Come citare questo articolo: , Sbandare in curva. Note a margine del film «Ultras» di Francesco Lettieri, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 4 (2020) []. https://rivista.clionet.it/vol4/societa-e-cultura/sport/menzani-sbandare-in-curva-note-a-margine-del-film-ultras-di-francesco-lettieri. Ultimo accesso 13-08-2020.

Lo Stato ha fatto una legge, che dice allo sbirro così:
appena incontri un tifoso, arrestalo e portalo qui.
Appena arrivati in Questura, lo sbirro tremare dovrà,
la legge non ci fa paura, lo Stato non ci fermerà.
Infatti non ci fermeremo, la vita dell’ultras si sa,
conosce soltanto due leggi: coerenza e mentalità[1].

Nel marzo del 2020 è uscito il film Ultras, di Francesco Lettieri, primo lungometraggio di un regista reso noto dai videoclip musicali. La pellicola sarebbe dovuta arrivare nelle sale cinematografiche il 9 marzo, per restarci tre giorni, ma il lockdown imposto dall’epidemia di coronavirus ha dirottato il film su Netflix, dove è stato disponibile dal 20 marzo[2].

Non sono un esperto di cinema e questa non è una recensione al lavoro di Lettieri. In passato, mi sono occupato di storia del tifo organizzato[3] – così come questa rivista ha già trattato l’argomento[4] – e vorrei entrare nel merito di una pellicola che, per la prima volta, approfondisce la dimensione diacronica degli ultras. Si tratta di un film – non un docufilm o un documentario[5] –, che racconta il mondo delle curve calcistiche, in questo caso di quella del Napoli. La trama propone vari intrecci – una storia d’amore, dei rapporti di amicizia, la relazione genitore-figlio –, ma è una narrazione che, a partire dal titolo stesso, è incentrata sul tifo organizzato.

Non è certamente il primo film sugli ultras – ricordiamo fra gli altri Ultrà (1991, di Ricky Tognazzi), Hooligans (1995, di Philip Davis), The Football Factory (2004, di Nick Love), Hooligans (2005, di Lexi Alexander), Cass (2008, di Jon S. Baird), Hooligans 2 (di Jesse V. Johnson), L’ultimo ultras (2009, di Stefano Calvagna), The Firm (2009, di Nick Love), Awaydays (2010, di Pat Holden) – ma è finora l’unico che presenta il tifo organizzato in una prospettiva storica, ovvero come il prodotto di una stratificazione generazionale.

Spesso gli ultras vengono raccontati in maniera stereotipata, quale «microcosmo a parte» fatto di codici comportamentali, violenza, estremismo, bandiere e fumogeni. In realtà, si tratta di un contesto che in oltre mezzo secolo di storia ha subito una profonda evoluzione, con cambiamenti anche importanti. E il film di Lettieri coglie molto bene questo aspetto, presentandoci un contesto di curva che rimanda a questo trascorso storico.

In questo contributo si vuole approfondire tale aspetto, anche in relazione alla storia specifica della curva del Napoli e al dibattito suscitato dall’uscita del film. Il tifo organizzato è un fenomeno che nacque nel calcio inglese a cavallo fra anni cinquanta e sessanta. Da quelle prime e pionieristiche esperienze si sarebbe esteso alla stragrande maggioranza dei campionati di calcio. Oggi, alcuni milioni di persone in tutto il mondo – principalmente giovani o giovanissimi – si riconoscono a vario titolo nella cultura ultras, e contribuiscono all’esistenza di reti relazionali formali o informali che intersecano vari ambiti della società civile[6].

A prescindere dalla massa critica, oggettivamente rilevante, ciò che sorprende di questo fenomeno è soprattutto il suo essere il prodotto di un’aggregazione spontanea e autogestita, che trova un proprio percorso di sviluppo al di fuori delle istituzioni, anzi talvolta contro le istituzioni. La mancanza di strutture apicali o di drive globale del movimento ultras fa sì che questo appaia effettivamente disarticolato e complesso, e in questo senso – paradossalmente – democratico e partecipato, nonostante i modelli di riferimento culturale siano prevalentemente estremisti o di esaltazione delle logiche di leadership[7].

La caratteristica essenziale che distingue gli ultras dai normali tifosi è il loro riconoscersi in una struttura gerarchica e organizzata, che va ben oltre gli incontri sportivi domenicali, ma che sopravvive durante la settimana. In questo senso, l’essere ultras è un modus vivendi all’interno di un gruppo, con un modello culturale egemone ed unificante, un proprio codice d’onore e un comportamento che tende ad essere coerente con le regole di questa comunità. Il principale tratto distintivo è un’inclinazione alla violenza, che porta i gruppi rivali a cercare lo scontro, con azioni premeditate che in molti casi trovano attuazione al di fuori degli stadi, nelle zone limitrofe, presso le stazioni ferroviarie, ai caselli o nelle aree di servizio delle autostrade[8].

La sociologia – ed in misura minore altre discipline – hanno dedicato un’ampia messe di studi a questo fenomeno, con l’intento di arrivare a conoscerlo in profondità, per comprendere le cause di questi comportamenti e per proporre delle possibili soluzioni[9]. Paradossalmente, però, i risultati della comunità scientifica appaiono nettamente divergenti dai giudizi e dai pregiudizi che i mass-media hanno trasmesso all’opinione pubblica, e anche dall’approccio istituzionale a questo fenomeno. Il giornalismo sportivo – a prescindere da qualsiasi tentativo di spiegare le radici dei comportamenti violenti del tifo organizzato – è solito separare gli ultras dai «veri tifosi», per poi dipingerli come un branco di fascisti che si danno appuntamento la domenica per sfogare i propri istinti violenti, con risse, atti vandalici, cori beceri e striscioni razzisti[10].

Questo stereotipo, avulso da qualsiasi contestualizzazione, porta poi a giudizi morali particolarmente severi e sbrigativi, per cui gli ultras sarebbero degli idioti, che con il loro comportamento ignorante e animalesco infangano il buon nome della propria città e della propria squadra. In parallelo, a livello istituzionale, il fenomeno è stato percepito come un problema di ordine pubblico, da gestire con interventi sempre più repressivi – dalla militarizzazione degli incontri sportivi, con numerosi ed onerosi spiegamenti di forze dell’ordine, alle diffide, ai biglietti nominali, alla tessera del tifoso –, senza che mai vi fosse l’intento di considerare il tifo organizzato una questione sociale, da trattare conseguentemente con altri strumenti e politiche[11].

Senza volersi addentrare troppo in profondità nella messe di studi scientifici dedicati al movimento – che si accompagnano ad una ricca produzione di memorialistica –, è opinione abbastanza condivisa che il fenomeno ultras sia il prodotto delle profonde trasformazioni della società occidentale europea del secondo Novecento. In questo senso, però, gli ultras non appartengono socialmente ad un retroterra di emarginazione o di depravazione socio-economica – come immagina l’opinione pubblica – ma, pur se hanno principalmente un’estrazione proletaria o piccolo borghese, sono socialmente abbastanza integrati, anche se in una società in rapida trasformazione e caratterizzata da diverse fratture.

Di qui, la ricerca del gruppo, dell’identità, ma anche della violenza come espressione di uno stile ribelle ed antisociale, con tratti di macismo[12]. Quindi, il tifo organizzato si inscrive in quell’evoluzione della società europea che, con la crisi della religione e delle grandi culture politiche, muove verso l’«atomizzazione», attraverso la creazione di piccole comunità[13]. Il giovane che assume il ruolo di ultras «trova un’identità già predisposta, con un corredo di norme, valori, sensazioni, credenze, ragioni e modelli d’azione», che gli forniscono una «reputazione» – quale è «l’esibizione di qualità virili» – e un’identità di adulto, che derivano dall’essere accettato e «approvato dall’intero gruppo»[14].

Lo sguardo di Lettieri su questo mondo ha la capacità di cogliere queste sfumature, evitando gli stereotipi più comuni, così come giudizi morali severi e pure una identificazione acritica in questo stile di vita. I personaggi del film appartengono a tre diversi ambiti generazionali. Il primo è quello dei leader storici, come il protagonista Sandro il Mohicano o l’amico Barabba, ovvero dei cinquantenni che hanno fondato il gruppo, custodi della memoria e colpiti dai «daspo»[15], e come tali rispettati. Poi c’è la generazione dei trentenni, come il Gabbiano e Pequeño, che hanno risalito la gerarchia della curva e che cercano maggiori spazi e ulteriore visibilità. E infine c’è il gruppetto dei giovanissimi, non ancora maggiorenni, affascinato da questo mondo e desideroso di farne parte; fra loro spicca Angelo, il cui fratello maggiore, Sasà, è morto in uno scontro con la tifoseria della Roma.     

Francesco Lettieri entra nelle dinamiche controverse di questi rapporti generazionali fra ultras, affrescando le principali caratteristiche: il volersi accreditare all’interno della curva, la trasmissione educativa dai vecchi ai giovani, la scissione all’interno di un gruppo, il denominatore comune della fratellanza e della fede calcistica. Proviamo ora a traslare tutto ciò nella periodizzazione che segna la storia del tifo organizzato, anch’essa divisibile in tre momenti, ma sfasati rispetto alle generazioni del film.

Il primo periodo del tifo organizzato è quello della «creazione dell’identità», che va dalle origini alla fine degli anni settanta ed è caratterizzata dalla costruzione di questa subcultura. Ai suoi albori, il tifo organizzato italiano si mescolò con pulsioni tipicamente giovanili, dall’abuso di alcool e stupefacenti, all’antagonismo politico tipico di quegli anni, fino alla esaltazione di rivalità campanilistiche sedimentate nel tempo[16]. In tutte le grandi città italiane e un buon numero di quelle che giocavano in centri di medie dimensioni si formarono i primi gruppi ultras, che sedevano nei settori più popolari, le curve, e che iniziavano ad organizzarsi per andare sistematicamente in trasferta. In tutto ciò si venne a creare un sistema di rivalità e gemellaggi che avrebbe condizionato le fasi successive, in un complicato sistema di alleanze e di odi reciproci[17]. Tra la fine degli anni sessanta e l’alba degli ottanta, il movimento ultras italiano pose le basi del proprio modo di essere.

I protagonisti di questa fase pionieristica nel film di Lettieri sono assenti. Il gruppo ultras del film, gli Apache, appare il prodotto della scansione cronologica successiva, quella che occupa tutti gli anni ottanta e metà degli anni novanta, definita della «degenerazione violenta», durante la quale il fenomeno del tifo organizzato assunse proporzioni stupefacenti, e provocò una risposta istituzionale senza precedenti.

Gli scontri fra opposte tifoserie divennero molto più frequenti. Di qui la rigida divisione delle tifoserie all’interno dello stadio e un più marcato ruolo delle forze dell’ordine a presidiare le partite. In questa maniera, gli «ospiti» erano relegati in uno spicchio di gradinate circondato da cancelli e barriere, che impedivano loro di organizzare assalti ai rivali e che li difendevano nel caso fossero stati i supporters di casa a cercare lo scontro. Questa costrizione ebbe l’effetto di allargare il teatro delle violenze al di fuori degli stadi, nelle aree adiacenti o nelle stazioni ferroviarie. E il crescente impiego delle forze dell’ordine ubbidì alla necessità immediata di evitare ulteriori degenerazioni e violenze che potessero coinvolgere anche estranei, anche se non sempre sortì gli effetti sperati.

Una prima profonda trasformazione interessò la cultura ultras: lo spirito ribelle e vagamente anarchico delle origini era sconfinato in una organizzazione quasi paramilitare. Contemporaneamente, le forze dell’ordine – che negli anni settanta avevano avuto un compito più che altro di routine – venivano sempre più chiamate a svolgere un ruolo di contrasto della violenza, anche con metodi a tratti discutibili. E così lo stadio diventò un contesto sempre più pericoloso e militarizzato, che generava preoccupazione e timori nell’opinione pubblica[18].

La fase successiva – dalla metà degli anni novanta in poi – è quella di una risposta istituzionale al tifo organizzato esclusivamente di carattere repressivo, senza alcun tentativo di interventi di carattere sociale, per cercare di separare l’aggregazione giovanile – che di per sé è un fatto positivo – dalla deriva sempre più violenta e delinquenziale, che contraddistingueva molti gruppi ultras. Lo Stato cercò di smantellare il tifo organizzato, con operazioni di carattere preventivo, come le perquisizioni, le scorte per le trasferte, il biglietto nominale e l’introduzione del daspo[19]. Ciò finì per colpire i leader storici dei gruppi organizzati e per lasciare più spazio alle seconde linee, ovvero a quelle che nel film sono impersonate dal Gabbiano e da Pequeño. Inoltre i gruppi dovettero fare i conti con la ritorsione, per cui a uno scontro con la tifoseria avversaria poteva seguire una partita a porte chiuse o un divieto di trasferta per un certo numero di giornate.

Rispetto a ciò, maturò spesso una diversità di opinioni tra i leader storici della curva e i giovani scalpitanti. Mentre questi ultimi si autorappresentavano come «duri e puri», i più esperti erano inclini a notare come l’incremento dei comportamenti deprecabili da parte degli ultras fosse all’origine della «repressione», ossia di una serie di provvedimenti che miravano alla cancellazione della cultura di curva. Se in precedenza i carabinieri e i poliziotti erano visti come dei semplici antagonisti, perché cercavano di evitare gli scontri fra opposte tifoserie, ora venivano percepiti  come l’articolazione di uno Stato che si era dato il compito di ridimensionare o addirittura azzerare gli ultras[20].

Di qui, una ulteriore trasformazione del tifo organizzato, attraverso una presa di coscienza e un maggiore dialogo fra le curve italiane, divise da odi e rivalità, ma unite nel condannare la politica repressiva del governo[21]. La seconda metà degli anni novanta e il primo decennio del XXI secolo furono proprio caratterizzati da questo «fare rete» degli ultras, reso possibile anche da nuovi mezzi di comunicazione di massa come internet[22]. Al di fuori del paradigma della violenza, la rinnovata capacità di dialogare fra le curve ha consentito ai tifosi organizzati di additare alcuni punti critici del sistema calcio all’attenzione dell’opinione pubblica. Vale a dire che l’evoluzione che il business sportivo stava subendo in quei frangenti venne considerata in termini soprattutto negativi, sintetizzati dallo slogan «Odio eterno al calcio moderno». L’obiettivo polemico principale era l’accresciuto ruolo delle pay-tv, che rappresentavano uno degli introiti più consistenti per le società sportive, e che di conseguenza avevano il potere di condizionare il mondo del pallone[23]. Nel lavoro di Lettieri è la frangia storica degli Apache a essere interprete di questa visione.

Il gruppo di ragazzini incentrato su Angelo è la terza generazione di ultras del film: giovanissimi e tifosi del Napoli, appaiono affascinati dall’universo codificato della curva partenopea. Rappresentano il contesto attuale, ovvero una fase non ancora parte della storia, ma certamente della cronaca. Il fatto principale della storia recente del tifo organizzato partenopeo è la morte di Ciro Esposito, avvenuta il 25 giugno 2020, dopo quasi due mesi di agonia, per via di un ferimento a colpi d’arma da fuoco. Il 3 maggio il Napoli giocava la finale di Coppa Italia, a Roma contro la Fiorentina. In quell’occasione, un gruppo di ultras del Napoli, che percorreva via Tor di Quinto in direzione dello stadio, incrociò un gruppetto di supporters romanisti, che sembra si fosse dato appuntamento in quel luogo per orchestrare un agguato. Ne nacque una colluttazione, durante la quale Daniele De Santis estrasse una pistola e sparò, ferendo tre napoletani. Ciro Esposito fu quello colpito in modo più grave, tanto che come detto sarebbe deceduto dopo un lungo ricovero ospedaliero.

Di tutto questo nel film Ultras non si parla, ma vi si fa un accenno indiretto, nel momento in cui si dice che il fratello maggiore di Angelo è morto in uno scontro coi romanisti. La madre di Ciro Esposito ha criticato duramente il lavoro di Lettieri:

In questo film si è superato il limite: i riferimenti alla storia di mio figlio sono così espliciti, che non posso tacere. La narrazione, anche solo del trailer, è un’offesa nei confronti di Ciro. […] Ciro non è mai appartenuto a quel mondo che viene descritto nel film, ma soprattutto non ci identifichiamo nei sentimenti e nei messaggi che vengono promossi: mio figlio è morto per un deliberato atto di violenza[24].

A questa presa di posizione si è aggiunta quella dell’avvocato della famiglia, Angelo Pisani, che aveva seguito la vicenda processuale:    

Del calcio, dei tifosi e dello sport ho un altro tipo di idea, ho un’idea solare e positiva, di aggregazione, di valori, non i valori che si vogliono attribuire in questo film. […] Parliamo di un mondo dove esistono sia valori positivi e persone eccellenti, sia qualche mela marcia. Ma questo succede in tutte le categorie, anche tra avvocati, magistrati e giornalisti. L’idea delle curve come un mondo di violenza è un messaggio sbagliato[25].

Francesco Lettieri ha risposto, argomentando che il suo film non aveva la benché minima intenzione di fare riferimento diretto alla vicenda di Ciro Esposito:

Dolorose e insensate sono le accuse secondo cui il mio film farebbe riferimento a Ciro Esposito. […] Ancor prima che cominciassero le riprese girava voce a Napoli che qualcuno stava girando un film sulla storia di Ciro. A un certo punto mi ero perfino convinto che qualcun altro stesse girando un film sugli ultras, ma poi ho scoperto che il film di cui si parlava era il mio. […] Il film è stato inviato ai giornali nazionali e locali. Più di ottanta giornalisti hanno ricevuto e visto il film e nessuno di loro ha avuto osservazioni in merito, tranne un unico caso che ha trovato che il film contenesse invece un riferimento esplicito alla storia di Ciro. Nonostante io abbia risposto personalmente nel merito, la penna in questione ha mobilitato mezza Napoli, persino alcune frange della curva, blog e siti locali, creando un piccolo vortice di rabbia e odio prima ancora che il film uscisse. […] Il personaggio di Sasà (un ragazzo morto in passato negli scontri) che nel film non compare mai se non su un murales in due inquadrature, rappresenta il martire ultras, quello che ogni tifoseria commemora. A Napoli abbiamo Ciro e Sergio, la Lazio ha Gabriele. Ogni tifoseria, dalla serie A all’eccellenza, ha il suo morto innocente e il Sasà di Ultras rappresenta genericamente tutti ma nessuno in particolare. Purtroppo alcuni, spinti dal pregiudizio e dalla voglia di alimentare violenza e malintesi, hanno continuato a vedere quello che volevano. […] Mi dispiace perché ho lavorato tanto per fare un film sincero e corretto. Ma soprattutto mi dispiace per Ciro. Credo che la sua memoria, e la sua famiglia, meritino di non essere protagonisti di questo equivoco[26].

All’inizio del film una frase avverte lo spettatore che «ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale», tanto che non esiste alcun gruppo ultras partenopeo col nome di Apache, né sono mai esistiti Barabba, il Gabbiano e il Mohicano. Però alcuni cori sono effettivamente presi dal repertorio della curva, ma soprattutto la scelta di incentrare una parte importante del film sull’odio verso «la capitale» e sugli scontri con i romanisti ha certamente contribuito ad alimentare le polemiche soprastanti.

Più in generale gli ultras non amano i riflettori e rappresentano un microcosmo che apprezza la riservatezza, in certi casi addirittura omertoso e avverso a indebite intromissioni. Non a caso quasi tutti i film realizzati su una tifoseria sono stati criticati dalla tifoseria stessa, perché percepiti come un modo di mettere in piazza faccende e questioni private, oltre che di esprimere direttamente o indirettamente critiche sulla subcultura di curva. Anche se il film di Lettieri di fatto non esprime giudizi troppo negativi su questo mondo, racconta pur sempre storie che si avviluppano attorno alla violenza, alla droga, agli espedienti, e quindi era difficile che sfuggisse al disappunto del tifo organizzato partenopeo.

A tal proposito, però, occorre aggiungere che Ultras ha il merito di non proporre il trito cliché del tifo napoletano eterodiretto dalla camorra, e anche quello di cogliere che il movimento dei tifosi organizzati vuole rappresentare uno stile ed un modo di essere che va al di là delle scazzottate o di becere manifestazioni di intolleranza. Negli ultimi anni si sono moltiplicati i momenti di aggregazione – dalle feste autogestite, anche a scopo di autofinanziamento, ai momenti culturali, attorno alla discussione di libri o fanzine dedicati al movimento –, così come le iniziative di solidarietà, a beneficio delle cause più disparate. È di questi giorni che la Curva Nord dell’Atalanta ha collaborato operativamente con gli Alpini alla realizzazione dell’ospedale sorto per fronteggiare l’emergenza del coronavirus[27]. Ma soprattutto il film di Lettieri ha il pregio di non fermarsi all’apparenza o alla superficie, pur se con qualche ingenuità, come la trasferta nei furgoncini per il trasporto caseario. E riesce nel non semplice compito di far entrare la storia (quella che spiega il passato) nella storia (quella narrata dal film), ovvero di raccontare un contesto che è cambiato più volte, originando stratificazioni generazionali all’interno della curva.


Note

1 Coro della curva del Napoli, utilizzato anche film Ultras, e il cui testo è tatuato nella nuca del personaggio chiamato il Gabbiano.

2 Qui il trailer: https://www.youtube.com/watch?v=i-99BoYyUoI.

3 Tito Menzani, Organizzati e non. Ultras, tifosi e spettatori nella storia dello sport italiano, in Saverio Battente (a cura di), Sport e società nell’Italia del ‘900, Napoli, Edizioni scientifiche italiane, 2012, pp. 441-465; Tito Menzani, «E il lunedì senza voce». Il tifo organizzato nella storia del calcio italiano, in Domenico F.A. Elia (a cura di), Informazione sportiva e violenza dagli anni Sessanta al Codice Media e Sport, Bari, Progedit, 2014, pp. 70-96.

4 Alberto Molinari, Gioacchino Toni, “I ragazzi di stadio”. Il viaggio di Daniele Segre nel mondo degli ultras, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 2019, n. 3. https://rivista.clionet.it/vol3/dossier/percorsi_storia_sport/molinari-toni-i-ragazzi-di-stadio-il-viaggio-di-daniele-segre-nel-mondo-degli-ultras.

5 Un documentario sugli ultras del Napoli è stato realizzato da Vincenzo Marra nel 2001, con il titolo E.A.M. – Estranei alla massa.

6 Eric Dunning, Patrick Murphy, Ivan Waddington (a cura di), Fighting fans. Football hooliganism as a world phenomenon, Dublino, University College Dublin press, 2002.

7 Valerio Marchi (a cura di), Ultrà: le sottoculture giovanili negli stadi d'Europa, Roma, Koinè, 1994.

8 Alessandro Dal Lago, Roberto Moscati, Regalateci un sogno: miti e realtà del tifo calcistico in Italia, Milano, Bompiani, 1992.

9 Augusto Balloni, Roberta Bisi, Sportivi, tifosi, violenti: lo studio degli esperti, la voce dei protagonisti, le proposte degli operatori, Bologna, Clueb, 1993.

10 Luca Squinzani, Lo stadio è di tutti... e i barbari in galera, Torino, Bradipolibri, 2009.

11 Antonio Roversi (a cura di), Calcio e violenza in Europa: Inghilterra, Germania, Italia, Olanda, Belgio e Danimarca, Bologna, Il Mulino, 1990.

12 Valerio Marchi, Smv: stile maschio violento. I demoni di fine millennio, Genova, Costa & Nolan, 1994.

13 Valerio Marchi, La sindrome di Andy Capp: cultura di strada e conflitto giovanile, Rimini, Nda Press, 2004.

14 Valerio Marchi, Teppa. Storie del conflitto giovanile dal Rinascimento ai giorni nostri, Roma, Castelvecchi, 1998.

15 Acronimo di «Divieto di accedere alle manifestazioni sportive».

16 Antonio Roversi, Calcio, tifo e violenza: il teppismo calcistico in Italia, Bologna, Il Mulino, 1992, pp. 29-30.

17 Alessandro Salvini, Ultrà. Psicologia del tifo violento, Firenze, Giunti, 2004.

18 Ilenia Rossini, «Al fine di infrenare tali teppistici episodi…». Gli stadi e l’ordine pubblico in Italia, 1976-1985, in “Zapruder”, 2019, n. 48.

19 Donatella Della Porta, Herbert Reiter, Polizia e protesta. L’ordine pubblico dalla liberazione ai no global, Bologna, Il Mulino, 2003.

20 Pierluigi Spagnolo, I ribelli degli stadi: una storia del movimento ultras italiano, Bologna, Odoya, 2017.

21 Roberto Maniglio, Tifo violento: risultati sociali, dinamiche psicologiche e strategie preventive,
Lecce, Pensa multimedia, 2012.

22 Antonio Roversi, L’odio in rete. Siti ultras, nazifascismo online, jihad elettronica, Bologna, Il Mulino, 2006.

23 Flavio Pieranni, Gridalo forte: storia del tifo in Italia dalle origini ai giorni nostri, Torino, Bradipolibri, 2014.

24 «Il Mattino», 22 marzo 2020, https://www.ilmattino.it/sport/sscnapoli/ultras_mamma_di_ciro_esposito_ultime_notizie-5126415.html.

25 Ibid.

26 https://movieplayer.it/news/ultras-francesco-lettieri-risponde-accuse-madre-ciro-esposito_78372/.

27 «Il Corriere dello sport», 24 marzo 2020, https://www.corrieredellosport.it/news/calcio/serie-a/atalanta/2020/03/2468169978/coronavirus_curva_nord_atalanta_recluta_imbianchini_per_l_ospedale_da_campo/.