La Banda della Uno Bianca attraverso lo spettacolo-inchiesta

The Uno Bianca group through the investigative theatre performance

In apertura: locandina dello spettacolo “Uno Bianca Reload”, di e con Paolo Soglia e Donatella Allegro.

1. Nascita di una riproduzione teatrale: dalle video-inchieste allo spettacolo

Lo spettacolo Uno Bianca Reload ha debuttato il 27 gennaio 2023 presso la Sala Candilejas (Bologna), in collaborazione con Arci Brecht. La messinscena è stata realizzata da Paolo Soglia e Donatella Allegro, rispettivamente autore del testo e regista della versione teatrale. Lo spettacolo riprende le vicende della Banda della Uno Bianca ed è un riadattamento del lavoro realizzato dal giornalista e documentarista Paolo Soglia in forma di video-inchieste, pubblicate in sei puntate sul canale YouTube «Countdown-storie dal vivo»1. L’idea, nata come produzione indipendente, è stata poi sostenuta dal Bando Cultura 2022 del Comune di Bologna.

I video pubblicati su YouTube da Paolo Soglia riprendono il lavoro fatto dal giornalista negli anni Novanta quando lavorava a Radio Città del Capo, emittente bolognese inserita nel circuito di Popolare Network, la rete di radio indipendenti collegate a Radio Popolare di Milano. A distanza di quasi trent’anni dalla vicenda è stato raccolto molto materiale, tra cui interviste, inchieste e documenti. Soglia, recuperando il lavoro fatto precedentemente, ha realizzato le puntate di video-inchiesta che portano lo stesso titolo dello spettacolo. La serie si concentra su eventi specifici dei delitti della Uno Bianca, come alcuni omicidi e suicidi anomali all’interno della polizia. Lo spettacolo ha il fine di rendere il lavoro di Soglia più analogico, ovvero quello di rimettere in fila tutti gli aspetti presentati, così da riconnetterli e trarne in qualche modo una storia. Per la resa teatrale, l’autore ha elaborato un testo narrativo di sintesi, a cui la regista Donatella Allegro ha dato una forma drammaturgica.

La messinscena ha una struttura lineare, che ricalca quella della ricerca storica: Soglia e Allegro sono contemporaneamente voci narranti e protagonisti; la voce che conduce la narrazione è quella di Paolo Soglia, che parla talvolta in prima persona e in modo coinvolto e coinvolgente, mentre Allegro aggiunge dettagli di cronaca, come per annotare e ricordare i puri eventi. I tre atti («Il peccato originale», «Armi, opere e omissioni», «Il giorno del giudizio») si svolgono in un luogo che ricorda un commissariato o uno studio e qui i due attori dialogano tra loro: Soglia conduce l’indagine e Allegro lo aiuta. Non è tanto la struttura, tuttavia, che giustifica la definizione di “spettacolo-inchiesta”, quanto piuttosto il contenuto, che rimanda al genere inaugurato da Dario Fo e proseguito nel tempo da molti altri attori-autori: non è un caso, forse, che la prima di Uno Bianca Reload si sia svolta in una ex Casa del Popolo2. A poca distanza dalla visione dello spettacolo, ho avuto occasione di dialogare con gli autori e approfondire genesi, intento e prospettive di questo lavoro, a partire da un utile riepilogo dei fatti.

2. Il contesto storico della Banda e il clima bolognese-romagnolo

La Banda della Uno Bianca fu un’organizzazione criminale che compì i suoi delitti soprattutto a Bologna e in territorio romagnolo tra il 1987 e il 1994. Furono commesse 103 azioni criminali, in cui persero la vita 24 persone e un centinaio rimasero ferite. Il nome, come è noto, si riferisce all’auto più utilizzata dalla banda, una Fiat Uno di colore bianco, appunto, utilitaria in voga nell’Italia di quegli anni. Autori dei crimini furono i fratelli Savi: Roberto, Fabio e Alberto, aiutati dai loro complici, Pietro Gugliotta, Marino Occhipinti e Luca Vallicelli. Tutti poliziotti, tranne Fabio Savi, scartato per problemi alla vista. La vicenda rappresenta, ancora oggi, un’esperienza traumatica per la città di Bologna e per una generazione di cittadini.

Il confronto con gli autori, entrambi cresciuti nel bolognese, aiuta a capire il contesto della Bologna di quegli anni, caratterizzato da un particolare quadro storico-politico. All’epoca in cui si verificarono i crimini della Uno Bianca, tra il 1987 e il 1994, diversi eventi segnarono la realtà politica, sociale e culturale italiana: gli effetti della caduta del muro di Berlino, anzitutto, e poi le stragi di Capaci e via D’Amelio, lo scandalo di Mani pulite. È in questo clima di forte instabilità che si inserisce la storia dei poliziotti della questura di Bologna e della loro banda criminale, caratterizzata da una ferocia estrema, che insanguinò Bologna e la Romagna per sette anni. Mentre i crimini proseguivano, le indagini percorrevano diverse vie, sempre sbagliate. Diverse furono le teorie e le dietrologie avanzate, troppi gli interrogativi: ci si chiedeva se si trattasse di un fenomeno autoctono, perché le indagini non approdavano a nessun risultato, e se questo fosse voluto. Il clima di terrore causato dalla banda poteva persino essere funzionale a livello politico, essendo Bologna la «capitale della rossa» Emilia: con la caduta del muro di Berlino iniziava infatti un processo di ricambio politico, per cui qualcuno ha ipotizzato si trattasse di un’anomala strategia della tensione3.

Nella storia italiana, la Banda della Uno Bianca, fu dunque un fenomeno controverso, che forse aveva intrecci nella politica e nei servizi segreti e la cui ferocia immotivata sembra celare altro. Nel tempo diverse congetture sono state fatte sulla natura di questa banda criminale, ad esempio il romanzo Falange Armata4, scritto nel 1993 da Carlo Lucarelli, in cui si fa una sorta di premonizione sulla natura della Uno Bianca. Di quegli anni i due autori ricordano che si respirava un clima molto particolare. Soglia e Allegro – che all’epoca erano rispettivamente un giovane giornalista e una bambina – sostengono che la storia della banda ha segnato fortemente la percezione della cittadinanza: la collettività si sentiva insicura, timorosa, impaurita e spaesata. Si pensi solo all’impatto che ebbe, e che ha ancora, l’assassinio del pensionato Aldolfino Alessandri sulla popolazione di uno dei quartieri più colpiti dalla banda, Corticella. Non a caso la prima rappresentazione dello spettacolo Uno Bianca Reload ha avuto luogo proprio in questo quartiere, dove il 26 giugno 1989 un’azione criminale sanguinosa alla Coop di via Gorki culminò con l’omicidio del pensionato che aveva visto i colpevoli5. Corticella rimane segnata da questo ricordo: la gente, vedendo lo spettacolo, partecipa con un coinvolgimento emotivo diverso rispetto a qualcosa di cui pochi, oggi hanno ricordi diretti. Fare memoria di eventi i cui protagonisti e testimoni sono ancora in vita – inquirenti, parenti delle vittime, testimoni, colpevoli – è infatti molto diverso rispetto alle operazioni di ricostruzione di fatti più lontani nel tempo6.

Molto attiva nel mantenere vivo il ricordo delle vicende e delle vittime della Uno Bianca, è, in primo luogo, l’associazione dei familiari7 che si pone l’obiettivo di non far cancellare dalla memoria le tragiche esperienze di quegli anni. I nervi ancora scoperti ricompaiono a distanza di anni nelle pagine di cronaca, come ad esempio le polemiche sulla messa in semilibertà di Marino Occhipinti, vice-sovraintendente della sezione narcotici della Squadra Mobile accusato e condannato all’ergastolo nel 1994 per aver preso parte al crimine commesso alla Coop di Casalecchio di Reno, dove perse la vita Carlo Beccari8.

Quel che emerge oggi, attraverso i video e la sua riproduzione teatrale, è come in questa storia il nome dei fratelli Savi venga fuori fin dall’inizio negli atti, anche se queste piste non furono mai approfondite. Non si ha la certezza che qualcuno coprisse la banda dei poliziotti killer, però alcuni elementi lo fanno pensare ed è in questo senso che si sviluppa lo spettacolo. La fine della banda è stata molto celebrata televisivamente soprattutto con film, con documentari, interviste, che hanno esaltato la figura dei due poliziotti riminesi “buoni”: l’Ispettore Baglioni e il sovrintendente Costanza, che nel novembre 1994, attraverso le loro indagini autonome, scoprono Fabio Savi e poi, di rimando tutta la banda. Il problema, sembrano dire Soglia e Allegro nello spettacolo, è che le cose potrebbero non essere andate così come sono state raccontate: Baglioni e Costanza arrivano sì a scoprire Fabio Savi, ma forse non come è stato detto per tutti questi anni. La loro versione pare piuttosto funzionale a riabilitare la polizia, raccontando l’epopea dei poliziotti buoni che catturano i poliziotti cattivi; una versione che andava bene a tutti all’epoca dei fatti, quando il governo era in grande difficoltà e occorreva ristabilire in qualche modo una sorta di dignità del corpo di polizia. Ecco allora perché la storia venne raccontata in modo romanzesco. Una convinzione che è stata confermata da varie persone ascoltate, a partire da magistrati, colleghi di Baglioni e Costanza; una narrazione che riabilita, almeno in parte, l’onore della polizia di Stato. Gli stessi magistrati, in particolare il Pm Valter Giovannini, appaiono molto scettici sulla ricostruzione fatta dai due poliziotti in merito alla individuazione di Fabio Savi, tanto da far emergere durante il processo circostanze nuove che suggeriscono una diversa lettura, ma quei dubbi rimarranno tali e non saranno mai approfonditi, anche perché durante il processo del 1995/96 l’obiettivo principale era condannare i poliziotti killer e non tanto confutare la versione di chi aveva alla fin fine individuato e catturato i componenti della Uno Bianca.

3. Analogie e differenze tra lavoro di uno storico e quello di un giornalista di inchiesta

Assistere a un lavoro teatrale che ricostruisce vicende del passato recente spinge a interrogarsi su analogie e differenze tra la ricerca storica e l’inchiesta giornalistica, tra la consultazione delle fonti nell’una e nell’altra modalità. L’inchiesta alla base dell’operazione teatrale è partita da due tipi di materiali: testimonianze e interviste coeve ai fatti e ricostruzioni a posteriori rilasciate da persone coinvolte nelle vicende9, documentazione propria dell’ambito giornalistico ma anche della ricostruzione storica. Il lavoro di storico prevede il controllo di fonti che possono essere orali, scritte o iconografiche; si lavora quindi in archivio, si consulta poi il materiale secondario che altre studiose e altri studiosi hanno elaborato per il soggetto della ricerca. Il lavoro di un giornalista sul campo ha un’impostazione diversa: si cerca infatti di elaborare un pensiero attraverso l’esame dei fatti presi singolarmente. Per dare conto delle azioni della Banda della Uno Bianca, racconta Paolo Soglia, si seguivano i giornali di cronaca: rapine, omicidi, stragi come quella dei carabinieri al Pilastro, i fatti venivano poi riportati quotidianamente. Nell’elaborazione a posteriori, invece, occorre scavare, consultare articoli di altri giornali, confrontarsi con altri colleghi, così da far emergere elementi che non si conoscevano. A distanza di trent’anni, insomma, il lavoro di informazione pura passa in secondo piano, a vantaggio di operazioni di contestualizzazione, di restituzione e di interpretazione, anche alla luce dei nuovi materiali emersi. All’epoca dei fatti mancavano le confessioni dei fratelli Savi, le ritrattazioni, i testimoni, i dettagli, ovvero, un’ulteriore mole di documenti che oggi consente di rielaborare l’inchiesta, facendo, quindi, un lavoro di tipo storico-giornalistico piuttosto che di cronaca.

Riprendere e mettere in scena una storia così complessa, racconta ancora l’autore, è come immergersi nel «lucido caos» di allora. Quando si raccontano vicende della contemporaneità, è inevitabile che ci sia una componente creativa, è illusorio pensare di utilizzare un metodo totalmente scientifico: talvolta si rischia di finire fuori strada, altre volte di scoprire elementi fino a quel momento non ancora emersi. La ricerca, insomma, può essere abbastanza “selvaggia”, certamente meno metodica di quella storica, ma tuttavia tenuta a rispondere delle fonti che cita. Le inchieste giornalistiche realizzate in radio all’epoca dei fatti sono state riprese e aggiornate, aggiungendo elementi nuovi emersi nel corso del tempo, attraverso un lungo lavoro durato più di un anno che ha portato prima alla realizzazione delle video inchieste e poi allo spettacolo. Sono stati riallacciati alcuni contatti con testimoni, recuperati nuovi materiali, ascoltati magistrati, ex poliziotti, per aggiungere nuovi elementi. Altri in futuro potranno essere aggiunti. Il lavoro di inchiesta, infatti, come il lavoro storico, non si esaurisce, perché possono sempre essere portati alla luce nuovi dettagli. È importante però ricordare che non sussistono dubbi sui responsabili, né sulle loro azioni e le loro colpe. Resta tuttavia molto da chiarire su come abbia agito la Banda della Uno Bianca, con quali fini, e se siano esistite delle coperture che le avrebbero permesso di commettere delitti, per tanti anni, praticamente indisturbata.


Note

1 https://youtube.com/playlist?list=PLn9J3s39FL4dmECnnJfFoNizlPRlniDuf, ultima consultazione: 8 luglio 2023.

2 Sulle case del popolo e il teatro-inchiesta, vedi: Federico Morgagni, Una «rivoluzione culturale» nelle case del popolo di Romagna. L’esperienza di Nuova scena e del circuito teatrale alternativo, in “Clionet”, 2021, n. 5, https://rivista.clionet.it/vol5/una-rivoluzione-culturale-nelle-case-del-popolo-di-romagna-l-esperienza-di-nuova-scena-e-del-circuito-teatrale-alternativo/, ultima consultazione: 8 luglio 2023.

3 Si veda Antonella Beccaria, Uno bianca e trame nere: cronaca di un periodo di terrore, Viterbo, Stampa Alternativa, Nuovi Equilibri, 2007.

4 Carlo Lucarelli, Falange Armata, Torino, Einaudi, 2004.

5 Giampiero Moscato, Il gruppo della Coop è già in carcere, chi sono questi altri feroci banditi?, in “Il Corriere della Sera”, 16 gennaio 1990, p. 9. Michele Serra, Chi c’è dietro? Questura al setaccio Serra annuncia novità, in “L’Unità”, 3 dicembre 1994, p. 11.

6 Fiamma Lussana, Memoria e memorie nel dibattito storiografico, in “Studi Storici”, vol. 41, 2000, n. 4, pp. 1047-1081.

7 Associazione vittime della Uno Bianca, presidente Rosanna Zecchi. Non esiste, al momento, un sito ufficiale cui rimandare.

8 Michele Smargiassi, La rabbia dei famigliari e il rito della politica, in “Repubblica Bologna”, 10 gennaio 2012.

9 Nella video-inchiesta su YouTube, vengono trasmesse le seguenti testimonianze: audio-intervista a Carlo Buono, Vice dirigente della Squadra Mobile di Bologna, sull’identikit del duplice omicidio all’armeria Volturno – Radio Città del Capo, 1994; audio-intervista al padre e alla sorella di Claudio Bravi, poliziotto della Questura di Bologna, rinvenuto suicida nel 1989 – Radio Città del Capo, 1995; audio-intervista ai nomadi del campo della via Persicetana, in merito a un episodio inedito di spari avvenuti nel dicembre 1990 – Radio Città del Capo, 1995; video-testimonianza di Paolo Mazzolani, ex maresciallo della stazione dei Carabinieri di Castel Maggiore, sullo smascheramento del brigadiere depistatore Domenico Macauda – convegno al Centro documentazione “Enzo Biagi”, agosto 2022; audio-testimonianza della testimone del duplice omicidio all’armeria Volturno Maria Cristina Errede al processo alla banda – Radio Radicale, 1996; audio-requisitoria del Pm Valter Giovannini alla conclusione del processo del 1996, sui dubbi in merito all’individuazione di Fabio Savi da parte dei poliziotti riminesi Baglioni e Costanza, Radio Radicale, 1996. I documenti vengono citati, indirettamente o direttamente (come proiezioni) all’interno dello spettacolo teatrale.