Che genere di immagini? La mostra “Cooperazione in campo” e le fonti della Fondazione Barberini su donne e lavoro

What kind of images? The exhibition "Cooperation in the field" and the sources of Barberini Foundation on women and work

In apertura: Donna alla guida di un trattore durante una manifestazione sull’agricoltura, s.d. [anni Settanta] (Fondazione Ivano Barberini, Fondo fotografico Coop Emilia-Veneto).

Non si nasce donna, si diventa.

Simone de Beauvoir

1. La Fondazione Barberini e il suo archivio: un approccio di genere

La Fondazione Ivano Barberini si occupa di raccogliere, conservare e valorizzare il patrimonio e le memorie del Movimento cooperativo italiano. Il voto di istituire un luogo con questi compiti è stato espresso nel 1987 dalla Federazione delle Cooperative di Bologna (Federcoop Bologna, oggi Legacoop Bologna) nel corso del suo 16° Congresso1. Già l’anno seguente, grazie alla professionalità e al lavoro intelligente di Elena Romagnoli in qualità di Direttrice e di Anna Gurioli in qualità di documentalista, venne quindi costituito quello che per più di trent’anni ha operato come Centro italiano di documentazione sulla cooperazione e l’economia sociale, che nel 2021 è stato incorporato dalla Fondazione Ivano Barberini, mantenendo intatti patrimonio documentale e funzioni.

Gli archivi della Fondazione Ivano Barberini sono archivi di imprese cooperative, alcune cessate e altre ancora attive2; i materiali sono i più vari e costituiscono il patrimonio del Centro di documentazione sul movimento cooperativo: biblioteche o raccolte librarie3, opuscoli, manifesti, archivi documentali, archivi del prodotto e archivi fotografici; una molteplicità di fonti capaci di comunicare sia i valori sia l’importanza economica e sociale che il movimento cooperativo ha saputo affermare e consolidare negli anni. I diversi materiali degli archivi della Fondazione Barberini, quindi, si prestano a dialogare tra di loro e a rivelare aspetti che spesso non sono direttamente riportati dalle fonti tradizionali o veicolano informazioni che le testimonianze coeve non evidenziano con immediatezza. Queste due ultime affermazioni sono particolarmente valide per gli archivi fotografici, che raccolgono una tipologia di documentazione capace di arricchire di particolari quanto troviamo attestato sia dagli archivi documentali che dai numerosi volumi della biblioteca specialistica della Fondazione.

Va specificato che gli archivi fotografici conservati dalla Fondazione Barberini hanno avuto origini diverse, in alcuni casi si tratta di archivi prodotti dalle stesse cooperative nell’esercizio delle proprie funzioni, in altri casi si tratta di raccolte nate attraverso una volontaria azione di reperimento delle immagini promossa dalla dirigenza della cooperativa o dai lavoratori stessi in occasione di particolari ricorrenze4, col fine di recuperare – anche visivamente – la memoria delle attività lavorative e di quelle sociali di svago, dei soci ormai pensionati, delle sedi di lavoro, degli stabilimenti, delle produzioni (una sorta di archivio fotografico del prodotto) e non ultimo delle tante occasioni ufficiali che potevano aver visto protagonisti i consoci, dalla partecipazione a cerimonie pubbliche alla presenza con bandiere, striscioni e mezzi di lavoro alle manifestazioni di rivendicazione o di solidarietà.

Così come capita per la maggioranza degli archivi, anche per gli archivi della cooperazione è possibile condurre ricerche sotto diverse prospettive, una di queste chiavi di lettura è sicuramente quella di genere, tanto più rilevante se si considera che la cooperazione è stata capace di coinvolgere le donne anche nei momenti in cui non godevano giuridicamente dei pieni diritti civili, divenendo – con la sua diffusione – un vero e proprio fattore di emancipazione lavorativa, economica e sociale. La nostra ricerca, in particolare, si è concentrata – coerentemente con il progetto che si andrà a illustrare di seguito – sull’ambito agricolo, tema poco studiato benché di estrema rilevanza storica. Basti pensare alle esperienze ravennati risalenti ai primi anni del Novecento dei braccianti organizzati da Nullo Baldini, nelle quali le donne sono pienamente integrate e godono già di uguali diritti e uguali salari, oppure alle lotte portate avanti dalle donne perché il loro ruolo venisse riconosciuto all’interno delle assemblee sociali, in contrasto con gli statuti – poi appositamente modificati per includere una rappresentanza anche femminile – che ammettevano la sola rappresentanza del capofamiglia.

Le testimonianze fotografiche segnano proprio questo scarto tra l’ufficialità della rappresentanza maschile e la consistente e organizzata presenza femminile nel lavoro agricolo, la partecipazione non solo all’attività lavorativa ma anche a tutte le forme di rivendicazione di migliori condizioni di lavoro e di vita, di una legislazione attenta alle esigenze della campagna fino ad arrivare alla rappresentazione di forme di lavoro ad alta specializzazione in cui venne impiegato solo personale femminile (quali ad esempio la raccolta degli ortaggi e la lavorazione e il confezionamento della frutta per la vendita), in cui le donne sono di fatto le uniche protagoniste.

2. Il progetto «Insieme per il benessere delle lavoratrici» e l’idea di una mostra

Nel 2021 è stato lanciato dall’Unione donne in Italia (Udi) di Bologna il progetto «Insieme per il benessere delle lavoratrici», in partnership con la Fondazione Ivano Barberini, la Fondazione Sant’Orsola, Coop Reno, Open Group e diversi comuni della provincia di Bologna o delle aree limitrofe. Il progetto è stato finanziato dalla Regione Emilia-Romagna, nell’ambito del «Bando per la presentazione di progetti volti a sostenere la presenza paritaria delle donne nella vita economica del territorio, favorendo l’accesso al lavoro, i percorsi di carriera e la promozione di progetti di welfare aziendale finalizzati al work-life balance e al miglioramento della qualità della vita delle persone (annualità 2021/2022)»5. Sulla base di queste premesse, il progetto «Insieme per il benessere delle lavoratrici» si è posto il seguente obiettivo generale:

Realizzare iniziative che si prefiggano di intervenire, in modo diretto o indiretto, in favore dell’accesso e qualificazione dell’attività lavorativa delle donne (dipendente, autonoma, imprenditoriale o professionale) nel territorio dell’Emilia-Romagna, perseguendo, in particolare, le finalità specifiche di favorire la riduzione del differenziale salariale di genere e la diffusione della cultura di impresa tra le donne e di rafforzare il ruolo delle donne nell’economia e nella società6.

Naturalmente, sono state previste delle declinazioni specifiche, ovvero dei singoli outputs che diano fiato e gambe al progetto. Ne ricordiamo in questa sede alcuni fra i principali: degli eventi di sensibilizzazione a livello territoriale, delle campagne di ascolto, una serie di podcast, dei percorsi di formazione/informazione nei luoghi di lavoro, dei cicli di incontri a carattere storico-culturale, una co-progettazione di linee guida per l’inclusione lavorativa di donne vittime di violenza.

Ecco allora che è stata progettata, realizzata e allestita una mostra su questi temi, intitolata Cooperazione in campo. Il lavoro delle donne negli anni della grande trasformazione dell’agricoltura (1945-1980), curata da Eloisa Betti, Lorena Cerasi e Tito Menzani, in collaborazione con Giulia Albertazzi e Marta Magrinelli. La mostra è stata promossa da Udi Bologna, Fondazione Ivano Barberini, Museo della civiltà contadina Istituzione Villa Smeraldi, e ha fruito di un sostegno della Regione Emilia-Romagna e del Ministero della cultura.

Il 7 marzo 2022 – ovvero il giorno prima della Giornata internazionale della donna – è stata inaugurata a Bologna presso la sede della Fondazione Ivano Barberini, dove è rimasta fino al 16 marzo. Successivamente, in accordo con alcuni Comuni della provincia, in maggioranza parte dell’Unione dei comuni dell’Appennino bolognese, la mostra ha circolato nell’area collinare e montana: dal 19 al 30 aprile è stata allestita presso il Municipio di Vergato; dal 2 al 16 maggio presso il Municipio di Marzabotto; dal 17 maggio al 12 giugno presso il Circolo Monte Adone di Brento, nel Comune di Monzuno; dell’8 giugno al 16 luglio presso la Biblioteca comunale di Castiglione dei Pepoli; dal 23 luglio al 6 agosto presso il Circolo culturale di Castel d’Aiano; dal 12 al 26 agosto presso la Sala comunale di Gaggio Montano; dall’8 all’11 settembre in località Borgo di Colle Ameno, nel Comune di Sasso Marconi. Nel corso dell’autunno 2022 la mostra circolerà in altri Comuni, in particolare della bassa bolognese e dei territori limitrofi.

3. La selezione delle immagini: i fondi utilizzati

Le immagini presentate nella mostra provengono dagli archivi dei tre enti che hanno collaborato alla realizzazione del progetto e dell’esposizione: l’Unione donne in Italia (Udi), il Museo della civiltà contadina Istituzione Villa Smeraldi di San Martino di Bentivoglio e la Fondazione Ivano Barberini. Le tre istituzioni hanno scopi diversi, ma la loro nascita è storicamente connessa: il mondo della cooperazione e Udi ebbero – nel secondo dopoguerra – percorsi comuni nelle lotte sociali e politiche e numerosissime furono le cooperatrici iscritte e attive prima nei Gruppi di difesa della donna e quindi in Udi; mentre il Museo della civiltà contadina ebbe tra i suoi fondatori numerosi aderenti all’Associazione provinciale delle cooperative agricole Apca)7; anche per questi motivi le fotografie prescelte riescono a integrarsi nel restituirci un’immagine fedele del lavoro femminile in agricoltura.

I pannelli della mostra sono divisi per temi: il lavoro manuale delle mondine e delle lavoratrici della canapa; il lavoro femminile specializzato dalle zappatrici alle potatrici, le donne e la cooperazione agricola tra manifestazioni, scioperi e le forme di solidarietà. Le partizioni abbracciano un arco cronologico che va dal secondo dopoguerra agli anni Ottanta, quando si era ormai raggiunta la piena meccanizzazione dell’agricoltura.

Il Museo della civiltà contadina ha contribuito con fotografie sulla lavorazione della canapa, in particolare con un nucleo di immagini tratte da un servizio Rai dei primi anni Settanta. Esso documenta una rievocazione del trattamento di questa coltivazione, tipica del territorio bolognese, che in quel periodo era già in crisi per la concorrenza di altre fibre tessili e per un concomitante inasprimento legislativo; le altre fotografie, invece, provengono da donazioni private, tra le quali va citata quella di Ivano Trigari – che di alcune immagini fu anche autore – storico fondatore e presidente del Gruppo della Stadura, associazione radicata nella pianura bolognese che ancora oggi contribuisce ad arricchire le collezioni del Museo8.

Sull’archivio fotografico dell’Unione Donne in Italia è già stato pubblicato un articolo su questa rivista, a cui si rimanda9; per quanto riguarda la mostra si sono scelte due serie del fotografo bolognese Enrico Pasquali, una che ritrae le donne della Cooperativa agricola di San Pietro in Casale sia durante le attività lavorative – nello specifico la raccolta dei fagiolini, tipico esempio di lavoro specializzato in cui le donne rappresentavano la totalità della manodopera – sia durante le attività comunitarie, come il pranzo e le conversazioni tra socie. In questa serie fotografica diventa importante osservare anche l’abbigliamento delle protagoniste, che mescolano i pantaloni maschili (siamo nel 1976) a più tradizionali grembiuli e fazzoletti in testa; sono inoltre presenti i dettagli della comune vita lavorativa quotidiana, come il pranzo consumato nel refettorio della cooperativa, con l’acqua servita nelle bottiglie del vino e il gioco delle carte nel momento di riposo. L’altra serie, risalente al 1972, è relativa alla visita delle donne dell’Udi allo stabilimento della Cooperativa Granarolo, per osservare la produzione e il confezionamento del latte; in queste immagini si esaltano la modernità dello stabilimento bolognese ma anche l’importanza della donna come consumatrice e lavoratrice: accanto alle visitatrici socie dell’Udi – sempre molto attente al tema dei consumi all’interno del contesto domestico – vediamo alcune donne in divisa intente a sorvegliare la produzione: spiccano tra la folla in borghese delle visitatrici per il candore del grembiule e per la cuffia che nasconde i capelli, segno tangibile del moderno concetto di igiene.

Le fotografie scelte dagli archivi della Fondazione Barberini provengono, invece, da diversi fondi ed illustrano il lavoro femminile nelle campagne (raccolta della frutta, delle barbabietole, semina delle patate, lavori di rincalzatura, ecc.). Ci sono immagini tratte dal fondo dell’Associazione bolognese delle cooperative agricole (Abca), e altre che raccontano il lavoro specializzato dell’incassettamento della frutta – sviluppatosi soprattutto in ambito romagnolo con l’espansione delle esportazioni verso l’estero – che provengono dall’archivio fotografico dell’Editrice Cooperativa, casa editrice della Lega nazionale delle cooperative e mutue che pubblicava il periodico “La Cooperazione Italiana”.

Gli archivi Udi e Barberini si ritrovano nuovamente a condividere un comune contesto iconografico sui temi delle manifestazioni, degli scioperi e delle forme di solidarietà tra gli anni Cinquanta e Settanta: presentano delle fotografie scattate da Enrico Pasquali, in cui le donne sono rappresentate sia come lavoratrici che partecipano a una manifestazione, sia come madri, coi bambini tenuti tra le braccia ad accompagnarle nella protesta; la Fondazione Barberini aggiunge poi immagini provenienti di nuovo dall’archivio fotografico Abca, alcune dall’archivio fotografico di Coop Emilia-Veneto10 ed altre che provengono dall’archivio della cooperativa editrice Graficoop.

Il tema su cui però convergono le fotografie di tutti e tre gli enti è l’immagine della mondina, quasi primigenia figura della donna impiegata in lavori agricoli che ha saputo lottare per ottenere diritti, poi scomparsa precocemente con la meccanizzazione. Il Museo della civiltà contadina ha contribuito con una bella foto di un gruppo di mondine in cui è possibile rintracciare tutte le caratteristiche che ne hanno caratterizzato l’immagine: una bicicletta appoggiata ad un albero, i pantaloni rincalzati per permettere l’immersione in acqua, il fazzoletto e il cappello a proteggere la testa dal sole nelle lunghe giornate estive. Le fotografie dell’Udi rappresentano il lavoro delle mondine impiegate nelle risaie, scattate dallo studio Poggi: chine nell’acqua intente alla monda sotto lo sguardo del sorvegliante, occupate nella preparazione del pasto, tipicamente riso e fagioli e il pranzo collettivo sotto ombrose fronde dopo una mattinata passata sotto il sole cocente. L’archivio Barberini, invece, presenta un curioso caso di fotografie dal taglio cinematografico – forse influenzate dal successo di qualche anno prima di Riso Amaro – in cui le mondine sono giovani e graziose, sorridenti e allegre, per cui non trovano spazio in queste immagini la fatica e la stanchezza; il motivo dell’anomala rappresentazione è presto detto: queste fotografie furono realizzate per un servizio a corredo dell’articolo sulla lunga estate delle mondine11 comparso su “La Posta illustrata. Settimanale di attualità e varietà”, un periodico di brevissima vita pubblicato come supplemento de “La Cooperazione Italiana” tra 1953 e 1954; in questo caso è lo stile da rotocalco che caratterizza il settimanale a edulcorare volutamente l’immagine della donna impiegata come lavoratrice stagionale in condizioni sanitarie ed economiche che sappiamo invece estremamente dure.

4. La realizzazione della mostra: contenuti e circolazione

Attraverso il patrimonio fotografico degli enti promotori, la mostra tematizza il lavoro femminile negli anni della grande trasformazione dell’agricoltura, con un focus privilegiato sul periodo compreso tra gli anni Cinquanta e Settanta e alcuni riferimenti di più lungo periodo a contesti specifici come le risaie e la coltivazione della canapa. Come si è detto, un’attenzione particolare è riservata al rapporto tra donne e cooperazione, sia nel contesto prettamente agricolo, come nel caso delle cooperative fra braccianti, che nell’industria di trasformazione, con il caso della Granarolo.

Le fotografie proposte restituiscono un’immagine poliedrica e in parte inedita del lavoro femminile in agricoltura, evidenziando continuità e persistenze nelle mansioni svolte dalle donne e un contatto pervasivo con l’ambiente rurale, la terra, i prodotti. La grande trasformazione e la femminilizzazione dell’agricoltura, accentuatasi nel periodo considerato, si intrecciano con la scomparsa di figure tipiche delle campagne bolognesi e più in generale emiliano-romagnole, come le mondine e le lavoratrici della canapa. Le donne furono in prima fila anche nelle rivendicazioni che si svilupparono tra anni Cinquanta e Settanta, nell’ambito delle più ampie mobilitazioni per la riforma agraria, ma anche delle specifiche richieste per un nuovo e più incisivo ruolo di contadine e braccianti nella modernizzazione dell’agricoltura.

Una prima sezione della mostra è intitolata Le donne delle campagne scendono in campo: manifestazioni, scioperi e forme di solidarietà. Infatti, nei primi decenni dell’Italia repubblicana, nel contesto bolognese e più in generale emiliano-romagnolo, le donne delle campagne furono particolarmente attive in manifestazioni e rivendicazioni. Fortemente sindacalizzate e politicizzate, le braccianti presero parte in prima persona agli scioperi a rovescio dei primi anni Cinquanta e promossero contestualmente numerose iniziative di solidarietà. Ottenere migliori condizioni di lavoro e di vita nelle campagne era una delle principali e più ricorrenti richieste delle lavoratrici rurali, come emerge dalle numerose manifestazioni a cui presero parte negli anni del boom economico.

In Emilia-Romagna fu particolarmente importante anche la mobilitazione delle lavoratrici per la piena valutazione del lavoro della donna contadina, sull’onda della campagna nazionale promossa dall’Udi e presentata come proposta di legge dalle deputate dell’associazione, poi approvata nel 1964. Particolare rilievo aveva assunto in regione il fenomeno della «femminilizzazione dell’agricoltura», immortalata con iconici reportage sulla rivista “Noi Donne”, che celebrava trattoriste e potatrici come emblema del riscatto di genere. La legge del 1962 aveva abolito il coefficiente Serpieri, aprendo a una parità di fatto per le lavoratrici salariate, ma soprattutto aveva messo in discussione la subalternità delle donne all’interno della famiglia contadina.

Sull’onda della mobilitazione nazionale, nei primi anni Sessanta le varie Udi dell’Emilia-Romagna avevano promosso la conferenza regionale Donne della campagna emiliana, che si tenne a Ferrara il 28 gennaio 1962. Pochi anni dopo, Lola Grazia, presidente dell’Unione donne italiane di Bologna, sottolineava come «le lavoratrici della terra, alle prese con il doppio lavoro dei campi e della casa», sentissero «prepotente l’esigenza di un aiuto» che sarebbe dovuto venire loro «da una società moderna».

Analogamente, il 17 ottobre 1962, a Roma, l’Associazione nazionale delle cooperative agricole organizzò un convegno su La funzione della donna nella famiglia coltivatrice e nella produzione per una trasformazione moderna delle campagne, frutto di due anni di lavoro delle cooperatrici e delle donne dell’Alleanza contadini e della Federbraccianti. Da questo convegno emergeva come la famiglia contadina vivesse ancora in una realtà arretrata, con sofferenze di fronte al progresso economico, che nelle campagne si accompagnava al disgregamento della struttura famigliare e all’aumento di compiti e di responsabilità, che avevano portato le donne ad una nuova consapevolezza.

Venivano quindi meno i rapporti tradizionali e si avanzavano richieste di parità all’interno della famiglia e nei luoghi di lavoro: nelle campagne l’apporto femminile era sottopagato e sottovalutato, mentre quasi nullo era l’accesso a programmi di qualificazione professionale. Inoltre, era il capo famiglia a aderire come socio alla cooperazione, per cui le donne avevano promosso delle modifiche statutarie per permettere alla componente femminile di partecipare alle assemblee. Insomma, si rivendicava la parità tra uomo e donna nel possesso fondiario, dei capitali e dei beni dell’azienda attraverso una legge per la proprietà comune della terra e dell’impresa contadina fra i coniugi. Queste rivendicazioni non si esaurirono negli anni Sessanta. Nel decennio successivo le donne contadine scesero in piazza nuovamente per chiedere una nuova politica agraria e una piena valorizzazione del loro ruolo per l’uscita dalla crisi economica12.

Segue una sezione incentrata su Lavoro femminile e cooperazione agricola. Infatti, diverse ricerche hanno mostrato come il movimento cooperativo sia stato un veicolo di emancipazione per le donne. Non si tratta di un’affermazione generalizzabile, perché anche all’interno di questo contesto ci sono state discriminazioni sessiste. Tuttavia, siccome le cooperative sono state ispirate a valori progressisti, spesso hanno rappresentato un contesto che più delle aziende convenzionali e di quelle pubbliche ha visto una maturazione e una crescita del ruolo femminile nel mondo del lavoro. In Inghilterra – il paese dove nella prima metà del XIX secolo nacque l’impresa cooperativa – la correlazione con le rivendicazioni femminili fu molto forte. Basti pensare che qui fu fondata nel 1883 la Women’s co-operative guild, ovvero una Lega delle cooperatrici, animata da figure che appartengono alla storia della lotta dei diritti delle donne. Ma il rapporto tra movimento cooperativo e movimenti femminili appare molto stretto anche nel resto d’Europa, Italia compresa. Nelle cooperative bracciantili emiliano-romagnole, tutte ispirate al modello ravennate ideato da Nullo Baldini nel 1883, le donne ebbero da subito un ruolo analogo a quello degli uomini. Il fascismo rappresentò una pesante battuta d’arresto. L’idea che il regime aveva della donna prevedeva una sua collocazione in ambito domestico e famigliare, mentre la sua attività nel mondo del lavoro veniva sminuita. Quindi, il controllo operato dal fascismo sulle cooperative impedì che queste ultime potessero continuare a svolgere quella funzione emancipatrice in termini di genere che avevano avuto a cavallo tra Otto e Novecento.

Dopo il 1945, la rinascita della cooperazione democratica riportò l’attenzione sul ruolo delle donne all’interno del movimento. Uno dei contesti di maggior presenza delle cooperatrici fu quello agricolo. Nelle campagne il lavoro delle donne era stato storicamente fondamentale e la diffusione di esperienze e filiere cooperative non mancò di riproporre questo assetto. In particolare, furono tre gli ambiti interessati. Il primo è quello delle cooperative di braccianti, che in provincia di Bologna erano diffuse soprattutto nella pianura. In esse, molte donne erano socie lavoratrici addette alla coltivazione dei campi gestiti dalla loro cooperativa. Il secondo ambito è quello delle cooperative fra contadini, che in genere espletavano servizi a vantaggio delle singole aziende agricole. Queste ultime molto spesso erano di natura famigliare e vedevano coinvolte anche la moglie e le figlie del titolare; in origine, quest’ultimo era colui che interveniva nelle assemblee dei soci, ma l’avanzamento delle rivendicazioni di genere determinò un sensibile ingresso delle donne nell’area della rappresentanza. Il terzo ambito era quello della trasformazione e commercializzazione dei prodotti agricoli, con cooperative che utilizzavano operaie per l’incassettamento dell’ortofrutta o per la lavorazione del latte, del vino, delle farine e di altri prodotti agroalimentari. In provincia di Bologna vi erano diverse cooperative che operavano in questi comparti, fra le quali abbiamo ricordato la Granarolo13.

È poi la volta di immagini dedicate a Figure di lavoratrici rurali: dalle zappatrici alle potatrici. L’agricoltura ha sempre richiesto fasi di lavoro specifiche e segmentate, che differiscono da coltura a coltura, da terreno a terreno, da strumento a strumento. Si tratta di attività che in origine erano tutte manuali e che seguivano il ciclo naturale delle diverse coltivazioni: la preparazione del campo, la semina, la raccolta. Ma anche, accanto a queste attività, la potatura degli alberi da frutto, la cura degli animali presenti nell’azienda agricola, l’eventuale trasformazione di alcuni prodotti lungo la filiera agroalimentare.

Nella società preindustriale le abilità per arare, irrigare, mondare, raccogliere, spigolare erano tutte tramandate dai genitori ai figli e facevano parte di una sorta di sapienza contadina, che a seconda dei territori era legata alle produzioni tipiche di quell’area. In buona sostanza le famiglie di agricoltori delle valli appenniniche non avrebbero saputo occuparsi della coltivazione del riso, quelle della bassa padana della coltivazione delle piante di caffè, e via dicendo.

Lo sviluppo economico del XX secolo impattò sull’agricoltura tradizionale in varie maniere. Innanzi tutto, portò con sé una crescente meccanizzazione e maggiori conoscenze agronomiche, a rivoluzionare le competenze tecniche richieste per le varie lavorazioni suddette. In secondo luogo, si ebbero nuove modalità di organizzazione del lavoro, con una grande partecipazione di manodopera femminile. E così, fra il secondo dopoguerra e gli anni Ottanta, era frequente notare nei campi schiere di donne che si occupavano di attività specifiche, come appunto zappare e potare. Non che in precedenza fossero esentate da questi incarichi, ma il tutto avveniva in contesti per lo più famigliari, in aziende agricole di dimensioni minori e senza una specifica connotazione di genere.

Negli anni del boom economico, le lavoratrici delle aziende coltivatrici e delle tante cooperative agricole della provincia di Bologna assursero a protagoniste delle lotte per i diritti e a interpreti di una gigantesca trasformazione delle campagne. Il loro ruolo fu quindi fondamentale nel processo di modernizzazione che ha traghettato il vecchio mondo contadino verso l’attuale settore agroalimentare.

L’ultima sezione della mostra è dedicata a Mondine e lavoratrici della canapa prima della grande trasformazione. Si tratta di figure che appartengono al passato dell’Emilia-Romagna: due ruoli tipicamente femminili, che richiedevano grande fatica. Le mondine si occupavano del trapianto del riso e nella monda della risaia, ovvero della rimozione di tutte le piante infestanti che potevano danneggiare la crescita del cereale. Non era manodopera esclusivamente locale; ogni anno migliaia e migliaia di ragazze provenienti da Emilia, Veneto e Lombardia, spesso molto giovani, giungevano nella provincia di Bologna per rimanervi i 40 giorni necessari a completare il faticoso lavoro. Erano contraddistinte da un abbigliamento caratteristico e sempre uguale: un fazzoletto o un cappello a proteggersi dal sole, pantaloni corti e piedi nudi per immergersi nel fango fino alle caviglie; talvolta indossavano manicotti per difendersi dalle punture delle zanzare.

Il lavoro delle mondine era ritmato da canti corali che aiutavano a sopportare la fatica delle ore passate con la schiena piegata e che creavano quello spirito di gruppo che le guidava nelle lotte di rivendicazione per condizioni di lavoro e compensi migliori. Durante il periodo di attività, le mondine erano costantemente sorvegliate. Le lavoratrici che venivano da aree distanti e che quindi la sera non potevano rientrare presso le proprie abitazioni, venivano alloggiate in masserie, magazzini o stalle. Mangiavano quasi solo riso e fagioli, integrando la povera dieta con rane catturate durante il lavoro in risaia. La loro carriera era breve, perché nel giro di pochi anni l’umidità degli acquitrini provocava reumatismi e quindi artriti. Il mestiere della mondina scomparve definitivamente con l’introduzione dei diserbanti14.

Anche le donne che si occupavano della lavorazione della canapa avevano a che fare con condizioni particolarmente dure. Si trattava di una mansione molto caratteristica perché la provincia bolognese, in particolare la pianura, è stata per secoli uno dei principali centri della canapicoltura italiana. Questa pianta veniva prodotta nei terreni appoderati, per lo più condotti a mezzadria, e buona parte del prodotto veniva esportato in altre province italiane oppure all’estero. Le donne partecipavano a quasi tutte le fasi di lavorazione, tranne la vangatura e l’aratura, considerate troppo pesanti. Non che le altre fossero più agevoli. Basti pensare alle energie che richiedeva la «decanapulazione», ovvero la separazione della fibra dalla parte legnosa.

Inoltre, fin da bambine apprendevano la lavorazione tessile, che in genere le occupava nei mesi invernali: la filatura e la tessitura erano attività artigianali tipicamente femminili finalizzate alla creazione del corredo e alla realizzazione di tessuti ad uso domestico. Nel XX secolo iniziò a di-minuire la richiesta di prodotto fino a scomparire verso gli anni Sessanta, a causa di molteplici fattori, quali la diffusione delle fibre sintetiche, la concorrenza di colture più remunerative e il basso grado di meccanizzazione della coltura che viceversa richiedeva un elevato impiego di manodopera15. La repentina eclissi di un prodotto la cui lavorazione era stata tramandata di generazione in generazione ha portato le comunità rurali che per decenni si erano occupate di questa attività a desiderare di mantenerne la memoria come elemento identitario, anche attraverso il Museo della civiltà contadina e le rievocazioni storiche.

In sintesi, la mostra ha voluto offrire al visitatore e alla visitatrice una serie di tasselli di un tragitto storico complesso e affascinante, legato alle trasformazioni del mondo rurale. La centralità del lavoro femminile – e la sua declinazione anche all’interno dell’impresa cooperativa – trova una sua illustrazione in quindici pannelli e in poco meno di cento immagini, a raccontare aspetti di vita materiale, di economia del territorio e di lotte per i diritti. Non a caso, la circolazione della mostra è stata accompagnata da iniziative culturali e di sensibilizzazione anch’esse maturate nell’ambito del progetto «Insieme per il benessere delle lavoratrici».


Note

1 Nel 1985 Federcoop Bologna aveva celebrato il 40° anniversario della ricostituzione; nel 1986 invece era stata la Lega nazionale delle cooperative e mutue a festeggiare il suo primo centenario; nel 1987 i tempi erano quindi ormai maturi per una seria riflessione storica sulla portata del movimento cooperativo e per la costituzione di un luogo dedicato alla conservazione delle memorie. In particolare, durante il 16° congresso, venne presentato il volume del costituendo Centro di documentazione sulla storia del movimento cooperativo bolognese; Anna Gurioli, Elena Romagnoli (a cura di), Repertorio delle cooperative di Bologna e provincia (1883-1987): alfabetico, cronologico, topografico, tipologico, con elenco dei primi presidenti, Bologna, Federazione provinciale delle cooperative e mutue di Bologna, 1987. Si vedano anche: 16° Congresso provinciale della Federcoop di Bologna. Bologna, 6-7-8 aprile 1987, S.l., Lega nazionale delle cooperative e mutue, 1987, in Fondazione Barberini, Archivio delle Federazione provinciale delle cooperative e mutue di Bologna, 16° congresso, bb. 20-26; Elena Romagnoli, Vera Zamagni, Chi raccoglie, semina. Nascita e sviluppo del Centro italiano di documentazione sulla cooperazione e l’economia sociale, Bologna, Clueb, 2019.

2 Per un elenco dei fondi, della consistenza e della cronologia si rimanda all’elenco presente sul sito della Fondazione Ivano Barberini https://www.cooperazione.net/file/Chi_raccoglie_semina_Fondi_acquisiti.pdf, ultimo accesso: 18 settembre 2022.

3 Archivio e biblioteca sono due entità con caratteristiche diverse, tuttavia anche l’attività di versamento di raccolte librarie integra spesso quello degli archivi, specie quando di tratta di letteratura grigia oppure biblioteche interne a uso dei soci.

4 Tipicamente una campagna di raccolta di documentazione fotografica può avvenire in occasione del festeggiamento di un decennale dalla fondazione, della fusione societaria che trasforma la cooperativa in un’entità di dimensioni maggiori, oppure in occasione di pubblicazioni o mostre di carattere storico: in tutte queste occasioni i soci possono possedere immagini utili che vengono donate alla cooperativa, che si occupa anche della conservazione dopo l’uso.

5 https://parita.regione.emilia-romagna.it/leggi-atti-bandi/bandi-regionali-2021/2021/bando-presenza-paritaria-donne-vita-economica, ultimo accesso: 18 settembre 2022.

6 https://www.udibologna.it/workshop-progetto-insieme-per-il-benessere-delle-lavoratrici/, ultimo accesso: 18 settembre 2022.

7 In particolare, i primi materiali vennero raccolti da soci della cooperativa agricola di Castel Maggiore, che confluirono poi nel Gruppo della Stadura. Il nucleo centrale della raccolta venne ampliato anche grazie alla diffusione dell’iniziativa durante le feste agricole promosse sul territorio, in particolare durante l’annuale Festa del contadino.

8 Dalla Stadura al Museo. Un’idea alla base della nuova museografia rurale in Italia, San Marino di Bentivoglio, Gruppo della Stadura, 1985

9 Eloisa Betti, Marta Magrinelli, Genere, fotografia e storia negli archivi del secondo Novecento: il fondo fotografico dell’Unione donne italiane (UDI) di Bologna, in “Clionet. Per un senso del tempo e dei luoghi”, 2018, vol. 2, pp. 107-122.

10 L’archivio fotografico di Coop Emilia-Veneto nasce dalla raccolta delle fotografie storiche delle cooperative comunali di consumo del territorio bolognese, ma è stato arricchito con immagini che esulano dallo stretto ambito del consumo, includendo anche temi sociali come cortei e manifestazioni.

11 La grande estate in risaia, in “La posta illustrata. Settimanale di attualità e varietà”, 1953, anno I, n. 12, 21 luglio 1953, pp. 12-13. A differenza delle immagini, il testo dell’articolo racconta realisticamente quelle che sono le condizioni di lavoro delle mondine nelle risaie della Lombardia e del Modenense.

12 Cfr. Eloisa Betti, Precari e precarie: una storia dell’Italia repubblicana, Roma, Carocci, 2019.

13 Tito Menzani, Istruzione tecnica femminile e impresa cooperativa nel secondo Novecento, in Carlo De Maria, Eloisa Betti (a cura di), Genere, lavoro e formazione professionale nell’Italia contemporanea, Bologna, Bologna University Press, 2021, pp. 155-178.

14 Irene Gualandi, Mondine tra cronaca, storia e testimonianze, Roma, Ediesse, 1984.

15 Giuseppe Romagnoli, Storia di una fibra prestigiosa nella civiltà contadina bolognese: la canapa, Bologna, Officina grafica bolognese, 1976.