch’essa poderoso marchio dei tempi – verso l’unisex.

Fig. 4. Mary Quant, 1967.
Fig. 4. Mary Quant, 1967.

Nel 1966 la pubblicazione di The Harrad Experiment di Robert Rimmer porta alla ribalta il tema del matrimonio di gruppo, rivelando a una nazione sempre più sorpresa che se alcuni americani apprezzano il matrimonio multiplo, moltissimi altri praticano forme di swinging.[22] Associazioni scambiste di ogni genere fioriscono nella seconda metà dei Sixties: a New York diventano celebri il Golden Sphinx Club e il Club Wide World, mentre alcuni praticanti della high society newyorchese, come la coppia formata dal chirurgo plastico Howard Bellin e la modella Christina Paolozzi, sono pronti a raccontare in TV le loro imprese e il loro lifestyle. La coppia si «apre»: uno dei più noti successi editoriali del 1968, il romanzo Couples di John Updike, entra appunto nei meandri di tale apertura. Negli ambienti hippies il sesso di gruppo diventa quasi uno standard: è noto che tra i radicali Weathermen, fautori dell’impegno «totale», esiste quasi un obbligo alla pratica.

Fig. 5. R.H. Rimmer, Proposition 31, The New English Library, London 1969, collezione privata.
Fig. 5. R.H. Rimmer, Proposition 31, The New English Library, London 1969, collezione privata.

Si diffondono i sex toys, al primo posto il vibratore con funzioni di stimolo vaginale, pratica legittimata dalla più celebre scoperta del duo di sessuologi in del periodo, William Marsters e Virginia Johnson, che nel loro celebre bestseller Human Sexual Response del 1966 spiegano a un folto pubblico (e a un più piccolo gruppo di freudiani esterrefatti) che le ricerche di laboratorio provano l’esistenza di un solo orgasmo femminile, quello clitorideo. Alcuni, come la nota Betty Dodson, diventano apostoli della masturbazione come funzionante pratica terapeutica. Grande successo ottengono ora le associazioni nudiste. Nelle grandi città compaiono prima i Playboys Clubs, poi i topless bar e i parlours specializzati in massaggi, infine i locali di incontri, scambio di coppie e sesso casuale. Proliferano anche i live shows: secondo Romano Giachetti nel 1971 ce ne sono otto a New York, sei a san Francisco e quattro a Los Angeles, con nomi suggestivi come Club Orgy, Wurlitzer Sex, Bottoms Up Club e l’emblematico Psychedelic Variety.[23] A New York i Continental Baths, aperti nel seminterrato di un grande hotel al centro della città, diventano celebri come luogo di raduno dei gay (ma non solo); l’enorme successo dell’iniziativa, che prevede spettacoli e shows vari (vi raggiunge la fama Bette Midler, prima dei suoi successi hollywoodiani), convince alcuni a trasformarli nel 1977 nel Plato’s Retreat, resort dal quale, nel tentativo di «signorilizzare» gli ambienti, i gay sono esclusi. Nella più solare Los Angeles si aprono resorts nudisti specializzati in massaggi (come l’Elysium a Topanga Canyon). Il più noto locale del periodo, oltre alla versione west del Plato, è però il Sandstone Retreat, fondato dai coniugi John e Barbara Williamson per nudisti, scambisti e seguaci del libero amore (l’avventurosa storia del resort è stata ricostruita nei dettagli da Gay Talese in Thy Neighbour’s Wife).[24] Nel contempo, la diffusione della pornografia, insieme alla radicalizzazione visiva degli slicks erotici come Playboy e Penthouse, rende estremamente popolare il tema delle interrelazioni e delle variazioni sessuali.

Fig. 6. Hugh Hefner e le conigliette, 1966.
Fig. 6. Hugh Hefner e le conigliette, 1966.

L’organizzazione più ideologicamente impegnata nei confronti della liberazione sessuale nella versione rivoluzionaria di Marcuse-Brown è la League for Sexual Freedom. Efficace e visibile solo a tratti, e troppo dipendente dal suo carismatico ma discontinuo capo, ha avuto però il merito di segnalare la propria presenza in alcuni momenti emblematici e di costituire un punto di raccolta per i più convinti sex radicals fino ai primi anni Settanta. Prima della League, la difesa organizzata della libertà sessuale era ricaduta sulle spalle delle associazioni omosessuali, come la Mattachine Society, fondata nel 1950, e la Daughters of Bilitis, fondata nel 1955, le quali si trovarono però ad agire in un ambiente e un clima troppo sfavorevole (e persino pericoloso) per permettere audaci operazioni di propaganda:[25] occorrerà attendere i tardi Sessanta, e il nuovo spirito permissivo negli spazi studenteschi, perché gay e lesbiche rivendichino diritti e affermino le proprie posizioni nello stile decisamente più flashy della protesta di quegli anni. Anche altre iniziative, come la richiesta di legittimare la libertà sessuale rivolta all’ONU dal diplomatico francese René Guyon, cadono sostanzialmente nel vuoto.[26] La League è fondata agli inizi del 1964 a New York e prende spunto dall’ultimo atto di un celebre processo, quello che vede protagonista il professor Leo Koch, licenziato anni prima dall’università dell’Illinois per aver sostenuto la liceità dei rapporti prematrimoniali tra gli studenti.[27] Il promotore dell’iniziativa, che rimanda nelle intenzioni alla Lega mondiale per la riforma sessuale del sessuologo omosessuale tedesco Magnus Hirschfeld, molto attiva negli anni Venti, è il giovane anarchico Jefferson Poland, che ha imparato l’ABC della rivoluzione sessuale sugli scritti di Emma Goldman. Si associano a lui, in questo primi momenti, un altro anarchico reichiano convinto, il poeta beat Tuli Kupferberg, e l’attivista gay Randy Wicker, militante nella Mattachine Society. La League si muove a New York nell’ambiente dei beat (ne fanno parte Allen Ginsberg, Peter Orlowski, Diane Di Prima, Ed Sanders, Judith Malina, Julian Beck, Paul Krassner, e molti altri), si raduna a discutere nell’istituto di Albert Ellis (il sessuologo più controculturale in circolazione), interviene in difesa del cineasta Jonas Mekas e dello standing comedian Lenny Bruce, chiede la decriminalizzazione di bestialità e sodomia, omosessualità e prostituzione, nudismo e transessualismo: «Con la possibile eccezione del sesso minorile», ricorda qualche anno dopo il presidente, «le nostre richieste non lasciavano nel nostro statuto ideale alcuna restrittiva legge sessuale. I tratti cui si può obiettare in certe “offese” sessuali non derivano dal sesso, ma da circostanze non sessuali».[28] Quando Poland si trasferisce a San Francisco, la Lega perde visibilità, anche se in molti luoghi compaiono sue minuscole sezioni (mai organizzate o registrate), riviste, newsletters.[29] A Berkeley è ancora coinvolto in una delle più divertenti polemiche sul free speech studentesco, quella che riguarda il button I like Pussy, che gli studenti sostengono, con suprema faccia tosta, riferirsi alla supercriminale lesbica Pussy Galore di Goldfinger. Resta comunque nel movimento lo slancio rivoluzionario: quando a fine Sessanta due ricercatori si spingono nel mondo dello swinging e dell’orgia collegato alla Lega, trovano un’altra ricercatrice che distingue, in tale mondo, il momento «ricreazionale» da quello «utopistico».[30]

L’effetto valanga della rivoluzione sessuale, come insieme di idee e pratiche, è però emblematicamente evidente nella sfera delle produzioni artistiche, letterarie e cinematografiche, sia in quelle più di nicchia sia in quelle popolari. In questi ambiti nello spazio di pochi anni il linguaggio sociale e culturale muta drasticamente. Compaiono parole, immagini e costrutti vari relativi alla sessualità che costituiscono una vera e propria rivoluzione: nudi, prima timidi, poi sempre più frontal; si va chiaramente verso l’esplicito, sino a giungere a forme in cui si performa l’atto sessuale ma se ne offre una versione moderata; i temi sul sesso si approfondiscono ed entrano in zone molto poco frequentate in precedenza (omosessualità, perversioni varie, aborto, e via dicendo); il lessico si amplia, compaiono dirty words, le discussioni di temi e problemi di sesso si fanno molto più franche; le situazioni narrative, siano iscritte nei plots dei film o dei romanzi, nelle trame dei fotoromanzi e dei fumetti, nei soggetti di quadri, sculture o istallazioni, persino nei versi delle canzoni pop, diventano adulte, si irrobustiscono dal punto di vista delle tematiche relative al sesso, entrano infine, per così dire, in camera da letto: Father, I Want to Kill You! Mother, I Want to Fuck You, recita uno dei versi poco cantato in pubblico e oscurato su disco di The End dei Doors. Sono anche questi gli ambiti in cui il confronto tra la sexual revolution e la morale più o meno tradizionale prende l’aspetto più drammatico ma anche epifanico: censure, arresti, processi, mandati di comparizione, proibizioni, sequestri, con qualche caso particolarmente paradossale (la palma d’oro, per quanto riguarda quest’ultimo onore, spetta probabilmente ai magistrati italiani che mandano letteralmente al rogo Ultimo tango a Parigi). Si tratta di uno scontro che, sporadico negli anni Cinquanta, si intensifica sempre più sino a giungere, nella seconda metà degli anni Sessanta, a un faccia a faccia quotidiano tra chi mette in versi, in prosa, su pellicola, sul palco, nelle vignette, nelle foto o quant’altro il verbo e la pratica della rivoluzione sessuale da un lato e poliziotti, sceriffi, agenti FBI, corti di giustizia, magistrature varie, autorità comunali o statali, eccetera, dall’altro. Oggi tale scontro, ricostruito con le armi dello storico, sembra senza speranza: di fronte all’onda crescente delle pratiche sociali ma anche espressive della rivoluzione sessuale, che sembra verso la fine dei Sixties rivoltare come un calzino le credenze di fondo degli abitanti del primo mondo (per lo meno di quelli che vivono nelle zone più urbanizzate e più aperte culturalmente verso le novità), gli sforzi di magistrati, giudici e forze di polizie sembrano poter far poco (pur se in alcuni momenti caldi hanno certamente ottenuto successi parziali), anche perché sono proprio le magistrature, sia quelle americane sia quelle europee, a conformarsi infine allo Zeitgeist: «La guerra è stata vinta», scrive Norman Mailer già nel 1968, «oggi scrittori come me possono scrivere su ogni argomento; e se è sessuale, e noi siamo espliciti, non importa, lo scrittore americano ha la sua libertà».[31] Solo un decennio dopo, tra fine Settanta e inizio Ottanta, le forze sociali di orientamento conservatrice si riorganizzeranno e tenteranno il Backlash, che dura certo sino a oggi ma in una posizione decisamente difensiva, ancorché, a tratti, aggressiva e di successo.

Gli scritti erotici e pornografici d’antan hanno una loro presenza, tra il clandestino e la nicchia, nell’editoria del Novecento. Ma nel corso della prima parte del secolo l’esplicito entra man mano a far parte delle tecniche letterarie: da Joyce a Radclyffe Hall, da Lawrence a Durrell, da Genet a Vian, da Miller a Eluard. Emergono tematiche prima proibite: Patricia Highsmith scrive (sotto pseudonimo) di lesbismo (The Price of Salt), Vladimir Nabokov di pedofilia (Lolita), Nelson Algren di droga (The Man with the Golden Arm). Gli anni Cinquanta sono così segnati dai primi scontri. Le autorità francesi tentano di impedire la pubblicazione delle opere complete di Sade progettata da Jean-Jacques Pauvert (in une édition impeccable),[32] sequestrando libro per libro e scatenando una polemica nazionale sulla censura, che vede partecipare alcuni dei più noti intellettuali del paese. Ancora nel 1968, la magistratura francese si accanisce su una nuova casa editrice, sequestrando il suo primo libro pubblicato, il celebre Le con d’Irène di mano di Aragon, e condannando l’editore, ovvero Regine Desforges, la futura autrice dei Contes pervers, all’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni. In Inghilterra la pubblicazione di Lady Chatterley’s Lover da parte della Penguin nel 1960 conduce a un processo epocale, che, grazie all’abilità del difensore della casa editrice, il politico laburista Gerald Austin, barone Gardiner (poi lord Cancelliere nel primo governo Wilson), mette in luce le concezioni ridicolmente passatiste di buona parte delle classi dirigenti britanniche del periodo: «Approvereste che lo leggessero i vostri figlie o le vostre figlie, poiché le ragazze leggono come e quanto i maschi?», chiede alla giuria il pubblico accusatore Mervyn Griffith-Jones a proposito del libro, lo «vorreste vedere in mano a vostra moglie, o magari alla vostra cameriera?» (Penguin ha stampato il libro in paperback, a basso costo).[33] Negli Stati Uniti i processi si susseguono a livello comunale, statale e di circuito federale, con alcuni casi tra i più rilevanti che giungono sino alla Corte Suprema. Nel caso americano la tendenza generale si coglie con facilità: nel 1957 una sentenza della Corte suprema afferma il principio che se un testo ha un qualche valore «redimente» nel suo complesso non è condannabile; nel 1959 i due sessuologi Phyllis ed Eberhard Kronhausen propongono di distinguere tra «bassa» pornografia e opere di «realismo erotico» e di riservare a queste ultime un trattamento legale di favore; nel 1964 un'altra sentenza della Corte suprema (scritta da William Brennan jr., il giudice più attento alla questione, già autore della citata sentenza del 1957), dichiara che gli standard della comunità che definiscono l’osceno vanno valutati, qualora occorra un riferimento nazionale o federale, sulla base delle comunità più avanzate dal punto di vista culturale, rendendo i parametri di New York o San Francisco applicabili all’intera nazione. Gli anni Sessanta segnalano quindi il passaggio da una posizione nettamente repressiva a una di maggior apertura, sino ad arrivare, nel 1967, a una sentenza della Corte che pare concedere alle autorità il diritto di intervento sui materiali osceni solo nei casi in cui possono essere coinvolti i minorenni o nei casi in cui i materiali in questione siano imposti ad adulti non consenzienti, e nel 1969 a un’altra sentenza che, in base al diritto alla privacy (nella forma della libertà di consumare in casa propria ogni genere di materiale osceno), abolisce la censura di fatto (anche se, nel sistema legale consuetudinario americano, resta qualche arma nelle mani dei sostenitori della censura).[34]

In questo processo la letteratura trova nuovi spazi per la libertà di espressione. Negli anni Cinquanta la casa editrice parigina Olympia Press, che pubblica appunto in inglese in Francia, permette ad alcuni autori di pubblicare ciò che non sarebbe ancora stampabile negli Stati Uniti: ne approfittano per esempio i beat, in primo luogo il Burroughs di The Naked Lunch, poi Gregory Corso e più tardi Diane di Prima.[35] Ma mentre le maglie della censura si allentano, il mercato americano è invaso dai classici dell’erotismo dei secoli precedenti, si impongono nuove linee di mass market paperbacks che vanno verso l’hard, nelle riviste letterarie avanzano le dirty words, lo stesso romanzo, nel suo complesso, si «libera» dal punto di vista sessuale proponendo una escalation della misura in cui si esplicita il sesso: a partire dai soliti beat, si hanno, tra i maggiori, Last Exit to Brooklyn di Hubert Selby jr. (1964), An American Dream di Norman Mailer (1964), The Group di Mary McCarthy (1966), Go to the Widow-Maker di James Jones (1967), The Confessions of Nat Turner di William Styron (1967), il citato Couples di Updike (1968), Myra Breckenridge di Gore Vidal (1968), sino ad arrivare alla seconda parte di Portnoy’s Complainy (1969) di Philip Roth, con una creativa e quasi parossistica descrizione dello stile masturbatorio del protagonista adolescente e dei suoi partner del momento (una cored apple, una empty milk bottle, un maddened piece of liver), con la sua mouth wide open, to take that sticky sauce of buttermilk and Clorox on my own tongue and cheek).[36] Anche nel campo della letteratura di genere gli autori approfittano dei nuovi contesti: nel 1969 il giallista Henry Kane porta il suo detective Peter Chambers, già audace sin dai suoi esordi, a sfiorare l’hard mentre lo scrittore di fantascienza Philip Josè Farmer, anche lui da sempre attento alla dimensione del sesso, vira verso un porno iper-realistico e quasi truculento alcune delle sue fantasie (nel dittico The Image of the Beast, 1968, e Blown, 1969). Nella seconda metà dei Sixties anche il teatro si radicalizza, soprattutto quello underground: da un lato si schiera con decisione contro l’establishment sui temi del militarismo, della droga, della liberazione sessuale, dall’altro mette in scena soprattutto quest’ultima istanza, con dirty words, sesso simulato e nudi sempre più provocatori, in un crescendo significativo: The Toilet and the Slave di Leroi Jones (chiuso a San Francisco dalla polizia); The Beard dell’altro beat Michael McClure (la scampa a New York, ma incontra durissime reazioni in California); A Minstrel Show della San Francisco Mime Troupe (con i membri della compagnia più volte arrestati durante il tour); Hair di Gerome Ragni e James Rado, che apre nell’ottobre 1967, viene radicalmente mutato in senso pro-hippy con scene di nudo nel suo trasferimento a Broadway (aprile 1968), per incontrare poi la censura in Massachusetts e portare la causa sino alla corte federale di distretto; Paradise Now del Living Theatre, in tour in America da settembre a marzo 1969, con i membri del gruppo più volte arrestati dalla polizia (in particolare per il celebre atto quarto, «The Rite of Sexual Intercourse», in cui tutti gli attori, quasi completamente nudi, si ammucchiano insieme, letteralmente, ovvero creando un mucchio di corpi al centro del palco), che affrontano anche l’opposizione studentesca al loro pacifismo anarchico; Dyonisus in 69, versione modernizzata delle Baccanti, prodotto da Richard Schechner del Performance Group, con scene di nudo in cui gli attori invitano gli spettatori a unirsi alla performance, entro uno spirito orgiastico che spesso sembra travalicare lo spettacolo stesso (in tour Schechner e i suoi incontrano molte difficoltà, finendo arrestati ad Ann Harbor nel gennaio 1969); Che! del nero Lennox Raphael, originario di Trinidad, che mette insieme accuse politiche al sistema con nudi insistiti e sesso simulato (anche omo), guadagnandosi un processo per oscenità; infine, a metà 1969, Oh! Calcutta!, privo di sfumature politiche, ma incentrato su temi sessuali trattati con humour, e con tutto il cast molto spesso a nudo, che la scampa a New York ma quando Kenneth Tynan, il suo inventore, tenta il tour incontra ostacoli tali da spingerlo a limitare la rappresentazione a New York.[37]

Fig. 7. Living Theatre, Paradise Now, Yale Repertory Theatre, 1968.
Fig. 7. Living Theatre, Paradise Now, Yale Repertory Theatre, 1968.

Insieme alla letteratura, è però il cinema a rivelarsi il vettore più influente dei temi associati alla rivoluzione sessuale. Tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta, mentre gli USA restano ancorati al sistema di controllo del Codice Hays, sono gli europei a mettere alla prova gli argini della morale consolidata. La sfida in questione proviene in primis dalla Scandinavia: dalla Svezia, che da un decennio all’altro offre un inebriante mix tra auteurs di rango (ovviamente Ingmar Bergman, ma anche Arne Mattson e Vilgot Sjöman) e registi più pop (Mac Ahlberg e Thorgny Wickman), offrendosi come paradigma socio-culturale dell’antitesi Inferno/Paradiso; e poi dalla Danimarca, che a partire dai primi Sessanta, propone una serie di film provocatori, spesso pensati proprio per il pubblico internazionale.[38] Anche i francesi, prima con le loro audaci stelline (tra cui trionfa ovviamente Brigitte Bardot), e poi con la nouvelle vague, sfidano le convenzioni sessuali, seguiti (ma con minore costanza) dagli italiani; mentre a metà Sessanta i registi dell’est, intellettuali e dissidenti, cominciano anch’essi a usare le tematiche e l’iconografia della rivoluzione culturale in atto.[39] Negli Stati Uniti tre elementi convergono verso la «liberazione» del cinema. Uno, l’importazione dei film europei di cui sopra, la discussione che li circonda e soprattutto le pratiche censorie che suscitano. Due, l’esistenza di un vivace mondo underground di film che circolano senza visto di censura, lontano dalle arterie usuali del cinema e dalle grandi catene, spesso proiettati di straforo, in tendoni o piazze o locali in genere adibiti ad altro: temi forti e scabrosi, nudi, audacie di ogni genere, sia pure entro la consapevolezza che sceriffi, poliziotti e giudici locali sono in agguato; a fine Cinquanta cominciano i successi di nudie-cuties e mondo, a metà Sessanta si impone, attraverso i cinema del Deuce o del Tenderloin, un sexploitation a bassissimo costo con efferatezze e nudi di ogni tipo.[40] Tre, un minuscolo cinema indipendente, soprattutto newyorchese e californiano, di ambiente beat, che trova poi nella Factory di Andy Warhol e nei film politici di Robert Kramer un momento di maggior diffusione e che propone una sessualità liberata e provocatoria.[41] Sotto l’urto di queste tendenze, ma anche dello Zeitgeist nel suo complesso, il codice Hays si disfa: man mano nel cinema mainstream compaiono nudi, temi sessuali, dirty words eccetera. Il primo film hollywoodiano a mostrare una star nuda, in più scene, è la mediocre commedia Promises! Promises! del 1963 che vanta la statuaria Jayne Masnfield. Ma è il serissimo melodramma The Pawnbroker dell’anno successivo, diretto da Sidney Lumet, a mettere in scena, sottolineandolo nel plot, due topless, con la casa di produzione che si rifiuta di cancellarli e fa uscire il film senza la classificazione del Codice. Negli anni successivi le dighe crollano (il Codice viene abolito formalmente nel 1968), di fronte a film di peso come Bonnie and Clyde, The Graduate, Soldier Blue, The Killer of Sister George, The Arrangement, The Gypsy Moths, Five Easy Pieces, Easy Rider, Loving, Midnight Cowboy, eccetera.[42] È difficile sottovalutare il ruolo che il cinema «liberato» gioca entro la dinamica complessiva della diffusione dei temi e delle pratiche associate alla rivoluzione sessuale.

D’altro canto, mentre tra la fine dei Sixties e l’inizio dei Seventies tali temi e tali pratiche sembrano guadagnare nuovi adepti, sulla rivoluzione sessuale cominciano ad addensarsi i primi sospetti e le prime recriminazioni interne. Fino a questo momento sono stati critici i conservatori preoccupati freudianamente della civiltà e delle sue gerarchie, i religiosi cristiani in difesa degli ordinamenti della famiglia e del matrimonio, i tradizionalisti più retrò presi nella retorica del primato e dei diritti del maschio bianco. Da qui in avanti terranno invece banco – con gran delizia delle categorie appena citate – alcune sinistre «nuove» che accusano gli emancipatori sessuali di cadere nelle usuali trappole del capitalismo e le femministe che nella (presunta) rivoluzione ritrovano tratti conservatori e tutt’altro che paritari. Nella New Left insistono sul punto soprattutto i più vicini al marxismo e al Marcuse di One Dimensional Man, dove si articola il concetto di «desublimazione repressiva» come spiegazione delle modalità in cui le istanze di emancipazione insite nella liberazione sessuale (già descritte in Eros and Civilization) vengono private del loro contenuto socialmente sovversivo tramite la loro integrazione nella società dei consumi. A parere di questi critici, la panoplia della liberazione – dai locali di scambisti ai sex toys, dai prodotti per il corpo alla pop art, dalle riviste patinate al porno di massa – si esprime attraverso l’accettazione della logica del mercato e della merce, trasformando l’eros liberato in un semplice prodotto come tutti gli altri, entro una strategia complessiva di irreggimentazione e controllo da parte del Potere. Reimut Reiche, uno dei leader della protesta studentesca in Germania e presidente degli SDS tedeschi nel 1966, poi sociologo e sessuologo, nel 1968 scrive un libro influente contro le strategie individualiste dei sostenitori della libertà sessuale, in termini sia politici sia psicoanalitici: «Se isolati», conclude, «i vari punti del programma di emancipazione sessuale rimangono e rimarranno sempre prigionieri delle offerte di soddisfacimento burocratizzate e sarà facile metterle al servizio di fini repressivi». In Italia Pier Paolo Pasolini giunge al punto di dichiararsi pentito dell’eventuale «influenza liberalizzatrice» dei suoi film sulla società italiana, poiché si è trattato solo di una «falsa liberalizzazione, voluta in realtà dal nuovo potere riformatore permissivo», con lo scopo di imporre un modello di vita che «consiste in una moderata libertà sessuale che includa il consumo di tutto il superfluo considerato necessario a una coppia moderna». Persino un browniano come Dennis Altman, molto positivo sugli effetti del crescente sexual freedom, deve ammettere che «la società permissiva, con il suo alto tasso di voyeurismo, oggettificazione sessuale e dildo journalism, è tutt’altro che liberata».[43]

Se i dubbi sulla permissive society e sulle sue profferte di libertà si fanno importanti nell’intellighenzia di sinistra, le femministe polemizzano ancora più nettamente con l’ethos della rivoluzione sessuale. Uscito sbattendo la porta dalla New Left, il radical feminism americano precisa la sua identità contrapponendosi al laissez faire erotico degli ambienti militanti, studenteschi e hippy. Tra le prime femministe alcune sono critiche nei confronti del paradigma liberazionista nel senso che questo non mantiene, dal punto di vista del genere, le sue promesse egualitarie e il suo obiettivo polimorfico (spesso letto nella prospettiva dell’eliminazione del genere stesso): si muovono in questo senso Ellen Willis e Shulamith Firestone delle Redstockings e l’australiana Germaine Greer. Molte altre, tuttavia, da Kate Millett a Roxanne Dunbar, da Robin Morgan a Susan Brownmiller, da Ti-Grace Atkinson a Dana Densmore, da Anne Koedt a Charlotte Bunch, si dicono convinte che la teoria e la pratica dell’emancipazione sessuale prevalente nei Sixties siano un ulteriore strumento del dominio maschile e che la retorica della liberazione inserisce sì la donna in una dinamica nuova, sulla base di tutti gli argomenti sulla reciprocità della Sexual Revolution, ma entro questa presunta novità riproduce funzioni e ruoli tradizionali, adattandoli alle inedite situazioni della società del benessere: pansessualità, primato del corpo, apologia del godimento, e via dicendo, sono costituenti di un immaginario che continua a relegare le donne in posizione passiva e subordinata, imponendo loro una visione della sessualità e del suo consumo ancora pesantemente tarata sull’ottica maschile.[44] Anni dopo, quanto questa interpretazione della rivoluzione sessuale si è ormai consolidata, nel popolarissimo Hite Report leggiamo una buona sintesi dell’atteggiamento femminista: «In conclusione, quel che pensiamo come “libertà sessuale”, ovvero dare alle donne il “diritto” di fare sesso senza matrimonio e diminuire l’enfasi sulla monogamia, è funzione della minore importanza del far figli per la società e della paternità per gli uomini. Nonostante tale mutamento sia stato etichettato come “libertà sessuale”, di fatto non ha sinora concesso alle donne (o agli uomini) molta libertà reale di esplorare la loro propria sessualità: ha solo imposto loro di avere più sesso dello stesso tipo» (intendendo quello inegualitario e subordinato del periodo precedente).[45]

Fig. 8. Manifestazione femminista, anni settanta.
Fig. 8. Manifestazione femminista, anni settanta.

Resta tuttavia da precisare un punto: nonostante le considerazioni dei marcusiani e le analisi delle femministe rivelino aspetti critici rilevanti nella teoria e nella pratica della Sexual Revolution (non si può certamente negare né che queste si siano trasformate in mercificazione e consumo entro la società capitalistica, né che abbiano generato, in forme parzialmente nuove, meccanismi di assoggettamento e gerarchizzazione delle donne), entrambe le categorie propongono discorsi pubblici sulla sessualità resi possibili proprio dall’affermazione sociale dei principi dell’emancipazione. In altri termini, e parafrasando liberamente Isaac Newton, marcusiani e femministe parlano «sulle spalle dei giganti», ovvero di tutti coloro che negli anni precedenti hanno lottato per quegli stessi principi: la condizione per poterli criticare è solo che essi abbiano guadagnato una presa sociale solida e sicura. Da questo punto di vista, persino i ripensamenti e le condanne sono un’ulteriore dimostrazione del loro successo.


Note

1 T. Roszak, «Introduction to the 1995 Edition», in The Making of a Counter Culture (1969), University of California Press, Berkeley 1995, p. xxvi. Nell’immagine di apertura dell’articolo Robert Altman, Kiss, 1970.

2 E. Shorter, Famiglia e civiltà. L’evoluzione del matrimonio e il destino della famiglia nella società occidentale, Rizzoli, Milano 1978, p. 113.

3 D. di Prima, Memorie di una beatnik (1968), Guanda, Parma 1994, p. 176.

4 Sulla controcultura vedi almeno C. Reich, The Greening of America (1970), Penguin, Harmondsworth 1972; M.A. Lee e B. Shlain, Acid Dreams. The Complete History of LSD: The CIA, the Sixties and Beyond (1985), Grove Weidenfield, New York 1992; J. Stevens, Storming the Heavens. LSD and the American Dream (1987), Harper and Row, New York 1988; T. Miller, The Hippies and American Values, The University of Tennessee Press, Knoxville 1991; C. Saint-Jean-Paulin, La contre-culture. États-Unis, années 60: la naissance de nouvelles utopies, Edition Autrement, Paris 1997; D. Cavallo, A Fiction of the Past. The Sixties in American History, St. Martin’s Press, New York 1999, pp. 97-188; Imagine Nation. The American Counterculture of the 1960s & ‘70s, a cura di P. Braunstein e M.W. Doyle, Routledge, New York-London 2002; C. Gair, The American Counterculture, Edinburgh University Press, Edinburgh 2007; B. Cartosio, I lunghi anni Sessanta. Movimenti sociali e cultura politica negli Stati Uniti, Feltrinelli, Milano 2012, pp. 211-254. Sulla New Left vedi almeno i sopra citati testi di Cavallo e Cartosio; e W. Breines, Community and Organization in the New Left, 1962-1968. The Great Refusal (1982), Rutgers University Press, New Brunswick-London 1989; J.D. Chalmers, And the Crooked Places Made Straight. The Struggle for Social Change in the 1960s, The Johns Hopkins University Press, Baltimore-London 1991; D. Burner, Making Peace with the Sixties, Princeton University Press, Princeton 1996; T.H. Anderson, The Movement and the Sixties. Protest in America from Greensboro to Wounded Knee (1995), Oxford University Press, New York-Oxford 1996; J. Stephens, Anti-disciplinary Protest. Sixties Radicalism and Postmodernism, Cambridge U.P., Cambridge 1998; M. Isserman, M. Kazin, America Divided. The Civil War of the 60s, Oxford University Press, Oxford-New York 2000; The New Left Revisited, a cura di J. McMillian e P. Buhle, Temple University Press, Philadelphia 2003; V. Gosse, Rethinking the New Left. An Interpretative History, Palgrave MacMillan, New York 2005; D. Barber, A Hard Rain Fell. SDS and Why It Failed, University Of Mississippi Press, Jackson 2008. Per uno sguardo d’insieme al contesto culturale dei Sixties vedi anche M. Dickstein, Gates of Eden. American Culture in the Sixties (1977), Liveright, New York-London 2015; A. Peck, Uncovering the Sixties. The Life and Times of the Underground Press (1985), Citadel Press, New York 1991; G. Stephenson, The Daybreak Boys. Essays on the Literature of the Beat Generation, Southern Illinois University Press, Carbondale 1990; S. McFarlane, The Hippie Narrative. A Literary Perspective on the Counterculture, McFarland, Jefferson-London 2007; M. Callahan, The Explosion of Deferred Dreams. Musical Renaissance and Social Revolution in San Francisco, PM Presss, Oakland 2017.

5 Mi servo qui del termine «impolitico» nell’accezione proposta da Roberto Esposito. A suo parere, il termine implica una concettualizzazione in negativo della sfera del politico (inteso come ambito precipuo di forza e potere), entro il riconoscimento che la politica stessa (violenza, potere, interesse, e via dicendo) resta il principio strutturante della modernità e della società occidentale. In questo senso l’approccio impolitico esclude la possibilità di una alternativa reale nella storia, di una controsocietà situata in un «fuori» dal politico che non ha evidentemente condizione di sussistenza, di un «soggetto di antipotere» che lo sia coerentemente sino in fondo (sino cioè a fuoriuscire dal politico stesso). Tuttavia, tale impossibilità non implica l’accettazione di quello stesso esistente, ma anzi articola l’impolitico come arma critica capace di decostruire e di destrutturare il potere tanto nelle sue forme storiche quanto nelle sue forme teoriche: da questo punto di vista gli impolitici sono per definizione marginali, laterali, eccentrici, spesso giudicati incapaci di pensare concreti modelli alternativi di organizzazione sociale (in tal modo si leggono in genere le critiche alla controcultura da parte degli esponenti del Movement e della sinistra ortodossa). Esposito ha però ulteriormente precisato che la possibilità di pensare il «fuori» dal politico si ritrova in quelle teorizzazioni che contestano il farsi della modernità occidentale (e forse dell’Occidente tout court) nelle sue categorie portanti e nelle sue interpretazioni fondative (soggetto, individuo, società, e via dicendo), proponendo modi diversi di pensare l’essere e lo stare insieme. Modi che emergono nello spazio e nel tempo di quelle esperienze estreme che conducono al limite dell’essere sé e individui, della singolarità e persino della coscienza e che proprio per questo sembrano permettere la fuoriuscita dalle categorie del politico concedendo uno «stare insieme» - una comunità, se si preferisce – in cui il nostro esistere (nel politico) «fuoriesce da sé», in cui «la nostra esistenza tocca insieme il suo apice e il suo precipizio»: «Il riso, il sesso, il sangue» (traduzioni possibili: la festa, l’orgia, il viaggio psichedelico, e secondo molti la situazione molto sixties delle manifestazioni e dello street fighting). Si tratterebbe, continua Esposito, di esperienze legate a momenti specifici (non si può vivere costantemente «al limite», ma lo si può toccare in occasioni straordinarie), che è difficile concettualizzare al di là del momento stesso in cui le si vive («Cosa ci sia in quel “fuori” – o cosa esso sia, oggi nessuno può dirlo»). Tuttavia, la tesi ci permette di comprendere come sia possibile immaginare una forma di controsocietà (o controcomunità) al di fuori del politico: al di là della sua effettiva possibilità di realizzazione o di stabilizzazione nel tempo, quest’ultima va quindi a costituire nell’immaginario impolitico una dimensione che, entro gli ovvi limiti dati dalla condizione stessa in cui la si pensa, assume cadenze costruttive, sia pure, lo ripeto, entro un taglio soprattutto critico e «utopistico» (vedi soprattutto R. Esposito, Categorie dell’impolitico, II ed.,. Il Mulino, Bologna 1999, in particolare la nuova «Prefazione», pp. vii-xxxi, e p. 20 per la locuzione «soggetto di antipotere»; Id., Communitas. Origine e destino della modernità, Einaudi, Torino 1998, in particolare il capp. 4 e 5, pp. 92-157, per le citazioni pp. 139, 147; Id., Pensiero vivente. Origine e attualità della filosofia italiana, Einaudi, Torino 2010, in particolare pp. 212-218).

6 Vedi i testi di M.A. Lee e B. Shlain e di J. Stevens precedentemente citati.

7 T. Leary, «Start Your Own Religion», in Id., The Politics of Ecstasy (1968), Ronin Publishing, Berkeley 1990, pp. 225-226.

8 Si conceda qui il rimando a P. Adamo, L’anarchismo americano nel Novecento. Da Emma Goldman ai Black Bloc, Franco Angeli, Milano 2016, pp. 178-184.

9 T. Pynchon, Vineland, Secker & Warburg, London 1990, p. 209.

10 H. Bey, TAZ. Zone temporaneamente autonome (1991), Shake, Milano 1993. Sullo stile (im)politico della controcultura e di quella parte della New Left che ne condivide, almeno in parte, ethos e progettualità, vedi anche, oltre ai testi di Reich, Miller, Breines e Stephens precedentemente citati, F. Polletta, Freedom Is a Endless Meeting. Democracy in American Social Movements, University of Chicago Press, Chicago 2002; B. Martin, Theater is in the Streets. Politics and Performance in Sixties America, University of Massachusetts Press, Amherst-Boston 2004; N. Zimmermann, Countercultural Kaleidoscope. Musical and Cultural Perspectives in Late Sixties San Francisco, The University of Michigan Press, Ann Arbor 2008; J. Freer, Thomas Pynchon and American Counterculture, Cambridge University Press, Cambridge 2014. Di nuovo, sia concesso il rimando anche a P. Adamo, L’anarchismo americano nel Novecento, cit., pp. 170-194.

11 Sulla rivoluzione sessuale, sia come affermazione di nuove pratiche sociali sia come teoria sovversiva anticapitalista, vedi C. Glicksberg, The Sexual Revolution in Modern American Literature, Martinus Nijoff, The Hague 1971; R. King, The Party of Eros. Radical Social Thought and the Realm of Freedom (1972), Dell, New York 1972; C. Glicksberg, The Sexual Revolution in Modern English Literature, Martinus Nijoff, The Hague 1973; J. Weeks, Sexuality and Its Discontents, Routledge and Kegan Paul, London 1985, in particolare pp. 3-32; J. D’Emilio, E.B. Freedman, Intimate Matters. A History of Sexuality in America (1988), Perennial Library, New York 1989, soprattutto la parte IV, pp. 239-360; J. Heidenry, What Wild Ecstasy. The Rise and Fall of the Sexual Revolution, Simon & Schuster, New York 1997 (testo valido soprattutto come resoconto giornalistico); D. Allyn, Make Love, not War. The Sexual Revolution. An Unfettered History, Routledge, New York 2001; J.F. Gerhard, Desiring Revolution. Second-Wave Feminism and the Rewriting of American Sexual Thought, 1920 to 1982, Columbia University Press, New York 2001 (in particolare i capp. 3 e 5); Sexual Revolution, a cura di J. Escoffier, Thunder’s Mouth Press, New York 2003 (antologia dei testi fondamentali del periodo, con ottimi commenti del curatore); Sexual Revolutions, a cura di G. Hekma e A. Giami, Palgrave MacMillan, Houndsmill-New York 2014; S. Feather, Blowing the Lid. Gay Liberation, Sexual Revolution and Radical Queens, Zero Books, Winchester-Washington 2015.; J.B. Paoletti, Sex and Unisex. Fashion, Feminism and the Sexual Revolution, Indiana University Press, Bloomington-Indianapolis 2015.

12 Vedi soprattutto E.M. Brecher, The Sex Researchers, New American Library, New York 1971; P. Robinson, The Modernization of Sex. Havelock Ellis, Alfred Kinsey, William Masters and Virgina Johnson (1976), Cornell Universitty Press, Ithaca 1989; J. Irvine, Disorders of Desire. Sex and Gender in Modern American Sexology, Temple University Press, Philadelphia 1990; V.L. Bullough, Science in the Bedroom. A History of Sex Research, Harper, New York 1994; T. Maier, Masters of Sex, Basic Books, New York 2009.

13 Sull’impatto dei due volumi curati da Kinsey, e sulle reazioni nei loro confronti, vedi M. Ernst, D. Loth, La condotta sessuale in America e la relazione Kinsey (1948), Longanesi, Milano 1968; P. Robinson, The Modernization of Sex, cit., cap 2; C.A. Tripp, La questione omosessuale (1973), Rizzoli, Milano 1978, pp. 239-248; J. Gagnon, «Reconsiderations: The Kinsey Reports» (1978), ora in Id., An Interpretation of Desire. Essays in the Study of Sexuality, The University of Chicago Press, Chicago-London 2004, pp. 88-94; M.G. Reumann, American Sexual Character. Sex, Gender, and National Identity in the Kinsey Reports, University of California Press, Berkeley-Los Angeles-London 2005.

14 J. Gagnon, «Sex Research and Social Change» (1975), ora in Id., An Interpretation of Desire, cit., p. 45.

15 P. Sorokin, The American Sex Revolution, Porter Sargent Publisher, Boston 1956, pp. 12-14.

16 R.E.L. Masters, Comportamenti sessuali vietati e morale (1962), Dellavalle, Torino 1970. Nella seconda metà degli anni Sessanta la tendenza verso una sessuologia sempre più incentrata su aspetti devianti e «spettacolari» convergerà con la propensione dei pornografi a giustificare le loro attività con ragioni sociali e culturali, producendo interessanti fenomeni di commistione, con intere collane editoriali, riviste (finto)-scientifiche e documentari con pretese sociali che nascondono (platealmente, mi verrebbe da dire) il loro intento pornografico dietro le istanze «tecniche» della sessuologia.

17 Nella seconda metà degli anni Trenta Reich pensa di aver scoperto, a partire dai suoi studi sull’orgasmo, una nuova forma di «energia, che ho chiamato orgone», scrive nel dicembre del 1940 nientemeno che ad Albert Einstein, ritenendo di «avere le prove» che essa «esista non solo negli organismi viventi, ma anche nel suolo e nell’atmosfera, che sia visibile e possa essere concentrata e misurata». A partire da tale esperienza, inventa un «accumulatore di orgone» (spesso indicato volgarmente come orgone box) il quale avrebbe potenzialità straordinarie, come «l’eliminazione del dolore acuto» la «dissoluzione dei tumori» (nella loro prima fase), l’«eliminazione dell’anemia», scrive sempre ad Einstein qualche mese dopo. Molti dei seguaci di Reich, presi tra spiritualistiche tendenze new age e avversione per la scienza ufficiale, adotteranno le sue tecniche in chiave di guarigione e risanamento del corpo: il citato Burroughs, per esempio, comincia a informarsi dei boxes già nel 1949, ne costruisce personalmente ben tre l’anno successivo, dicendosi convinto della bontà delle tesi di Reich e dell’esistenza dell’orgone, e ancora nel 1957, a Tangeri, informa l’amico Ginsberg di star «costruendo un accumulatore di orgone per riposarmici e per ricaricarmi» (W. Reich a A. Einstein, 30 dicembre 1940, maggio 1941, tr. ing. in W. Reich, American Odissey. Letters and Journal 1940-1947, a cura di M.B. Higgins, Farrar, Straus and Giroux, New York 1999, pp. 47, 93; W. Burroughs a J. Kerouac, 26 settembre 1949, W. Burroughs ad A. Ginsberg, 1 maggio 1950, 28 gennaio 1957, in The Letters of William S. Burroughs 1945-59, a cura di O. Harris, Penguin, Harmondsworth 2009 (I ed. 1993), pp. 53, 70, 351).

18 Sulle interpretazioni di Freud che sottolineano lo sfondo storico-politico delle sue teorie come chiave per comprendere alcune delle revisioni (spesso contrastanti) dei suoi allievi vedi J.A.C. Brown, Freud and the post-Freudians (1961), Penguin, Harmondsworth 1966; P. Roazen, Freud: società e politica (1968), Boringhieri, Torino 1973; P. Robinson, The Sexual Radicals. Reich Roheim Marcuse (1969), Paladin, London 1970; J. Laplanche, Vita e morte della psicanalisi (1970), Laterza, Bari 1972; l’antologia di testi Psicanalisi Uomo Società, a cura di T. Cancrini, Editori Riuniti, Roma 1981; S. Marcus, Freud and the Culture of Psychanalysis, Allen & Unwin, Boston 1984; J. Forrester, Le seduzioni della psicanalisi. Freud, Lacan e Derrida (1990), Il Mulino, Bologna 1993. In particolare su Marcuse: L. Casini, Arte, sensualità e liberazione nel pensiero di Herbert Marcuse, Carocci, Roma 1999. In particolare su Brown: S. Sontag, «La psicanalisi e “Life against Death” di Norman Brown» (1961), in Id.,Contro l’interpretazione, Mondadori, Milano 1967, pp. 333-343.

19 H. Marcuse, Eros e civiltà (1955, 1966), Einaudi, Torino 1968, pp. 79, 218-219.

20 N. Brown, La vita contro la morte (1959), Il saggiatore, Milano 1968, pp. 55, 132-133, 446-447.

21 Citato in D. Allyn, Make Love, not War, cit., p. 165.

22 R. Rimmer, The Harrad Experiment (1966), New English Library, London 1967. Rimmer, destinato peraltro a una carriera di rilevante pornorecensore, ha riaffermato qualche decennio dopo la sua fiducia nel superamento della monogamia, con forse eccessiva fiducia (vedi la seconda parte, intitolata «Where We’ve Been and where We’re Going», del suo Let’s really Make Love. Sex, the Family, and Education in the Twenty-Fist Century, Prometheus Books, Amherst 1995).

23 R. Giachetti, Pornopower. Pornografia e società capitalistica, Guaraldi, Bologna 1971, pp. 192-193.

24 G. Talese, Thy Neighbour’s Wife (1980), Pan Books, London 1981.

25 Sulla precoce azione delle prime organizzazioni omosessuali vedi J. D’Emilio, Sexual Politics, Sexual Communities. The Making of a Homosexual Minority in the United States, 1970-1970 (1983), The University of Chicago Press, Chicago-London 1988, in particolare pp. 57-127; J. Loughery, The Other Side of Silence. Men's Lives and Gay Identities: a Twentieth Century History, Henry Holt, New York 1998; J. Escoffier, American Homo. Community and Perversity, University of California Press, Berkeley-Los Angeles-London 1998; Before Stonewall. Activists for Gay and Lesbian Rights in Historical Context, a cura di V. Bullough, Haworth Press, Binghamton 2002 (un approfondito repertorio biografico).

26 R. Guyon, La sessualità liberata. Una proposta per l’ONU (1951, 1952), Bresci, Torino 1973.

27 All’epoca Koch spiega più volte le sue ragioni: per esempio in «For a Separation of Church and Sex», The Realist, n. 26, May 1961, p. 14.

28 J. Poland, «What Is Sexual Freedom», Ankh, II, n. 4, p. 12.

29 Alcune interviste ad attivisti ed attiviste della Lega, in genere sanfranciscani, compaiono in Le barricate dell’amore (1974), a cura di J. Haynes e J.Pasle-Green, Celuc Libri, Milano 1975.

30 J. e L. Smith, «Co-Marital Sex and the Sexual Freedom Movement», The Journal of Sex Research, VI, n. 2, May 1970, p. 134.

31 N. Mailer, prefazione a C. Rembar, The End of Obscenity. The Trials of Lady Chatterley, Tropic of Cancer and Fanny Hill (1968), ora in The Essential Mailer, New English Library, London 1983, p. 461. Rembar è l’avvocato che ha vinto alcune delle più importanti cause in difesa della libertà d’espressione del decennio; è anche cugino di Mailer.

32 J.-J. Pauvert, La traversée du livre. Memoires, Viviane Hami, Paris 2004, p. 182.

33 C.H. Rolph, Processo a Lady Chatterley (1961), Longanesi, Milano 1962, p. 29.

34 Le due sentenze sono Redrup v. New York, maggio 1967, supreme.justia.com/cases/federal/us/386/767/case.html; e Stanley v. Georgia, aprile 1969, supreme.justia.com/cases/federal/us/394/557/case.html.

35 Sull’esperienza dell’Olympia vedi ora J. De St. Jorre, The Good Ship of Venus. The Erotic Voyages of the Olympia Press, Hutchinson, London 1994.

36 P. Roth, Portnoy’s Complaint (1969), Corgi, London 1971, p.p. 18-19.

37 Vedi in particolare la sezione sugli anni Sessanta in J. Houchin, Censorship of the American Theatre in the Twentieth Century, Cambridge University Press, Cambridge 2003, pp. 173-224.

38 J. Stevenson, Scandinavian Blue. The Erotic Cinema of Sweden and Denmark in the 1960s and 1970s, McFarland, Jefferson-London 2010, testo fondamentale per la sua ricostruzione non solo della relazione tra cinema e società scandinave nei due decenni in questione, ma anche per l’accoglienza dei film svedesi e danesi negli Stati Uniti. Vedi anche D. Ekeroth, Swedish Sensation Films. A Clandestine History of Sex, Thrillers, and Kicker Cinema, tr. ing. Bazillion Point, Brooklyn 2011; e K. Laine, «Jörn Donner and the Emergence of a New Film Culture in Postwar Scandinavia», in A Companion to Nordic Cinema, a cura di M. Hjort e U. Lindqvist, Wiley Blackwell, Oxford 2016, pp. 224-241.

39 Vedi ora B. Forshaw, Sex and Film. The Erotic in British, American and World Cinema, Palgrave MacMillan, Houndsmill, New York 2015, ma anche l’ormai classico R. Wortley, Erotic Movies, Crescent Books, New York 1975.

40 Sull’argomento vedi almeno E. Muller, D. Faris, Grindhouse. The Forbidden World of “Adults Only” Cinema, St. Martin’s Griffin, New York 1996; F. Feaster, B. Wood, Forbidden Fruit. The Golden Age of Sexploitation Films (1998), Luminary Press, s.l., 2008; nonché il rivelatorio D.F. Friedman, D. De Nevi, A Youth in Babylon. Confessions of a Trash-Film King, Prometheus Books, New York 1990.

41 Vedi A. Warhol e P. Hackett, POP. Andy Warhol racconta gli anni ’60 (1980), Meridiano Zero, Padova 2004; e soprattutto J. Sargeant, Naked Lens. Beat Cinema (1997), Soft Skull Press, Berkeley 2008.

42 Sul passaggio vedi J. Lewis, Hollywood v. Hard Core. How the Struggle over Censorship Saved the Modern Film Industry, New York University Press, New York-London 2000; P. Krämer, The New Hollywood. From Bonnie and Clyde to Star Wars, Wallflower, London-New York 2005; C. Milliken, «1969: Movies and the Counterculture», in American Cinema of the 1960s. Themes and Variations, a cura di B.K. Grant, Rutgers University Press, New Brunswick-London 2008, pp. 217-238; e il recentissimo R. Worland, Searching for New Frontiers. Hollywood Films in the 1960s, Wiley Blackwell, Oxford 2018.

43 R. Reiche, Sessualità e lotta di classe. Per una difesa della desublimazione repressiva (1968), Laterza, Bari 1969, p. 209; P.P. Pasolini, «Tetis», in Erotismo eversione merce, a cura di V. Boarini, Cappelli, Bologna 1974, p. 102; D. Altman, Homosexual. Oppressione & Liberation (1971), University of Queensland Press, St. Lucia 2012, p. 107.

44 Tra l’immensa bibliografia sull’argomento, mi permetto di rimandare a P. Adamo, «La società aperta al bivio: la critica femminista della pornografia», in Id., Il porno di massa. Percorsi dell’hard contemporaneo, Cortina, Milano 2004, pp. 129-178.

45 S. Hite, The Hite Report. A Nationwide Study of Female Sexuality (1976), Dell, New Tork 1977, p. 449.