Come citare questo articolo: , Le scandalose «pubbliche esibizioni» di atletica leggera femminile. Una polemica fra “L’Osservatore Romano” e “Il Littoriale” (novembre-dicembre 1933), in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 3 (2019) []. http://rivista.clionet.it/vol3/dossier/percorsi_storia_sport/giani-le-scandalose-pubbliche-esibizioni-di-atletica-leggera-femminile. Ultimo accesso 12-11-2019.

Introduzione

Fra il novembre e il dicembre del 1933 infuriò sulle colonne de “L’Osservatore Romano” e quelle de “Il Littoriale” una delle roventi polemiche riguardanti lo sport femminile che costellarono la stampa di quegli anni. Nel caso specifico, la pietra di scandalo era costituita dalle gare, aperte al pubblico, di atletica leggera femminile, permesse e anzi sostenute dal regime fascista; scandalo doppio, a causa dei (per l’epoca) succinti pantaloncini non solo indossati dalle «atletesse» in loco, ma poi pure diffusi fotograficamente dalla stampa nazionale. Pur inficiata da una dose massiccia di retorica e resa farraginosa dal continuo citare la parte avversaria, tale decina di articoli[1] può avere un suo interesse documentario per gli studiosi di storia dello sport e/o della donna durante il Ventennio, i quali spesso l’hanno citata[2], senza però dedicarle mai una trattazione monografica.

La querelle di fine ’33 va inquadrata all’interno di uno scontro più ampio in atto in quegli anni in Italia fra un regime che stava proponendo e imponendo un’immagine forte e innovativa della «donna sportiva» (una delle tante ipostasi della «donna nuova» fascista), e tutti coloro che, per mille motivi (che andavano da un vago conservatorismo a problemi più specifici di morale e di antropologia cattolica)[3], la rifiutavano, chiedendo a gran voce che l’Italia mussoliniana ritornasse alla sua storica autarchia, rigettando «perversioni» provenienti dall’estero e per questo da ritenersi «barbare»[4]. All’interno della polemica, la prima posizione sarà sostenuta da “Il Littoriale”, da un paio d’anni diventato la testata ufficiale del Coni, e da considerare, assieme al mensile “Lo Sport Fascista”, la cassa di risonanza della politica sportiva di regime[5]; a difendere il fronte conservator-cattolico[6], invece, “L’Osservatore Romano”, l’unica “voce libera” che si potesse permettere di uscire nelle edicole italiane rinfacciando qualcosa al regime[7].

Il fronte conservatore aspettava solo il casus belli per intervenire, a conclusione di un 1933 che aveva visto un rilancio in grande stile dell’attività sportiva femminile in Italia. Alla tradizionale motivazione fisiologico-natalista (permettere alle giovani donne di praticare lo sport, così da avere future madri di prole sana per l’Italia mussoliniana, destinata alla conquista dell’Impero), in quei mesi Achille Starace, Segretario del PNF e nuovo ras dello sport italiano, ne aveva aggiunta un’altra, nata da intuizioni che già erano state del suo predecessore Leandro Arpinati. La recente conquista del secondo posto nel medagliere per nazioni alle Olimpiadi di Los Angeles 1932, infatti, non si sarebbe potuta bissare certamente a Berlino 1936 contando unicamente sulle forze maschili, le uniche utilizzate negli States. Per recuperare il gap, quindi, l’Italia doveva incrementare, attraverso il supporto della stampa e la propaganda delle poche «campionesse» nazionali, la visibilità dello sport femminile, nella speranza di un’emulazione che nel giro di qualche anno fornisse alla nazione le medaglie tanto agognate[8].

Se la svolta utilitaristica di Starace[9] fece ovviamente infuriare quei cattolici che dopo i Patti del 1929 amavano abbinare in coppie paritarie Mussolini e Pio XI, l’aggettivo «nazionalistico» e quello «cattolico», dall’altra parte c’era voglia di ricordare ai clericali come, nell’«onesta intesa» tanto invocata, la parte del leone la dovesse fare lo Stato italiano, non certo la Chiesa, visto che, in campo sportivo il Coni «sa quello che fa, ed avrà per mira certamente, secondo le intenzioni del DUCE, che “il mondo guardi all’Italia, non l’Italia al mondo”»[10].

 

1. Fuoco alle polveri: la denuncia dei fatti di Pegli (6 novembre)

L’inizio della polemica può essere fissato il 6 novembre 1933[11], quando “L’Osservatore Romano”, all’interno della rubrica “Appunti”, pubblica e quindi commenta la lettera di un anonimo «abbonato genovese», il quale scandalizzato denuncia: «Il Giornale di Genova, nel numero del 31 ottobre, pubblicava una fotografia di un gruppo di ragazze in costume, che anche per essere sportivo è un po’ troppo succinto»[12]. Dietro lo scatto ci sarebbe stata, oltre tutto, una squallida vicenda di coercizione psicologica da parte di una dirigente dell’azienda[13]:

Quelle fanciulle, operaie di un opificio locale, dove sono entrate per trovare nel lavoro un onesto sostentamento, all’atto della loro assunzione sono invitate a dare il nome alla sezione di atletica che esiste nello stabilimento con le conseguenti esibizioni e non solo fotografiche; e lo fanno così volenterosamente, che se si rifiutassero correrebbero il rischio di perdere non diciamo il posto, ché forse a tanto non si arriverebbe, ma certamente le buoni disposizioni a loro riguardo, di qualche dirigente dello stesso stabilimento. E allora si tace e si fa quello che né le famiglie né le fanciulle vorrebbero[14].

Infine, l’abbonato racconta come ad una gara dopolavoristica di diversi stabilimenti della stessa azienda, furono solamente le ragazze in questione, dipendenti dello stabilimento del sobborgo genovese di Pegli[15], a presentarsi non «con maglia e sottana», bensì «in calzoncini corti». Solo a questo punto “L’Osservatore Romano” commenta, scagliandosi non contro gli «esercizi ginnastici femminili che la buona igiene prescrive, cui nessuno s’oppone, che le famiglie e gli istituti cattolici accettano e consigliano», bensì contro le «pubbliche esibizioni», le «gare», il «“professionismo” dello sport anche femminile»; nel farlo, il giornale vaticano contrappone i richiami «delle somme autorità del Regime» e del Papa[16] alle recenti decisioni del Coni, che ha deciso di includere le gare femminili nel recente programma annuale. L’articolista, dopo aver definito «irragionevole» e «moralmente dannoso» lo sport femminile, lo condanna definitivamente in quanto insegna «alla donna, alla fanciulla, non solo... il lancio del giavellotto, ma di sé stessa», venendo da esso «spogliata della sua grazia e del suo pudore».

 

2. Contro un sistema nazionale di «mostruosità» (11 novembre)

L’11 novembre è sempre l’anonimo redattore della rubrica “Appunti” a firmare un pezzo contro lo sport femminile, dal significativo titolo Mostruosità[17]. Questa volta vengono messi alla gogna: 1) il “Foglio d’ordini” del PNF, che aveva recentemente esaltato le gesta internazionali di alcune «campionesse» azzurre; 2) il bisettimanale federale “Atletica Leggera”, che il 15 ottobre aveva pubblicato una rassegna di atlete in azione; 3) il quotidiano genovese “Il Lavoro” e le sue foto della «elegante e graziosa squadra atletica femminile Corniglianese»[18]. L’attacco de “L’Osservatore Romano” si fa a questo punto virulentissimo:

Nulla di più procace negli abbigliamenti che hanno sostituito alla breve gonna, al corsetto primitivo, i pantaloncini di maglia assettati alle anche, e la maglia da bagno al torso. Nulla di più sgraziato negli atteggiamenti e nelle muscolosità più facchinesche, che mascoline. Nulla di più repugnante nei visi congestionati, nei capelli al vento, nelle teste di Medusa; nulla di più grottesco nei corpi qua rattrappiti, là stiracchiati e contorti; nulla di più laido nel salto sbracato, che, quasi a satira, a insulto maligno, il fotografo ha colto nello scorcio più indecente. Nulla di più compassionevole di simile impudente spettacolo dato a sfida dei commenti e dei lazzi d’ogni sorta di spettatori![19]

L’opposizione alle gare pubbliche femminili si avvarrebbe di tre autorevoli auctoritates: 1) i «pagani», inorriditi dalla «donna allo Stadio»; 2) Starace, e la sua decisione di rinviare la costituzione di una Federazione sportiva femminile in Italia «perché fra noi sono ancora poche le cultrici delle discipline sportive femminili»; 3) Mussolini, col suo richiamo del 1927 ad una donna italiana che sia «di pretto stile latino, libero di infiltrazioni straniere, non americanizzata». Per tutte queste ragioni, l’autore del pezzo si rallegra della recente sconfitta della rappresentativa azzurra femminile di atletica leggera contro quella austriaca[20], suggerendo come Ondina Valla e compagne fossero indegne rappresentanti della «patria di Beatrice, di Vittoria Colonna, di Lucrezia degli Obizzi, di Vittoria Aganoor»[21].

 

3. Polemiche vaticano-partenopee sui «centimetri di pelle» (15 novembre)

Il 15 novembre[22] è sempre il responsabile della rubrica “Appunti” a prendere la penna in mano, questa volta per ribattere a suon di argomenti (ben 6, da cui il titolo calcistico 6 a 0) ad un articolo del giornale napoletano “Il Mezzogiorno Sportivo”[23]. Ribadendo come la testata vaticana non sia contro lo sport femminile in generale (non avendo nulla da dire, ad esempio, sul basket, per il quale in Italia «si adopera il morigerato gonnellino»)[24], ma solo «contro il pugilato che abbrutisce l’uomo, e contro le gare ginniche femminili nei pubblici stadi che abbrutiscono la donna»[25], il giornalista afferma che, nonostante le sportive italiane abbiano effettivamente abbandonato «dannose consuetudini che non erano soltanto quelle dalla cantina», non per questo devono dedicarsi (Pio XI docet)[26] a «consuetudini barbare, e persino aborrite dal paganesimo». Lo sport femminile diventa «riprovevole» allorquando richiede alle «giovanette» di svolgere «esercizi non adatti alla compostezza e alla grazia femminile», e soprattutto quando costoro «si esibiscono in pubblico». “Il Mezzogiorno Sportivo” aveva chiesto «se siano veramente immorali quei tanti centimetri di pelle che le bizzarre mode di tutto il mondo vi fanno vedere, ad ogni pie’ sospinto, su tutti i marciapiedi», e “L’Osservatore Romano” risponde: «qui, i centimetri corrispondono alla nudità della maggior parte del corpo, e i marciapiedi ai pubblici stadi».

 

4. Per una storia della pudicizia (17 novembre)

In attesa della risposta de “Il Littoriale”, “L’Osservatore Romano” fa in tempo, il 17 novembre, a pubblicare un altro articolo (Dallo stadio di Sparta allo Stadio di Cristo[27], firmato da «F.») che, pur tangenziale rispetto alla polemica, ne nutrirà il filone “classicista”[28]. A suon di citazioni pontificie, l’autore tenta di stilare una storia del «santo culto della pudicizia», tracciando un’analogia fra le antiche martiri cristiane condotte nell’arena del Colosseo e l’attualità, in cui «vediamo anche a giovani cristiane rivolto, e purtroppo talora accolto, l’invito ad esibizioni di forza, anzi di violenza, nei quali non è più possibile parlare di contegno, di verecondia, di dignità e di grazia». Altro punto di contatto con il contemporaneo è l’exemplum classico delle donne “sportive” di Sparta[29], evidentemente così simili a quelle desiderate da Mussolini: «donne vigorose e feconde, e capaci di consegnare lo scudo al figlio che partiva in guerra e dirgli: Ritorna con questo o su questo». Il caso spartano, che arrivava a prevedere l’immoralissima condizione «per cui si vedevano le fanciulle miste ai giovani negli esercizi e nella libertà delle pubbliche palestre», viene tuttavia ricondotto da «F.» alle «specialissime condizioni» storiche della polis greca.

 

5. Le «finalità etiche» dell’«educazione fisica muliebre» fascista (22 novembre)

Si arriva così a Dell’attività sportiva femminile, l’editoriale non firmato de “Il Littoriale” del 22 novembre[30], col quale il Coni, in quanto «Federazione delle federazioni sportive» e soprattutto «strumento di educazione civile» del regime, si sente chiamato a rispondere alle recenti polemiche riguardanti lo sport femminile: l’abbigliamento, il «professionismo», il calcio[31]. In apertura, si dichiara che «l’attività sportiva femminile, in Italia, è stata fino ad oggi mantenuta nei limiti della più scrupolosa decenza: non per un superficiale riguardo a norme tradizionalistiche, ma per una profonda comprensione delle finalità etiche alle quali l’educazione fisica muliebre deve tendere in una nazione quale la nostra». L’apertura mentale delle «responsabili gerarchie sportive» dell’Italia fascista si è infatti sempre accompagnata ad interventi volti a «disciplinare e talvolta incoraggiare certa attività sportiva femminile, purché non inquinasse e degenerasse, come non di rado è accaduto all’estero». È in quest’ottica che va letta la decisione staraciana di non dar vita a una «speciale Federazione sportiva femminile»: non tanto perché «le cultrici italiane degli sports olimpici siano, come effettivamente sono, in numero assai ridotto», bensì perché «non si desidera fomentare una tendenza il cui sviluppo va anzi severamente arginato».

Da qui si passa al vero argomento positivo per il quale il Coni sostiene lo sport femminile: «pur non contrastando il naturale, spontaneo, libero, fiorire di una attività sportiva femminile nostrana, ossequiosa sempre delle norme che il Regime ha dettato per l’educazione civile della donna», esso imprime a tale attività spontanea una ben precisa direzione finalistica, visto che permette solamente «quegli esercizi nei quali, nelle Olimpiadi moderne, sono state con onore ammesse le donne», ossia «alcune prove, proporzionalmente e scientificamente ridotte, di atletica leggera; il fioretto per la scherma; il pattinaggio artistico; la ginnastica collettiva; alcune prove di nuoto; il tennis»[32]. Essendo le Olimpiadi il luogo ove l’Italia può, gareggiando con le altre nazioni, affermare la propria «efficienza» e la propria maturità «sportiva», sarebbe «antitetico» allo stesso «dovere» del Comitato Olimpico impedire l’adeguata preparazione delle azzurre. D’altra parte, il Coni si dichiara ben contento di aver represso – come fatto «recentemente», quando «ha perentoriamente vietato esibizioni pubbliche di calcio femminile, come per il passato ha fatto per il pugilato»[33] – «qualsiasi tentativo sporadico di introdurre in Italia uno “spettacolarismo” sportivo femminile», il quale comunque non avrebbe attecchito presso il «nostro pubblico italiano».

 

6. Un’«onesta intesa» fra Chiesa e Stato contro lo sport femminile? (24 novembre)

Due giorni dopo, “L’Osservatore Romano” si sente in dovere di rispondere a “Il Littoriale” (che aveva dichiarato «la partita» chiusa 12 a 0)[34] con un pezzo firmato da «T.», il giornalista che da qui in poi si occuperà della polemica: Per una possibile intesa sulle attività ginnastiche femminili[35]. Il giornale vaticano richiama «la»[36] Coni a sottomettersi alle auctoritates concordi di Mussolini e di Pio XI, entrambi giustamente contrari – sia «dal punto di vista patrio, nobilmente nazionalistico», sia da quello «spirituale, cristiano, cattolico» – alle gare atletiche femminili pubbliche.

Come può la testata del Coni – si chiede «T.» – non rendersi conto dell’indecenza lapalissiana di quegli «abbigliamenti» e di quegli «esercizi» cui esso stesso ha dato «ispirazione» e di cui esso stesso ha insegnato la «tecnica»? La «pubblica gara» femminile è infatti «tra noi, precisamente, antitetica ai costumi del popolo», la «donna allo stadio» essendo «ciò che a noi è straniero del fatto»; senza parlare poi del «modo», ossia di «abbigliamenti, atteggiamenti, virtualismi e sforzi e mostruosità» delle atlete in questione. Del resto, volendo scimmiottare i paesi stranieri, l’Italia «non avrebbe dovuto nemmeno», a rigor di logica, «decretar l’ostracismo al pugilato ed al calcio» femminili, entrambi praticati all’estero! 

La proposta vaticana, riassunta nella formula «esercizi fisici educativi, senza pubbliche gare e senza tutte le loro varie conseguenze», nasce da un presupposto: «nessuno può sensatamente sostenere che sia necessario, sia imprescindibile allo sviluppo della buona ginnastica e alla stessa maturità sportiva femminile, il concorso, il primato, e persino internazionale in pubblico spettacolo».

 

7. Sportive, e madri dei «conquistatori imperiali del mondo» (30 novembre)

“Il Littoriale” risponde sei giorni dopo con Ancora dell’attività sportiva femminile[37], prima di tutto ribadendo la propria interpretazione lessicale del sostantivo professionismo, inteso come ‘ostentazione’ dal giornale vaticano[38], mentre «per noi sportivi, in argomento sportivo, non ha altro significato che questo: attività sportiva a scopo di lucro». Ricordando come lo sport femminile sia «un fenomeno di carattere e di importanza sociale, proprio del nostro tempo», “Il Littoriale” sottolinea come esso sia ancora «nel suo processo iniziale»: per questo motivo è «suscettibile di assestamento», cosa di cui appunto si occupa il Coni. Riguardo il possibile scandalo sugli spalti, il Comitato («saremo forse degli ingenui») ripone le proprie speranze nella maturità di un pubblico «composto nella sua maggioranza di questa nuova gioventù italiana il cui rispetto verso la donna non è venuto né verrà mai meno, e il cui pudore istintivo e naturale è frutto in gran parte di una non mendace salute, acquistata o restaurata mercé la pratica della educazione fisica»[39]. Del resto, essendo l’Italia, come tanti altri paesi cattolici, uno dei membri della Federazione Sportiva Femminile Internazionale[40], non può certo abolire il «costumino di prammatica» delle atlete, l’unico «che non impacci i movimenti, così come succede per quello specificatamente adatto al nuoto»[41].

Cosa vuole, dunque, “L’Osservatore Romano”? Tornare forse alle Olimpiadi dell’antica Grecia, in cui «erano escluse formalmente le donne», pure come spettatrici?[42] Eppure, ricorda “Il Littoriale”, furono le stesse greche a istituire, in onore di Era, le Eracee, ammettendovi gli uomini come spettatori![43] Se la letteratura greca classica e poi ellenistica sarà costellata di rimpianti per la «negligenza dell’esercizio fisico nella donna», anche i Romani (si noti l’accento natalista!) «dimenticarono» che «dalle Clelie eroiche del tempo dei Re, erano derivate le matrone repubblicane che avevano partorito i conquistatori imperiali del mondo»[44]. Promettendo che il Coni sarà deciso sia nell’allontanare dagli stadi italiani gli «avidi di scandalo», sia di evitare ogni forma di «spettacolismo», l’autore conclude ricordando come l’Italia non possa permettersi di «essere seconda a nessuna Nazione»:

L’educazione fisica, mantenuta nei limiti più scrupolosi, come si addice ad una Nazione, cui religione e senso totalitario dello Stato danno una maturità senza confronti, deve essere coltivata e praticata dalle donne, ed avere anche il suo libero sfogo di gare.

 

8. Il «perfetto accordo» per una donna «cristiana e italiana» (6 dicembre)

Il 6 dicembre è «T.», con Le attività ginnastiche femminili - Discussioni per un’intesa[45], a riprendere in mano la penna. Se è vero – come ammesso dagli stessi giornali laici come “Il Littoriale” e “Lo Schermo Sportivo” – che «in maggioranza sui campi dei ludi femminei, ci si va ancora per ammirare più le forme delle gareggianti, che non la forma intesa in puro senso sportivo»[46], bisognerà allora occuparsi non tanto della parte accidentale della questione (i «costumini di prammatica», definiti «succinti» dalla stessa testata del Coni), bensì di quella sostanziale, ossia le «prove».

Dopo aver ricordato come né gli antichi Greci né tantomeno i Romani «amarono le donne ginnaste, le donne allo Stadio»[47], «T.» ricorda come oggigiorno ci si trovi «in una Nazione di Religione cattolica, in uno Stato il cui senso totalitario» ha lottato «contro “ogni infiltrazione straniera” per salvare il genuino carattere del popolo, per garantirvi la coscienza di un suo sano, autentico, legittimo, doveroso nazionalismo». Per questo, un’Italia cristiana e fascista non può che desiderare ed optare per il «ripudio di ciò che s’usa all’estero, ma che ad essa, alla sua natura, alla sua educazione, alla sua gentilezza non piace, non aderisce, non risponde».

Detto ciò, non per forza il Coni deve «disertare gli esercizi sportivi della donna». Seguendo i due criteri fondamentali (ossia le «esigenze ginnastiche della buona igiene» da una parte, e «il rispetto della modestia e della gentilezza della donna» dall’altra), i quali si possono e si devono «perfettamente armonizzare», basta comprendere come l’«educazione fisica della donna» non debba «per esistere, identificarsi con l’“atletismo” e sboccare nello stadio». Solo così, seguendo «ciò che la morale cristiana, la tradizione, il fascismo, la logica, reclamano insieme, in perfetto accordo», potrà generarsi l’«auspicata intesa».

 

9. Basta processi alle intenzioni: «le cose sono sempre innocenti» (8 novembre)

L’8 dicembre “Il Littoriale” risponde con L’attività sportiva femminile e il nostro compito[48], puntualizzando come, nel caso delle foto pubblicate da “Atletica Leggera”, lo «scandalo» non vada individuato nel fatto stesso delle gare, né nella «posa» catturata dall’obiettivo fotografico, bensì nel «mal gusto» del fotografo, il quale, potendo scegliere, ha deciso di scattare l’istantanea proprio in quel momento[49]. È quindi fuorviante incolpare le sportive di «atteggiamenti» (da loro assunti solo «accidentalmente») tipici piuttosto di coloro che frequentano le «sale da ballo», le «spiagge di moda» e le «sale di “varietà”»[50]: si tratta piuttosto, in loro, «di movimento, di azione, di slancio, di atti insomma così rapidi e spontanei da non poter provocare che sentimenti di grazia e di giocondità in chi vi assista senza dubbi preconcetti»[51]. Non viene esclusa la possibilità che sugli spalti delle gare femminili si annidino «i malati» e i «viziosi», bollati tutti quanti come «antisportivi», uomini che, volendo «sorprendere alcunché di visto e non visto (e spesso soltanto di “immaginato”) che satolli la loro disgraziata umanità», purtroppo «si infiltrano dappertutto», non solo allo stadio ma persino «nella Casa di Dio». Piuttosto, a tale genia viene contrapposta la «stragrande maggioranza di sportivi e di italiani», i quali «assai si scandalizzerebbero domani, se in questa Italia Fascista, sanissima nel corpo e nello spirito, si abolissero le gare femminili di atletica leggera solo per il sospetto che il popolo italiano non sia così saldo di nervi e maturo di coscienza da potervi assistere senza cadere nella foschia dei più viziosi pensieri». Insomma, ricorda sarcasticamente “Il Littoriale” al proprio interlocutore vaticano: «lo scandalo – così ci hanno insegnato fin da piccini – non sta nelle cose, ma nel criterio, nelle abitudini, nella mala coscienza di chi le osserva e giudica: le cose sono sempre innocenti». Le vere questioni di cui discutere sono per “Il Littoriale” non le «istantanee» o chi «se ne scandalizzò», quanto piuttosto quella «scientifica» («se quegli esercizi fisici siano nocivi alla salute ed alla grazia muliebre, e quel che più conta, alla maternità») e quella «morale» («se quelle esibizioni siano dannose alla morale del popolo italiano, sia nelle giovinette che le praticano, sia negli spettatori che vi assistono»).

 

10. «La discussione dovrebbe essere chiusa» (12 dicembre)

Il 12 dicembre «T.», pensando di chiudere definitivamente la «discussione», incomincia il suo Le esibizioni ginnastiche femminili[52] facendo notare al proprio interlocutore che, se ammette la necessità, per lo svolgimento delle «prove», dei «costumini succinti», allora deve necessariamente condannare «le prove, e non solo la malizia del fotografo né delle Riviste» – biasimate perché «si dicono ufficiali»[53] e pubblicano lo stesso le foto incriminate[54].

Se, riguardo la «questione scientifica», «T.» afferma che «ci rimettiamo completamente alla scienza», egli si prende più spazio per quella «morale», partendo dallo «scandalo», avvertito non solo dai «reverendi» ma anche dagli stessi «sportivi», come i giornalisti de “Lo Schermo Sportivo”. Esso, infatti, si genera nei petti non solo degli «spettatori» presenti sugli spalti, ma anche in quelli del «popolo», costretto a vedere «la donna, la giovanetta – colei che esso scorge illuminata dall’aureola di madre, di sposa, di figlia – esposta, in costumini succinti, a “prove” che offrono agli obbiettivi fotografici e... umani, atteggiamenti e pose suscettibili di biasimo». La giovinetta italiana viene così allontanata «da quell’educazione cristiana, cui attinge il costume della Nazione, e che ispira o spira riserbo, pudore, discrezione, “onestà” persino in quel senso umanistico della parola, che il divino poeta usò per la sua donna, non certo vista o immaginata in quel tal costumino, al salto, al nuoto, in corsa, al lancio del giavellotto». “Il Littoriale” parla a vanvera di «agire anzitutto sull’animo degli spettatori per sgombrarne la malizia», giacché «quel gran santo e quel grande italiano ch’è Filippo Neri, ci ammonisce che anzitutto bisogna toglierne l’occasione». Nell’ultimo paragrafo, “L’Osservatore Romano”, rivendicando il valore di una battaglia per la morale che non è solo italiana (perché «la morale nostra è cattolica, cioè mondiale»), richiama il Coni al suo dovere nazionale:

non è ragionevole, né fascista, fare alcun che, soltanto, perché lo fanno gli altri. Per questa strada all’Italia, e al regime giungerebbero, e non certo per la Via dei Trionfi, ben altri ospiti, ben altri istituti che specialmente svoltando a sinistra intralcerebbero corto il cammino della Patria sulla... Via dell’Impero. [...] È il mondo che guarda all’Italia o l’Italia che guarda al mondo? Con tale domanda non c’è dubbio che la discussione dovrebbe essere chiusa[55].

 

11. La fine del primo tempo

La questione, tuttavia, non si chiude affatto: non solo perché, lo stesso 12 dicembre, “Il Littoriale” pubblica le Impressioni e considerazioni sullo sport femminile di ragazze fasciste e cattoliche d’una città lombarda (ossia la lettera di «un gruppo di Giovani Italiane di una città lombarda»)[56], ma anche perché l’indomani, mentre finisce di battagliare col giornale vaticano, «T.» – col suo L’educazione fisica della donna[57] – chiama in causa “Il Resto del Carlino”. Bisognerebbe poi considerare le risposte a scoppio ritardato delle altre testate citate da “L’Osservatore Romano”, come quella dello “Lo Schermo Sportivo”[58], e soprattutto quella di “Atletica Leggera”. La rivista della Fidal deciderà infatti di rispondere alle accuse vaticane in una maniera abbastanza pittoresca eppure indubbiamente efficace, pubblicando[59] cioè foto di ex-atlete italiane (Bruna Pizzini, Ninì Bordoni in Bay, Vittorina Vivenza in Devoti[60] e Alice Bigatto in Oldani), le quali, appese le scarpette al chiodo, sono diventate «buone spose ed ottime madri», come evidente dall’ostensione stessa, negli scatti, della prole in carne ed ossa[61]. Tuttavia, nelle intenzioni de “L’Osservatore Romano”, quella del 12 dicembre rappresenta una cesura netta, la conclusione di un duello che riprenderà, con altri attori, nel 1934, quando il giornale vaticano incrocerà la propria lama con quella de “La Domenica Sportiva”[62].

 

12. Conclusioni: guerre verbali maschili su pratiche sportive femminili

Al pari di quella combattuta lungo tutto il 1933 riguardo al calcio femminile[63], anche la polemica autunnale fra “L’Osservatore Romano” e “Il Littoriale” si configura come vera e propria “guerra verbale” sullo sport femminile: un conflitto ideologico cioè che, per essere combattuto, necessitava di un campo di battaglia lessicale comune, ossia di un set di parole-chiave sportive semanticamente condivise, oppure (come nel caso del sostantivo professionismo) da condividere meglio, puntualizzandone il significato. Una lingua “dello”, o meglio “sullo” sport femminile; giacché – come quasi sempre, in quegli anni – furono gli uomini a prender la parola, senza degnarsi di interpellare le dirette interessate. Di quelle giovani donne ci rimangono, nelle fotografie, i corpi, ma pure gli sguardi, sofferti, tesi, spesso sorridenti, come di chi, mentre i maschi discutono, prova a ritagliarsi, attraverso la pratica sportiva, un piccolo spazio di libertà e di espressione personale, nonché collettiva.


Note

1 Le trascrizioni di tali articoli (segnalati con un asterisco fra parentesi quadre) vengono messe a disposizione all’interno della versione aggiornata del Corpus su Donne, Calcio e Sport in Italia (1933 ca.), http://bit.ly/2XOrE5R. Per visionare le fotografie del 1933 citate, vedi la gallery http://bit.ly/2mtCMak.

2 Vedi, ad esempio, Felice Fabrizio, Sport e fascismo: la politica sportiva del regime, 1924-1936, Rimini-Firenze, Guaraldi, 1976, p. 124; Rosella Isidori Frasca, L’educazione fisica e sportiva per la “preparazione materna”, in Marina Addis Saba (a cura di), La corporazione delle donne. Ricerche e studi sui modelli femminili nel ventennio fascista, Firenze, Vallecchi, 1988, p. 281.

3 Elisabetta Mondello, La nuova italiana. La donna nella stampa e nella cultura del ventennio, Milano, Editori Riuniti, 1987, p. 125.

4 Sul fatto che l’immagine della donna sportiva venisse avvertita come straniera, e più specificatamente americana, vedi Marco Giani, Ondina e le ondine. Questioni di raffigurazione (verbale e iconografica) della donna sportiva nell’Italia fascista (1933 ca.), in “Italianistica Debreceniensis”, 24 (2018), pp. 140-160, http://bit.ly/2Ruv8Ig.

5 Roberta Rodolfi, Le italiane e lo sport negli anni del fascismo. Alfonsina Strada, Ondina Valla, le “orvietine”, in “Società Donne & Storia”, I (2002), pp. 107-176: 107; Riccardo Grozio, Mass-media, propaganda e immaginario durante il fascismo, in Maria Canella, Sergio Giuntini (a cura di), Sport e fascismo, Milano, Franco Angeli, 2009, pp.181-196: 190-191.

6 Così infatti viene definito dal suo avversario: «esponente giudizioso» della «opinione» dei «benpensanti» italiani (Ancora dell’attività sportiva femminile, in “Il Littoriale”, 30 novembre 1933, p. 1 [*]).

7 Tale l’impressione che si ricava dalla testimonianza di un’adolescente dell’epoca, poi partigiana cattolica: vedi Walter Crivellin (a cura di), Cattolici, Chiesa, Resistenza. I testimoni, Bologna, Il Mulino, 2000, p. 264. Visto il ruolo delle testate, gli interventi di tutte le altre testate saranno dati non a testo, bensì in nota.

8 Tale doppia motivazione per la promozione dello sport femminile sarà ravvisabile, anni dopo, in un articolo di Bruno Zauli (giustamente definito «una specie di manifesto politico dello sport fascista»), su cui vedi Sergio Giuntini, Storia agonistica, sociale e politica dell'atletica leggera italiana, Roma, Aracne, 2017, p. 111.

9 Enrico Landoni, Gli atleti del Duce. La politica sportiva del fascismo (1919-1939), Milano-Udine, Mimesis, 2016, p. 185.

10 “Lo Schermo Sportivo", 28 dicembre 1933, p. 1 [*].

11 “L’Osservatore Romano”, 6-7 novembre 1933, p. 2 [*].

12 Per la fotografia, vedi “Giornale di Genova”, 31 ottobre 1933, p. 6 [*]; “La Gazzetta dello Sport”, 1 novembre 1933, p. 5 [*].

13 Il carattere coercitivo è ribadito anche in “L’Osservatore Romano”, 15 novembre 1933, p. 2 [*], contestato in “Il Littoriale”, 22 novembre 1933, p. 1 [*].

14 “L’Osservatore Romano”, 6-7 novembre 1933, p. 2 [*].

15 Su questa squadra, vedi http://bit.ly/2J3LqUO.

16 Per un profilo del pensiero sportivo di Pio XI, appassionato alpinista ma al contempo fiero oppositore dello sport femminile praticato in pubblico, vedi Dries Vanysacker, The Attitude of the Holy See toward Sport during the Interwar Period (1919-39), in “The Catholic Historical Review”, 101 (2015), pp. 794-808: 799-800. Per una panoramica del rapporto fra cattolici e sport durante il Ventennio, vedi Daniele Bardelli, Lo sport come apprendistato civile, in Maria Bocci (a cura di), Non lamento, ma azione: i cattolici e lo sviluppo italiano nei 150 anni di storia unitaria, Milano, Vita & Pensiero, 2013, pp. 93-123.

17 “L’Osservatore Romano”, 11 novembre 1933, p. 2 [*].

18 “Il Lavoro”, 9 novembre 1933, p. 6 [*] (ma vedi anche la giustificazione pubblicata l’indomani: “Il Lavoro”, 10 novembre 1933, p. 6 [*]); la stessa foto fu pubblicata in: “Giornale di Genova”, 9 novembre 1933, p. 6 [*].

19 Sulle smorfie degli sportivi e delle sportive, vedi il curioso La smorfia negli sport, in “Excelsior”, 28 giugno 1933, p. 13 [*].

20 Su tale incontro, svoltosi a Udine l’8 ottobre 1933, vedi http://bit.ly/2RznufH.

21 Per un esempio giornalistico dell’esemplarità patriottica della padovana di ascendenza armena Vittoria Aganoor (1855-1910), vedi “La Donna Italiana”, febbraio 1933, p. 106-109.

22 “L’Osservatore Romano”, 15 novembre 1933, p. 2.

23 Il quale commentava a sua volta il pezzo de “L’Osservatore” del 6 novembre.

24 Sia “Il Mezzogiorno Sportivo” sia “Lo Schermo Sportivo” si dichiarano a favore della «morigerata, esteriormente, pallacanestro» (“Lo Schermo Sportivo”, 21 novembre 1933, p. 3 [*]. Sulla gonna indossata all’epoca dalle cestiste, vedi Marco Giani, Le nere sottanine e la congiura del silenzio: lingua e immagini nelle polemiche giornalistiche sul “Gruppo Femminile Calcistico” milanese (1933), in “Lingue e Culture dei Media”, v. 1, n. 2 (2017), https://doi.org/10.13130/2532-1803/9346, pp. 1-47: 23-24.

25 Per tale giudizio negativo sulla boxe, vedi Antonella Stelitano e Alejandro Mario Dieguez, Un’arte nella quale l'intelligenza trionfa sulla forza. Il dibattito sulla moralità della boxe da Pio X a Pio XII, in “Quaderni della Società Italiana di Storia dello Sport”, 6 (2016), pp. 37-46.

26 Per la condanna del 1928 e il riferimento al paganesimo, vedi Vanysacker, The Attitude of the Holy See toward Sport during the Interwar Period (1919-39), cit., p. 802.

27 “L’Osservatore Romano”, 17 novembre 1933, p. 3 [*].

28 Sull’anacronismo sotteso alla comparazione fra lo sport greco e romano e quello occidentale degli ultimi due secoli, vedi Guido Panico, La storiografia dello sport in Italia: gli inizi (1983-1996), in Saverio Battente (a cura di), Sport e società nell’Italia del ‘900, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2012, pp. 11-24: 13-14.

29 Su cui vedi Marco Martini, Correre per essere: origine dello sport femminile in Italia, Roma-Firenze, Associazione italiana cultura sport-Archivio storico atletica italiana, 1996, p. 22.

30 “Il Littoriale”, 22 novembre 1933, p. 1 [*].

31 Sul ruolo decisivo di questo editoriale per la repressione del nascente calcio femminile italiano, vedi Marco Giani, «Amo moltissimo il giuoco del calcio». Storia e retorica del primo esperimento di calcio femminile in Italia (Milano, 1933), in “La Camera Blu”, 17 (2017), https://doi.org/10.6092/1827-9198/5395, p. 396-397.

32 In questo passaggio, l’avverbio «scientificamente» ha lo stesso valore semantico dell’aggettivo «razionale», su cui vedi ivi, p. 392.

33 Per una rassegna di giudizi negativi italiani sul pugilato femminile durante il Ventennio, vedi Gianni Rossi, Parte Prima. Alla ricerca dell’uomo nuovo, in Atleti in camicia nera: lo sport nell'Italia di Mussolini, Roma, Volpe,1983, pp. 15-66: 60.

34 “Il Littoriale”, 22 novembre 1933, p. 1 [*].

35 “L’Osservatore Romano”, 24 novembre 1933, pp. 1-2 [*].

36 Una forma femminile denotante l’ignoranza sul reale significato della sigla, che verrà poi irrisa da “Il Littoriale”.

37 “Il Littoriale”, 30 novembre 1933, p. 1 [*].

38 “L’Osservatore Romano”, 24 novembre 1933, pp. 1-2 [*].

39 Ibid.

40 In aprile la FSFI aveva celebrato a Roma, col pieno sostegno del regime, il proprio congresso: vedi http://bit.ly/2KAw5hJ.

41 Si ricordi che nel 1929, in occasione di una polemica giornalistica ordita dalla stampa cattolica, Leandro Arpinati non aveva esitato ad utilizzare la figlioletta Giancarla (8 anni) per rispondere sarcasticamente alle critiche ricevute per aver tentato di diffondere in Italia il nuoto femminile: vedi “Il Littoriale”, 22 marzo 1929, 3, http://bit.ly/2mlXMzT.

42 Su tale divieto, vedi Martini, Correre per essere, cit., p. 21.

43 Sulle Eracee, vedi ivi, p. 19.

44 Sulla ripresa fascista di Clelia come proto-nuotatrice, vedi Marco Giani, Nuotare con Clelia, correre con Atalanta, giocare a palla con Nausicaa: Il riutilizzo di figure classiche nelle polemiche sullo sport femminile nell’Italia fascista degli Anni Trenta, in “Litera”, 28 (2), pp. 163-184, https://doi.org/10.26650/LITERA2018-0009.

45 “L’Osservatore Romano”, 6 dicembre 1933, p. 1 [*].

46 “Lo Schermo Sportivo”, 21 novembre 1933, p. 3 [*].

47 Le Eracee vengono ricondotte alla civiltà greca arcaica, non classica, e l’esempio di Clelia ad una Roma pagana che l’Italia cattolica può e deve lasciarsi alle spalle. In “Il Littoriale”, 8 dicembre 1933, p. 1 [*] si risponderà che Clelia va accomunata e non contrapposta alle «madri dei Gracchi, degli Scipioni, di Cesare», le quali, continuando il suo esempio, «partorirono i conquistatori imperiali del mondo». La testata vaticana controbatterà ricordando come il fatto che, pur senza «continuare le “prove” delle Clelie», la «virtù» dei «parti eccezionali» delle donne romane prima e italiane poi sia rimasta «integra» (“L’Osservatore Romano”, 12 dicembre 1933, p. 2 [*]).

48 “Il Littoriale”, 8 dicembre 1933, p. 1 [*].

49 Come contro-esempio ipotetico, “Il Littoriale” immagina che un malizioso fotografo possa fare lo stesso con una pellegrina impegnata nell’ascesa in ginocchio della Scala Santa, luogo che, in quell’Anno Santo straordinario, stava avendo una grande visibilità mediatica (vedi, ad esempio, “Cordelia”, Marzo 1933, 127-128). Per la piccata risposta all’esempio, vedi “L’Osservatore Romano”, 12 dicembre 1933, p. 2 [*].

50 Vedi anche Giani, Amo moltissimo, cit., p. 394.

51 In “L’Osservatore Romano”, 12 dicembre 1933, p. 2 [*] si risponderà che tali sentimenti, se smascherati, si rivelerebbero piuttosto come «grazia di viragini» e di «giocondità volgare».

52 “L’Osservatore Romano”, 12 dicembre 1933, p. 2 [*].

53 Su questo status della rivista della FIDAL, vedi “Atletica Leggera”, 15 gennaio 1933, p. 3.

54 Sul fatto che i cattolici dell’epoca invitassero il regime a modellare, «con gli strumenti coercitivi del potere», una stampa italiana «conforme alle regoli morali cattoliche», vedi Daniele Menozzi, Stampa cattolica e regime fascista, in “Storia e problemi contemporanei”, XVI (2003), pp. 5-20: 18.

55 Sulla connessione fra corpo femminile e Impero, vedi Rodolfi, Le italiane e lo sport negli anni del fascismo, cit., p. 157.

56 “Il Littoriale”, 12 dicembre 1933, p. 3 [*]. Su questa appendice della polemica, che “L’Osservatore Romano” liquiderà velocemente, vedi Marco Giani, “Cattoliche, fasciste e sportive”: una testimonianza sulla pratica sportiva femminile (1933), in “Olimpia”, I, 2-3 (dicembre 2017/giugno 2018), http://bit.ly/2vilWg0, pp. 59-108.

57 “L’Osservatore Romano”, 13 dicembre 1933, p. 2.

58 “Lo Schermo Sportivo”, 28 dicembre 1933, p. 1 [*].

59 “Atletica Leggera”, 15 dicembre 1933, p. 15 [*]; “Atletica Leggera” 15 gennaio 1934, p. 11 [*].

60 Sposatasi a soli 19 anni, ritirandosi conseguentemente dall’attività agonistica fra molti rimpianti dell’ambiente, la Vivenza darà alla luce ben 9 figli: vedi Giuntini, Storia agonistica, sociale e politica dell'atletica leggera italiana, cit., pp. 103-104.

61 Rossi, Parte Prima, cit., p. 65. La stessa strategia, appena utilizzata per l’aviatrice Carina Massone Negrone, interesserà, qualche anno dopo, Ondina Valla: vedi Gigliola Gori, A Glittering Icon of Fascist Feminity: Trebisonda “Ondina” Valla, in J. A. Mangan, Fan Hong (a cura di), Freeing the Female Body. Inspirational Icons, London-Portland, Frank Cass, 2003, pp. 174-194: 192.

62 Su questa nuova polemica, vedi Rossi, Parte Prima, cit., p. 58; Gori, A Glittering Icon of Fascist Feminity, cit., p. 190; Vanysacker, The Attitude of the Holy See toward Sport during the Interwar Period (1919-39), cit., pp. 805-806.

63 Giani, Le nere sottanine e la congiura del silenzio, cit.